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La scelta AGESCI dell’inclusione

Pianeta educazione

Gli scout e la scelta dell’inclusione «La nostra bussola è la persona»

VIVIANA

DALOISO

LUCIANO MOIA

Le critiche, anche violente nei toni. Soprattutto quelle all’interno del mondo cattolico. Poi gli insulti, gli scherni, i meme sui social con gli scout in boa di struzzo, o in mutande e tuta leopardata. Si è visto di tutto dopo la pubblicazione del documento “Identità di genere e orientamento sessuale e affettivo” diffuso il mese scorso dal Consiglio generale dell’Agesci e di cui abbiamo scritto anche sulle pagine di Avvenire. Un testo in cui l’associazione ha ribadito la sua linea improntata all’accoglienza, chiarendo che l’orientamento sessuale non è motivo di esclusione nella scelta degli educatori. Ma il fatto che a distanza di tanti giorni ci sia ancora chi punta il dito contro la più grande realtà dello scoutismo italiano, giudicando inopportuno, se non addirittura contrario al Vangelo – figurarsi – l’appello all’inclusione delle persone omoaffettive e transgender, ci ha spinto a riprendere il discorso. L’abbiamo fatto incontrando Giorgia Caleari e Bruno Guerrasio, lei Capo Guida, lui Capo Scout d’Italia, ai vertici dell’Associazione a livello nazionale. Giorgia è vicentina, insegnante di religione, tre figli. Bruno, che di figli ne ha due, fa il farmacista a Bolzano, ma ha origini napoletane. Entrambi sono scout di lunga esperienza, educatori preparati e prudenti. Insomma, due persone equilibrate che non amano certamente le scelte azzardate, soprattutto in campo educativo. « Noi restiamo in ascolto. Non pretendiamo di avere una parola definitiva. Il nostro obiettivo non è certo scrivere un trattato di antropologia o di teologia. Vogliamo essere credibili e chi ci conosce sa che tutta la nostra storia va nella direzione dell’ascolto e dell’accompagnamento».

Che cosa è successo dopo la pubblicazione del documento?

Giorgia e Bruno: Ci sono state reazioni diverse. Non siamo stupiti. Qualcuno ha reagito anche con durezza? L’avevamo messo in conto. Ci riflettiamo sopra, ci diamo tempo. Ma siamo certi di aver imboccato la strada giusta perché quanto abbiamo scritto è maturato in questi anni lungo il nostro cammino, fatto sul campo, incontrando migliaia di giovani ed entrando nella carne della loro vita e delle loro esperienze. Qualcuno ha frainteso? Dipende anche dall’approccio culturale. L’importante è che la nostra postura educativa sia arrivata con chiarezza. E, in questa postura, c’è l’obiettivo di costruire ambienti sicuri e inclusivi, fondati sull’ascolto, sul rispetto e sull’accompagnamento delle persone, nessuno escluso.

Anche all’interno dell’Agesci le conclusioni a cui siete arrivati sono condivise?

Bruno: Siamo da sempre abituati, noi Capi e Capo scout, a farci interrogare dalla realtà e ad ascoltare. Crediamo nell’educazione alla differenza e nella differenza, certi che proprio le differenze siano essenziali a migliorare ogni ambiente educativo. Certo, su una realtà di circa 183mila iscritti – 33mila capi, 150mila ragazzi, oltre 1.900 Gruppi diffusi in tutte le diocesi da Nord a Sud – ci saranno senz’altro persone con qualche dubbio, con cui sarà necessario confrontarci ancora. La riflessione quindi va avanti anche tra noi, anzi auspichiamo che sia così.

Giorgia: Va ricordato, in ogni caso, che questo documento non è spuntato per caso. Da almeno un decennio, di fronte alla mutata sensibilità culturale, l’Agesci riflette con testi elaborati, discussi e di volta in volta approvati dal Consiglio generale. Nel 2022 è stato anche avviato un sondaggio interno che ha dato esiti chiari: sull’identità di genere e sull’orientamento sessuale ed affettivo c’è stata una larghissima maggioranza di soci che chiedeva di prendere una posizione chiara, che seguisse le indicazioni arrivate dal Cammino sinodale della Chiesa italiana. Quando parliamo di accoglienza e di inclusione, non stiamo usando termini coniati da Agesci, ma dalla Chiesa.

Eppure qualcuno si è stupito del fatto che consideriate fondamentale collegare la “credibilità educativa” all’accoglienza delle persone Lgbt.

Bruno: Quella delle persone Lgbt non è una categoria particolare, a cui riservare un trattamento speciale. Per noi tutte le persone, al di là dell’identità di genere e dell’orientamento sessuale, meritano rispetto e accoglienza. Se mettiamo al centro la persona, con la sua inalienabile dignità, l’ascolto è un approccio scontato, sempre e comunque. Certo, in questo caso, c’è da definire un linguaggio, serve una formazione più attenta, ma l’approccio da cui ci siamo mossi è lo stesso che riserviamo a tutte le situazioni. Quindi rispetto delle diversità, identica accoglienza.

Giorgia: La nostra credibilità come educatori cristiani parte da un presupposto fondamentale: nessuno si deve sentire escluso. Interpretare questo principio significa dare un seguito coerente alle parole che si dicono e si scrivono. Da qui partiamo per educare, anche lasciandoci educare a nostra volta dal contatto con i ragazzi e le ragazze. Noi ci dedichiamo a bambini e bambine, a ragazzi e ragazze, e a giovani, dagli 8 ai 21 anni. Ecco, questi ragazzi chiedono di essere educati all’affettività partendo dall’accoglienza e dal riconoscimento. Ma stare con loro significa anche per noi adulti accettare di essere educati. Stiamo facendo un percorso specifico in questo senso. Per costruire una relazione educativa autentica dobbiamo essere dentro questa relazione con tre parole chiave: sguardo, ascolto, presenza.

Il punto più controverso del documento resta il passaggio sul profilo del capo cristiano educatore secondo cui, si sottolinea, «l’orientamento affettivo e l’identità di genere non possono costituire un criterio di esclusione nel discernimento ». Va bene l’accoglienza, insomma, ma i più critici si chiedono se davvero un educatore possa esprimersi in modo coerente con i valori cattolici quando manifesta un orientamento omosessuale oppure se è una persona transgender…

Bruno: Come guide e scout noi puntiamo a costruire un ambiente educativo che si arricchisce con una pluralità di relazioni. Non c’è una sola persona su cui ricade interamente la responsabilità di realizzarlo. Il capo e la capo sono fratello e sorella maggiore ma, accanto a loro, ci sono anche altre figure. È normale che in un capo, come in tutte le persone, ci siano delle fragilità ma si tratta comunque di un adulto che fa parte di una comunità, che ha fatto delle scelte e accolto una vocazione, e che, soprattutto, non smette di interrogarsi. Per noi il discernimento non è solo buona prassi personale, ma è inserito in un sistema plurale.

Giorgia: Un capo, come dice Bruno, non è mai solo. Questa è una risorsa preziosa nel nostro sistema educativo. Ma soprattutto abbiamo capito che la maturità di una persona, il fatto che sia in grado di dare una testimonianza credibile, non dipende dall’orientamento sessuale né dalla sua identità di genere. E poi, ripetiamo, è la Comunità capi che decide se un capo è adeguato per il compito a cui è chiamato, se, come diciamo noi, può ricevere il mandato per svolgere il proprio servizio. Questa persona cioè risponde ai valori del nostro patto associativo? Noi partiamo da una Promessa che facciamo con l’aiuto di Dio. Tutto il resto viene dopo. E quindi il fatto che l’orientamento non possa essere motivo di pregiudizio o di discriminazione deve valere per tutti, ragazzi e adulti. Attenzione però, lottare contro i pregiudizi non vuol dire semplificare la realtà. Nel documento si parla di dolcezza, ma anche di fermezza. Non c’è contraddizione tra le due cose. Creare ambienti credibili vuol dire offrire spazi di maturazione in cui ciascuno possa formare in modo sereno la propria identità, sicuro di non essere giudicato.

Nessuna fuga in avanti, insomma, nessuna rottura?

Bruno e Giorgia: Non ci sentiamo affatto dei rivoluzionari. Siamo consapevoli di come ogni processo di crescita richieda tempo e fatica. Ma è sempre stato così. Nel 1974, quando i nostri predecessori decisero di introdurre al vertice dell’Associazione, con un criterio paritario, una figura femminile accanto a quella maschile, ci furono più o meno le stesse polemiche di questi giorni. E questo ci fa un po’ sorridere. Come è possibile pensare che proprio noi, che abbiamo combattuto per vedere riconosciuta la verità della differenza di genere anche a livello associativo, adesso vogliamo annullare la bellezza della reciprocità tra maschile e femminile? Ci piacerebbe che le persone capissero che, come Associazione, siamo dentro una grande riflessione, siamo dentro a una storia. Vogliamo continuare a camminare, anche su questi temi, con il passo di tutta la Chiesa italiana. A quest’ultima, alle riflessioni dei teologi e degli esperti di pastorale, noi possiamo offrire l’esperienza della realtà, il racconto di quello che i nostri ragazzi e ragazze vivono e sentono, le domande che ci fanno. È stando in ascolto di queste domande che diventiamo credibili.

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Bruno Guerrasio: «Quella delle persone Lgbt non è una categoria particolare, a cui riservare un trattamento speciale. Nel nostro ambiente educativo la responsabilità non è mai in carico a una sola persona»

Giorgia Caleari: «Il nostro obiettivo non è scrivere un trattato di teologia, ma stare nella realtà.

La maturità di un educatore?

Non dipende dal suo orientamento sessuale né dall’identità di genere»

Scout dell’Agesci durante la celebrazione della Santa Messa in un campo

dal giornale AVVENIRE 14 GIUGNO 26

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La Strada

PREGHIERA AQM del 13.01-10.03-12.05.26: don Maurizio Mosconi

13 GENNAIO – LA BUONA COSCIENZA (1,18-20)  

Nei tre versetti che concludono il primo capitolo della lettera ritroviamo parole e riflessioni già sentite nelle prime due “puntate”. Anzitutto, la relazione paterna tra l’apostolo e il suo collaboratore/successore Timoteo (“§figlio mio”); cfr. l’inizio dello scritto: «Paolo… a Timoteo, vero figlio mio nella fede». Paolo è il padre della fede di Timoteo; lo afferma senza arroganza o presunzione, dal momento che nei vv. precedenti (12-17) ha ribadito la sua assoluta indegnità e assenza di credenziali davanti a Dio. La totale dipendenza da Dio – egli è «apostolo di Cristo Gesù per comando di Dio…» (v. 1) – porta Paolo a condividere con Timoteo lo stesso dovere verso la comunità: «Questo è l’avvertimento/ordine che ti do…». Che cosa Paolo ordini è stato detto all’inizio: «ti raccomandai di rimanere a Èfeso perché tu ordinassi a taluni di non insegnare dottrine diverse e di non aderire a favole e a genealogie interminabili, le quali sono più adatte a vane discussioni che non al disegno di Dio, che si attua nella fede» (vv. 3-4). L’insistenza sulla “dottrina” (orto-dossia) non è fine a se stessa: «lo scopo del comando è la carità» (v. 5); come “tradurre” oggi questa chiarezza circa il nesso verità-carità?  

Paolo ricorda poi a Timoteo le «profezie fatte» su di lui, fondamento stabile e sicuro. Di che cosa si tratta? Forse le preghiere pronunciate nella sua ordinazione. In senso più ampio e generale, possiamo pensare a tutti gli scritti dei profeti – nei quali lo Spirito Santo parlò (cfr. Credo) – e, estendendo ancora, a tutto l’AT: Legge, Profeti e Salmi (cfr. Lc 24,44). Una menzione particolare merita il libro dei 150 Salmi, cioè di quei canti che hanno formato la preghiera cristiana e che dovrebbero risuonare con più forza e frequenza nelle nostre assemblee, al posto di canzonette sdolcinate, adolescenziali e autoreferenziali. I primi sedici versetti del Salmo 118/119 – «il più lungo del salterio […, lode estesa e ripetuta alla parola di Dio, […] tentativo di esprimere la complessità e la varietà dell’esistenza umana alla luce di quella Parola che, sola, in profondità fa vivere il credente in alleanza con il Signore» (L. Monti) – che abbiamo pregato sono un limpido esempio della ricchezza inesauribile contenuta in questi componimenti; e la ripresa di tre frasi nel corso della testimonianza di Mady ed Elena ne è la prova: «Beato chi è fedele ai suoi insegnamenti e lo cerca con tutto il cuore… Con tutto il cuore ti cerco: non farmi deviare dai tuoi precetti… Nella tua volontà è la mia gioia; mai dimenticherò la tua parola».  

Tutto ciò è in vista della «buona battaglia» che Timoteo dovrà battagliare, non improvvisando ma con una strategia precisa (così il verbo greco). Ma chi è il “nemico”? Non gli altri, non chi insegna falsità, nemmeno Imeneo e Alessandro citati dopo (temporaneamente “in panchina”, in attesa di un loro ravvedimento). La battaglia che Timoteo deve sostenere è verso se stesso: è l’impegno di conservare (non ripudiare) «una buona coscienza», per non fare «naufragio nella fede». Interessante anche questo accento sulla coscienza “buona”, già presente nel v. 5: «Lo scopo del comando è però la carità, che nasce da un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede sincera». Qui l’accento pare spostarsi dalla fede “della Chiesa” (insegnata, trasmessa, professata) alla fede “personale”. Oggi parliamo molto di “fede”: che c’è o non c’è; che c’è in tutti a prescindere… arrogandoci a volte il diritto di misurarla, in noi stessi e negli altri. Paolo ci invita a considerare il nesso tra questa fede e la coscienza (cioè – per dirla con il catechismo antico – la «capacità di distinguere il bene dal male», che caratterizza l’età “di ragione”); e addirittura a vedere quasi il primato della “coscienza” (umana) e della sua formazione sulla “fede” (cristiana): è infatti per aver “ripudiato/rinnegato” la prima che Imeneo e Alessandro «hanno fatto naufragio nella fede». L’intreccio tra le due realtà va pensato, di nuovo. Non sempre è facile: la testimonianza di Mady ed Elena ce ne dà un esempio. 

10 MARZO – SIAMO NELLA CHIESA (3,14-16)  

Il v. 16 è il più importante: «Non vi è alcun dubbio che…»; il «mistero» è in concreto Gesù («egli»), la cui vicenda Paolo ricorda ai lettori riportando una parte di un inno utilizzato nella preghiera comunitaria, reliquia (insieme ad altre sparse nelle lettere) della prima produzione catechistica e liturgica. Nella «carne umana» e glorificata di Gesù risorto («nello Spirito») si manifestò una volta per tutte l’amore di Dio per il genere umano nella sua totalità («le genti… nel mondo»). Frutto di questa manifestazione è la «vera religiosità», rivolta indissolubilmente a Dio (adorazione, venerazione, contemplazione, culto) e, in Dio, a tutti e tutto; la portata di questa eusèbeia (pietas) – la religione/devozione come coinvolgimento di se stessi – è ampia, e molto concreta: si legga al riguardo 6,3-10 (e i vv. dell’incontro precedente: 17-19).  

Il comportamento segnalato nel testo ci riporta al v. 15 («voglio che tu sappia come comportarti»), che ne precisa l’ambito: la «Chiesa/comunità del Dio vivente», che è al tempo stesso la Sua «casa/famiglia» e la «colonna e sostegno/basamento della verità». La tensione tra l’ambiente domestico (luogo di relazioni ‘corte’, di condivisione e di intimità) e i vocaboli ‘duri’ della verità (colonna, basamento…) si risolve appena ci ricordiamo che qui si parla di Dio, che «vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità» (2,4). Rispetto all’umanità intera la comunità di Gesù è il riferimento sicuro, stabile e visibile della Sua verità in quanto riceve, custodisce e trasmette la fede dei primi discepoli; in questa Chiesa noi siamo, e vogliamo rimanere. Nell’ambito del servizio alla verità dell’evangelo comprendiamo – come ci testimoniano Gabriella e Roberto – l’esigenza di verità che proprio l’amore per il coniuge porta con sé.  

12 MAGGIO – LA CURA DEI PROPRI CARI (5,1-8)  

Il titolo scelto per l’incontro ci porta subito all’ultimo versetto: «Se qualcuno non si prende cura dei suoi cari, soprattutto di quelli della sua famiglia, costui ha rinnegato la fede ed è peggiore di un infedele»; il verbo qui utilizzato (pronoèin) insiste sulla dimensione preventiva, e non solo emergenziale: si tratta di prevedere per tempo alcune situazioni, non di correre ai ripari il più tardi possibile. La delimitazione dei destinatari di questa cura – «soprattutto quelli della sua famiglia» – e la pesantezza del giudizio su chi non la offre sono coerenti con il principio fissato nel v. 4: «è cosa gradita a Dio adempiere i propri doveri verso quelli della propria famiglia e contraccambiare i genitori»; l’autore della lettera ribatte qui la convinzione che la fede (la pietas, la devozione) non va declamata ma va praticata, mettendosi a servizio di chi ha bisogno, a partire da chi ci ha dato la vita.  

Il quarto comandamento conserva tutto il suo valore e la sua obbligatorietà: Maria e Rino ci ricordano che cosa significa onorare il padre e la madre, anche quando essi perdessero il senno (cfr. Sir 13,12-13); teniamo presente che “onorare” significa “dare spazio”, permettere a una persona di essere ancora attiva e di essere valorizzata…  

Il genitore messo qui in evidenza è la propria mamma (nonna), vedova: «se una vedova ha figli o nipoti…» (v. 4). Delle vedove trattano i vv. 3-7, ma anche i successivi (9-16); l’ampiezza del “regolamento” che le riguarda (1/6 della lettera) è un riscontro della consistenza della loro presenza nelle prime comunità, con tutti i pro e i contro. La fattispecie della vedovanza e la sua fisionomia spirituale sono già presenti nell’AT; il vangelo di Luca ne identifica il valore nella profetessa Anna (Lc 2,36-38); Gesù le incontra e parla con loro. Detto ciò, le prime chiese dovettero operare un discernimento, sia sulle vedove – privilegiando quelle «non impiccione, quelle che se fanno una promessa di fedeltà al Signore la mantengono, che se hanno una famiglia se ne occupano e non si sentono sminuite perché non hanno il tempo per la parrocchia, il volontariato…» (B. Maggioni) – sia sulle modalità del loro sostentamento: «Il periodo dei comportamenti spontanei è passato, occorre agire con oculatezza per evitare che si sprechino sostanze o che qualcuno se ne approfitti». Di questa oculatezza dev’essere capace Timoteo, l’episkopos della comunità; a lui sono diretti i primi due versetti: «Non rimproverare duramente un anziano ma esortalo…»; se ciò che non deve fare completa il v. 12 («Nessuno disprezzi la tua giovane età» – e pensiamo qui ai diaconi che ci hanno accompagnato quest’anno…), l’invito ad esortare diventa per tutti noi un utile “esame di coscienza”: siamo (ancora) capaci di “esortare”? Oppure le nostre parole sono solo critica e correzione?  

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OMELIA PAPA 09.06.26 in Spagna

Omelia del Santo Padre

Cari fratelli e sorelle, amati figli e figlie di Dio, anche noi siamo come Nicodemo, pellegrini nella notte. Questa icona evangelica ci offre innanzitutto un messaggio sul cammino della vita. Il nostro cammino, i nostri desideri e tutto ciò che abbracciamo e viviamo quotidianamente, nelle gioie e nelle sconfitte, nelle aspirazioni e nei progetti, è l’espressione della nostra continua ricerca: siamo mendicanti d’amore, abbiamo fame e sete di verità, cerchiamo un significato pieno che ci sostenga, ci incoraggi e ci aiuti a comprendere il mistero della nostra vita.

Mentre avanziamo lentamente, a piccoli passi, siamo chiamati a dialogare con la penombra della nostra stessa condizione umana: ci manca la verità tutta intera, non conosciamo in profondità il mistero di noi stessi e il vero volto degli altri, non sempre riusciamo a comprendere la verità nascosta della realtà che ci circonda e degli avvenimenti che si presentano davanti ai nostri occhi. Cerchiamo una luce che illumini il cammino.

Ma Nicodemo ci parla anche del cammino della fede. Non si tratta di un percorso parallelo a quello della nostra esistenza umana, ma questi due itinerari sono sempre intrecciati tra loro. Come abbiamo ascoltato nel Vangelo, Dio ha tanto amato il mondo da donarci il suo Figlio unigenito e, in Lui, si è unito per sempre alla nostra carne. Egli è sempre accanto al Padre e accanto a noi; così, ogni volta che il mistero della nostra vita si dispiega alla luce di un nuovo giorno, in tutto ciò che siamo e facciamo, siamo alla presenza di Dio e siamo custoditi dal suo abbraccio eterno: la nostra vita «è nascosta con Cristo in Dio» (Col 3,3). Eppure, a volte sperimentiamo la notte della fede, la fatica di credere, la stanchezza dello spirito, il senso di inadeguatezza di fronte alla chiamata del Vangelo, l’amarezza dei nostri fallimenti e la paura di non essere all’altezza.

Fratelli e sorelle, Nicodemo ci insegna che queste notti — che accompagnano la nostra vita, il cammino di fede e la storia in cui viviamo — sono un luogo di benedizione, uno spazio per rinascere, un grembo che genera sempre nuova vita. Queste notti ci spogliano e ci riportano all’essenziale; ci tolgono le maschere umane e religiose che indossiamo di giorno, per non essere riconosciuti o per dare un’immagine di noi diversa da ciò che siamo; ci lasciano a nudo, nelle nostre luci e nelle nostre ombre, riportandoci all’umiltà di saperci guardare nella verità, al di là della presunzione di pensare che il nostro cammino sia già compiuto e che avanziamo come se avessimo una luce chiara su tutto, su tutti e persino su Dio. 

Questo «spazio vuoto» che la notte crea, anche quando si presenta sotto forma di sofferenza o insoddisfazione, di delusione o incredulità, può essere un’occasione per ricevere una nuova vita, per cambiare e rinnovarsi, per «rinascere dall’alto», come dice Gesù a Nicodemo. Dio, infatti, non è venuto per giudicare il mondo con il suo peccato e la notte della sua infedeltà, ma ha mandato il suo Figlio per salvarlo, per dare al mondo la vita eterna.

Per questo anche noi siamo chiamati a non giudicare le “notti”; né le notti della nostra vita, né quelle della Chiesa, né quelle della società che ci circonda. Nella notte, dobbiamo invece metterci in cammino come fa Nicodemo, continuare a interpellare il Signore, aprirci al vento dello Spirito per accogliere la notte non più come segno di un fallimento, ma come inizio di una nuova vita.

E pensando al nostro cammino personale, ma anche alle notti del nostro cammino ecclesiale e della Spagna, delle sue città, delle sue povertà antiche e nuove, della sua società e cultura, possiamo allora chiederci: quali sono le notti che stiamo attraversando? Cosa ci suggeriscono? Entrando in esse e guardando con umiltà e senza pregiudizi la realtà di ciò che siamo, cosa siamo chiamati a cambiare?, dove dobbiamo rinnovarci, in quale direzione vogliamo andare, quale società vogliamo costruire?

Non smettiamo di cercare, di interrogarci e di dialogare, con Dio e tra di noi, anche nel cuore della notte. Camminiamo insieme nella fede che armonizza la diversità delle nostre idee e sensibilità, per cercare la verità che ci guida verso il bene comune, affinché questo Paese sia uno spazio accogliente per tutti, dove ciascuno sia rispettato nella sua dignità di persona e amato per quello che è. Apriamoci al dono dello Spirito, cercando il Signore come Nicodemo e accogliendo la luce del suo Vangelo, con la certezza che sperimenteremo in noi una vita nuova, una presenza che benedice, un amore gratuito che ci aiuterà a passare dalla notte alla luce. Perché Dio vuole che nulla vada perduto e già da ora desidera darci la vita eterna, per condurci alla felicità che non ha fine.

Ci conceda il Signore, per l’intercessione della Vergine Maria, di aprirci a Lui e di farci scuotere dal vento del Suo Spirito.

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La Strada

PREGHIERA AQM 09.06.26 La vera ricchezza Riflessione Mariella ed Elio

14 maggio 1989, una data importante per noi. 

abbiamo già festeggiato la ricorrenza 37 volte ed ancora sono vivi e presenti quei momenti vissuti. 

Circondati da tante persone a noi care, presenti nello stesso momento a festeggiare con noi con semplicità e spensieratezza, si percepiva l’affetto, l’amore che nutrivano nei nostri confronti, eravamo tutti in relazione, oserei dire in comunione tra noi. 

avevamo da poco fatto una scelta determinante per la nostra vita 

Ci eravamo scelti l’un l’altro davanti a tutti i nostri cari , nella chiesa, davanti a Dio e con Dio, promettendoci di vivere insieme il resto dei nostri giorni a noi concessi. 

Un progetto importante , bellissimo ma anche impegnativo e faticoso. 

Si dice che il giorno del matrimonio sia il giorno più bello della vita. 

effettivamente lo è, ma non è l’unico, in maniera diversa tanti altri giorni vissuti insieme ci hanno regalato emozioni bellissime come la nascita dei nostri quattro figli, il matrimonio dei primi due, il giorno in cui siamo diventati nonni ecc ecc… 

Siamo stati e siamo una coppia di persone fortunate e ricche. 

Ma la vita si sa, è la ricerca di un continuo equilibrio tra gioia e dolore, tra ricchezza e povertà, tra riposo e fatica. 

Partimmo in due e strada facendo ci ritrovammo in sei… che bello!!!! 

ma quante fatiche, quante rinunce, quante notti insonni ma le gratificazioni che seguirono ci hanno ampiamente ripagato. 

Ad esempio, ricordiamo una sera in cui seduti a tavola tutti insieme, ormai famiglia allargata, davanti a del buon cibo si discuteva e ci si raccontava e noi approfittammo quasi scusandoci con loro delle nostre fatiche per soddisfare le loro esigenze, di non essere riusciti a dar loro molto di più dell’ indispensabile. 

In risposta ci sentimmo dire ( con grande meraviglia per noi) che loro non avevano percepito nessun vuoto dentro dovuto alla mancanza di qualcosa e che si erano sentiti sempre accolti ed amati. 

E che dire della nostra cara nuora che nella serata dell’addio al nubilato  alla domanda delle sue amiche: 

che cosa ti piace di più del tuo futuro sposo? 

rispondeva: 

il fatto che sia una persona umile molto concreta e profonda, capace di amare tanto perchè è stato tanto amato. 

Che bello!!! non poteva dire cosa più bella. 

Nostro figlio capace di amare grazie all’ amore ricevuto… 

che ricchezza per noi e per chi condivide  con lui la vita. 

Grazie Signore di averci fatto a tua immagine e somiglianza. 

Grazie per averci donato il tuo amore rendendoci a nostra volta capaci di amare. 

Grazie per averci dato la capacità di condividere il tuo amore in famiglia facendo si che si moltiplicasse . 

Tornando a noi:  

la famiglia cresceva, crescevano le esigenze sia materiali che spirituali . 

cresceva in noi sempre più la sensazione di essere avvolti in un vortice: 

noi al centro e quattro satelliti che ruotavano attorno a noi a velocità crescente 

Quanta bellezza! 

Quanta ricchezza! 

In contemporanea però aumentavano in noi le preoccupazioni, cresceva sempre più la consapevolezza  dei nostri limiti, sentivamo forte la necessità di ricentrarci come coppia, di fare luce sul nostro cammino. 

ci sentivamo svuotati, come due pile scariche che avevano bisogno di una ricarica. 

Eravamo avvolti da tanta ricchezza ma dentro una grande povertà. 

Era necessaria una svolta nella nostra vita. 

Cominciammo a ritagliarci dei momenti nostri, di coppia, 

come allontanarci dalla famiglia qualche giorno per gli anniversari, per fare memoria, per rinnovare la nostra scelta , per far luce sul nostro progetto. 

Questo però non bastava , eravamo assetati…la messa domenicale non ci bastava più, il nostro cammino di fede si era immiserito. 

Fu così che la provvidenza ci venne incontro, qualcuno stava già vegliando su di noi e avanzò la proposta di farci entrare in AQM. 

Dopo un periodo di riflessione , meditazione e discernimento arrivammo al 4 giugno 2010 alla firma della regola. 

La nostra seconda chiamata. 

Chiamata alla condivisione della fede con altre famiglie in cammino. 

Chiamata a  vivere la comunione come grazia ricevuta in forma di visibile condivisione e di reciproco sostegno. 

Un altro giorno importante da commemorare. 

Un grande dono. 

Una grande ricchezza per noi e la nostra famiglia. 

Una grazia ricevuta 

-Grazie signore per aver messo sulla nostra strada persone di fede che hanno saputo porgerci la mano e farci entrare a far parte di un progetto più grande e fecondo dove al centro ci sei tu e il tuo grande amore per tutti noi. 

-Grazie signore per averci tenuti svegli e di non aver permesso che il lume della nostra fede si spegnesse 

Nella regola di AQM nel paragrafo intitolato “la povertà” viene preso in esame l’aspetto della provvidenza del padre e della sobrietà che ci spinge a sapersi accontentare del necessario… 

noi ci siamo spesso chiesti: 

cos’è il necessario?? 

Riuscire a bilanciare il necessario dal superfluo è sempre stato un arduo compito. 

Crediamo però che essere in tanti in famiglia abbia aiutato sia noi genitori che i nostri figli ad un allenamento naturale alla sobrietà, si è in parte avvantaggiati, si impara in famiglia la condivisione che nasce da una necessità e non sempre da una scelta per poi diventare uno stile di vita. 

Spesso ci siamo sentiti in colpa nei confronti del mondo esterno alla nostra famiglia perché non avevamo la possibilità di andare incontro alle povertà sociali ma qualcuno ci è venuto incontro facendoci riflettere che la condivisione delle nostre risorse economiche l’abbiamo fatta in famiglia, con i nostri quattro figli, sostenendoli e accompagnandoli nel loro cammino di studi e in quelle iniziative che ci hanno aiutato ad educarli (vedi lo scautismo ecc. ecc.). 

Una ricchezza materiale condivisa che si è trasformata in una ricchezza più grande, 

la ricchezza dell’amore che si moltiplica. 

Ti ringraziamo signore per averci accompagnati nel discernimento continuo 

e per aver messo al fianco dei nostri ragazzi persone/educatori che ci hanno accompagnato nell’arduo compito di genitori. 

Ti ringraziamo per la fede che ci ha sostenuto e ci sostiene nei momenti di difficoltà/povertà. 

Sempre nella nostra regola si dice che la povertà non deve essere motivo di” “disperazione ……” 

Non nascondiamo che in alcuni periodi della nostra vita di coppia ci siamo trovati sul punto di perdere la speranza …..ma questo insegnamento e la certezza di essere accompagnati ci ha aiutato e tuttora ci aiuta ad andare avanti . 

Sapere che ci sono dei fratelli con cui condividere le nostre difficoltà, le fragilità umane e le nostre povertà spirituali , ci aiuta a non disperare e a confidare nella provvidenza divina. 

La comunità ci viene incontro in momenti come questo dove ci si può fermare a riflettere e ricentrare il nostro cammino di fede. 

I momenti di adorazione, di riflessione, rendono sempre più viva in noi l’immagine di Maria, capace di ”stare ”davanti alla sofferenza, al dolore della perdita, in silenzio, senza mai perdere la speranza. 

Ti preghiamo Signore affinchè anche noi impariamo a stare davanti alle povertà della vita senza disperare ma con la pazienza della fede. 

Ti preghiamo Signore di renderci sempre più assidui nella preghiera consapevoli che attraverso di essa possiamo orientare i nostri cuori . 

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La Strada

Preghiera AQM 09.06.26. La vera ricchezza

https://www.aqm-co.it/wp-content/uploads/2026/06/2026-06-09-Preghiera-di-AQM-A4-2.pdf

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AGESCI Identita’ di genere e orientamento sessuale e affettivo”

LA SVOLTA

L’Agesci: l’orientamento sessuale non sia motivo di esclusione nella scelta dei capi educatori

LUCIANO

MOIA

È un documento che arriva da lontano quello approvato qualche giorno fa dal Consiglio generale dell’Agesci e dedicato al tema “Identità di genere e orientamento sessuale e affettivo”. Un testo nel quale le guide e gli scout cattolici danno voce a un sentimento largamente diffuso nello scautismo italiano che parla di accoglienza e di inclusione delle persone omosessuali e transgender come strada privilegiata per «sostenere la nostra credibilità educativa dell’accoglienza e della cura, quando queste si aprono al riconoscimento pieno del vissuto personale ». Da qui la convinzione profonda che «nel profilo del capo cristiano educatore l’orientamento affettivo e l’identità di genere non possono costituire un criterio di esclusione nel discernimento». Ecco perché, spiegano, promuovere percorsi educativi volti al superamento di atteggiamenti e sentimenti discriminatori verso persone omoaffettive o transgender diventa esigenza irrinunciabile da parte dei capi Agesci.

Una scelta, dicevamo, che parte da lontano. Nel documento si pone, come data dell’inizio della riflessione, il 2019, con l’approvazione da parte del Consiglio generale del documento “La scelta di accogliere” in cui era già stata espressa la volontà di farsi carico delle storie personali di ciascuno, indipendentemente dall’orientamento sessuale. Nel 2022 poi il testo è servito come spunto per un sondaggio interno, finalizzato a creare momenti di ascolto rivolti alle persone Lgbtq presenti nel movimento o già usciti – capi, ragazze, ragazzi, comunità, famiglie – con l’obiettivo di raccogliere opinioni e testimonianze. Un’analisi coraggiosa su un campione vastissimo – gli iscritti Agesci sono circa 200mila da Nord a Sud, suddivisi in 1.800 gruppi – che non poteva essere messa in ombra. Quanto emerso – storie di esclusione e di sofferenza, pregiudizi e linguaggi non rispettosi – ha infatti convinto l’Agesci della necessità di andare avanti con coraggio sulla strada dell’inclusione. «Particolarmente significativi – si legge ancora nel testo diffuso ieri – sono i racconti di rover e scolte che hanno vissuto ostacoli nel proprio cammino verso la Partenza o addirittura inviti a lasciare il clan in ragione della propria identità o orientamento». Da qui la necessità di aprire spazi di dialogo, promuovere percorsi formativi più attenti, trasformare gli appelli all’inclusione da proclami formali e prassi vissuta e condivisa nei territori. Nessuno “strappo”, nessuna fuga in avanti, come qualcuno purtroppo ha già scritto a proposito di questo documento che certamente segna un punto di svolta dello scautismo italiano. Ma solo estrema coerenza. Sia verso gli statuti interni, soprattutto laddove si dice che l’impegno educativo deve porre al centro la dignità, la libertà e l’uguaglianza di tutti gli associati. Sia verso il cammino intrapreso dalla Chiesa, da “Amoris laetitia” alla Relazione finale del Sinodo dei giovani (2018) dove, tra l’altro, si sottolineava da parte dei giovani «l’importanza di sentirsi accolti e riconosciuti nella propria interezza, incluse le dimensioni affettive e identitarie della propria esistenza». Nel nuovo testo si parla opportunamente di «evoluzione consapevole dei nostri principi fondanti» per sottolineare la freschezza e l’agilità di una realtà ecclesiale che intende continuare a parlare ai giovani, a tutti i giovani, senza preclusione e senza steccati, superando pregiudizi e sedimenti, donando pienezza evangelica qui e ora a quel concetto di fraternità che appartiene da sempre al dna degli scout italiani.

Nel nuovo documento larga parte è opportunamente dedicata al tema della formazione che dovrà permettere al capo o alla capo «di abitare la complessità con lucidità e serenità, senza semplificazioni ideologiche o posizioni precostituite ». Facile intuirne i motivi. Per comprendere, discernere e accogliere le persone con diverso orientamento sessuale o diversa identità di genere è necessario un approccio formativo tutt’altro che agevole da mettere a fuoco. Da qui la necessità di inaugurare percorsi formativi «senza semplificazioni ideologiche o posizioni precostituite», fondati su elementi scientifici, biblici, teologici e pastorali per guardare alla realtà con profondità e competenza. «Ciò consente di essere accanto a ragazzi, ragazze e agli altri capi con uno stile autentico, capace di coniugare fermezza e delicatezza, autorevolezza e umiltà». Ma sarà importante, si fa ancora notare, curare il linguaggio, mettere al centro le storie personali, vigilare sulle dinamiche di gruppo, bullismo, esclusioni o derisioni. Obiettivo di sempre è quello di integrare, sostenere e accompagnare le persone che scelgono di affidarsi al mondo scout verso un futuro in cui ciascuno possa sentirsi accolto e riconosciuto.

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Il Consiglio generale approva un testo che rilancia l’impegno educativo all’accoglienza, puntando su formazione, ascolto e valorizzazione delle storie personali

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CAPI SCOUT GAY | Cosa resta quando si preferisce l’Arci al magistero della Chiesa

Vincenzo Sansonetti – Pubblicato 30 Maggio 2026

CAPI SCOUT GAY | Cosa resta quando si preferisce l’Arci al magistero della Chiesa

L’Agesci decide che i Capi scout, in nome dell’inclusione, ora possono avere qualunque “orientamento sessuale e affettivo”. Ma solo l’identità educa

“L’Agesci ha maturato la convinzione che nel profilo del capo cristiano educatore, l’orientamento affettivo e l’identità di genere non possono costituire un criterio di esclusione nel discernimento che le Comunità capi sono chiamate a esercitare quando una persona adulta chiede di entrare in associazione per svolgere un ruolo educativo”.


Ad affermarlo è l’Associazione guide e scout cattolici italiani (in sigla Agesci) nel documento Identità di genere e orientamento sessuale e affettivo, approvato nei giorni scorsi. Una decisione che ufficializza un riconoscimento avvenuto di fatto già da tempo, che nasce dalla “pedagogia dell’accoglienza” e dalla promozione “imprescindibile di percorsi volti al superamento di sentimenti e atteggiamenti omolesbobitransfobici”, perché tali sentimenti “costituiscono un ostacolo” all’inclusione e all’integrazione, negando la diversità. Insomma, come ha efficacemente sintetizzato un quotidiano, “Gli scout cattolici avranno capi gay”.



L’Arcigay approva entusiasta: “Finita una lunga storia di isolamento e discriminazione”, in cui “persone Lgbtqia+ sono state escluse, costrette a nascondersi, allontanate da un contesto educativo che avrebbe dovuto formarle alla comunità e ai valori”. Finalmente gli scout cattolici riconoscono che “l’orientamento sessuale e l’identità di genere non possono essere barriere per chi vuole educare, accompagnare, crescere accanto a ragazze e ragazzi”.

La conclusione è pirotecnica: “Oggi è una giornata importante, non solo per gli scout, ma per l’intero Paese. Un’associazione educativa così diffusa e radicata sceglie l’inclusione e manda un segnale chiaro: le persone Lgbtqia+ non sono un problema, sono una risorsa. Anche nel servizio educativo. Anche nelle comunità cristiane”.



In effetti l’Agesci è la più importante associazione giovanile in Italia, con 182mila aderenti, e certamente ne sono aspetti positivi la capacità di ascolto e l’accoglienza. Ma il punto è: a quale “comunità” e a quali “valori” si è educati?

Tutti noi siamo abituati a incontrare per strada questi ragazzi (maschi e femmine, ma si potrà ancora dire?) con cappellone, camicia azzurra (che li distingue dalle camicie verdi di un’analoga associazione laica), pantaloni corti, fazzoletto al collo. Aria simpatica, piglio  deciso, come non apprezzare il loro stile, in cui il gioco diventa educazione alla vita, stupore di fronte alla natura, vicinanza al Creato, rispetto per tutti, impegno per la pace? E il “capo” ha un ruolo decisivo: si propone come esempio, offre una testimonianza da seguire.

Ma in base a quali criteri, quali punti di riferimento? Non basta un generico, “buonista” richiamo ad essere generosi e disponibili. Nello Statuto, l’Agesci evidenzia che “l’Associazione, come iniziativa educativa liberamente promossa da credenti, vive nella comunione ecclesiale la scelta cristiana”, e nel suo sito si legge che il modello educativo “deriva da una visione cristiana della vita”. Ma è davvero così?

Parlare apertamente di identità di genere se, nonostante il Magistero e gli ultimi Papi abbiano più volte denunciato il grave rischio educativo e la “colonizzazione ideologica” operata dall’ideologia gender, in realtà contraddice la “comunione ecclesiale” e ignora “la visione cristiana della vita”. L’ha messo in luce l’associazione Pro Vita & Famiglia, che si chiede: “Cosa insegneranno i capi a bambini e adolescenti? Che ognuno potrà percepirsi di qualsiasi genere a prescindere dalla propria realtà biologica maschile e femminile?”, ignorando “qualsiasi insegnamento del Magistero e del Catechismo della Chiesa Cattolica, che dovrebbero invece essere i pilastri dell’attività di una associazione cattolica?”.

E poi: “I genitori sanno che pensano di mandare i propri figli in una realtà formativa e cattolica, ma poi quest’ultima vara documenti e progetti sull’identità di genere?”. Così facendo, si “tradisce la fiducia delle famiglie”, si mettono a rischio “migliaia di bambini che, dagli 8 anni in su, frequentano gli scout”.

Un ripasso storico fa capire cos’ha perso per strada l’Agesci, nata nel 1974 dalla fusione di due realtà preesistenti, la maschile Asci (Associazione scout cattolici italiani) e la femminile Agi (Associazione guide italiane). Chi era il conte Mario Gabrielli di Carpegna (1856-1924)? E chi erano le Aquile Randagie (1928-1945)?

Il conte, personaggio di spicco degli ambienti pontifici a cui affidarono prestigiosi incarichi ben quattro Papi, è il fondatore dello scoutismo cattolico italiano: oggi si sentirebbe ingannato di fronte alla deriva mondana della sua creatura. Aquile Randagie è il nome che si diedero gruppi clandestini di scout cattolici che, dopo la soppressione dell’associazione imposta dal fascismo, continuarono a vivere fino alla Liberazione il loro ideale. Lo fecero a loro rischio, aiutando ricercati, prigionieri fuggiti, renitenti alla leva, ebrei da condurre oltreconfine. In 17 anni misero in salvo più di duemila persone. Ben altra tempra rispetto ai contorcimenti ideologici attuali.

Alla caduta del fascismo, alcuni ex dirigenti genovesi dell’Asci auspicarono che la ripartenza avvenisse “nella Chiesa e colla Chiesa, in spirito di perfetta ubbidienza e sottomissione per la gloria del Signore e per l’educazione morale e religiosa della gioventù”. Posizione condivisa da molti.

L’allora assistente ecclesiastico don Paolo Pecoraro, citando un contributo che gli era giunto e che chiedeva fosse tenuto nel debito conto, mise in guardia dall’accettare ideologie e visioni del mondo “che non possono accordarsi con la nostra fede” e, in genere, “tutto ciò che verrebbe fuori se si prescindesse dalla formazione soprannaturale dei ragazzi”. Per poi aggiungere che “in uno scoutismo ben fatto” non possono mancare “attività propriamente religiose, altre di apostolato esterno, altre di formazione umana attiva”. Ricordando che “gli scout vanno a Messa, si confessano, ricevono l’Eucarestia, fanno gli Esercizi spirituali”. Queste erano le cose che contano. Oggi cosa conta?

Lo scautismo cattolico Benedetto XV lo definiva “santo apostolato”, mentre per Pio XII era caratterizzato da una “coraggiosa fedeltà alla Chiesa”. Ma è ancora così? Forse all’acronimo Agesci bisogna togliere la “c”. È più serio.

Rivoluzione

Agesci: «Via libera ai capi Lgbt». Una svolta discutibile

Decisione maturata – viene detto – in nome dell’«accoglienza». Che è sacrosanta quando riguarda la persona, ma non legittima ogni stile di vita

Paola Belletti

Paola Belletti

SCOUT, AGESCI

Scout Agesci|Imagoeconomica

29 Maggio 2026, 12:05

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Non so se anche a molti di voi l’uso-abuso di sigle e acronimi, quando non si tratti di Crsitogrammi, susciti un certo malcelato fastidio. Bene, è il momento di non celarlo più: facciamo come Elon Musk (pre MAGA), che tra le tante bizzarre decisioni alcune con impatto pericolosamente globale, ha imposto ai suoi collaboratori il divieto di usare acronimi e sigle. Parliamoci sempre apertamente, insomma. Potremmo chiedere lo stesso al consiglio generale dell’Associazione Guide e Scouts Cattolici Italiani, quelli dell’AGESCI che, proprio in nome di altre sigle ancor meno eufoniche, hanno votato all’unanimità l’ok perché persone dichiaratamente omosessuali o transgender possano fare le guide. Lo riporta ANSA che riprende le parole di Paolo Di Tota, delegato dell’associazione: «“Non abbiamo paura” di perdere iscritti e “per noi l’accoglienza è al primo posto nei confronti di chiunque, non facciamo distinzioni tra i ragazzi e le ragazze sarebbe strano farlo tra adulti”». Il documento approvato dal consiglio, «“Identità di genere e orientamento sessuale e affettivo”, (…) con una svolta storica, apre all’universo Lgbt la possibilità di fare le guide, transgender compresi».

In un altro passaggio delle sue dichiarazioni troviamo ampi riferimenti a principi forti per la vita da scout, ma non alla fede cattolica a cui ancora lo Statuto dice di volersi uniformare. «“Dal cammino fatto – prosegue – , è emerso che il rispetto e il riconoscimento sono ‘direzioni non trattabili’ e che è irrinunciabile l’esigenza da parte dei capi e delle capo di formarsi, alla luce della promessa, della legge e del patto associativo, per valorizzare la cura nei confronti della persona e per contrastare i pregiudizi derivanti dall’omolesbobitransfobia”.» Cosa intendano per rispetto e riconoscimento purtroppo è presto detto: non l’amore alla persona nella sua intrinseca dignità di creatura, amata e redenta da Cristo, non l’amore alla verità della sua vocazione e alla bellezza del suo magnifico e arduo sviluppo che implica la fatica della virtù. Piuttosto l’accondiscendenza, anzi l’aperta approvazione di stili di vita disordinati. Con le parole di Costanza Miriano, rubricista di punta del nostro mensile (qui per abbonarsi), crediamo che il punto non sia che una guida scout, come qualsiasi educatore, provi attrazione per lo stesso sesso.

La Chiesa sa – e lo dichiara nel Catechismo – che un numero significativo di «uomini e donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate» e che questa inclinazione, in sé disordinata, costituisce una prova. Vanno accolti «con rispetto, compassione, delicatezza», prosegue al punto 2358 e come ogni cristiano sono chiamati alla santità, unendo le sofferenze che questa tendenza non ordinata causa in loro a quelle di Cristo. Questa è e resta la visione cattolica della persona e in questa sono più che compresi rispetto e accoglienza rettamente intesi. «Il punto è se vive relazioni intrinsecamente disordinate, come le definisce il Catechismo, e lo fa pubblicamente, e rivendica il diritto a viverle. È ovvio che tutti gli educatori sono imperfetti e peccatori. Però non vanno dai ragazzi che cercano di educare rivendicando il diritto di essere irosi, accidiosi, lussuriosi, avari, superbi eccetera. Io propongo una soluzione. Chiamatevi AGESI. Togliete la C dall’acronimo, non pretendete più di essere cattolici e risolvete tutti i problemi».

IL TIMONE,fede e ragione 30.05.26

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COMMENTO ,La Redazione del Sito AQM

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Le questioni che riguardano le persone LGBTQIA+ rappresentano una delle sfide più significative del nostro tempo per le comunità cristiane. Esse toccano dimensioni profonde dell’esperienza umana: l’identità, l’affettività, le relazioni, il desiderio di essere accolti e riconosciuti nella propria dignità. Condividiamo questa serie di articoli con il desiderio di favorire una riflessione seria e rispettosa su questi temi, che suscitano interrogativi, sensibilità differenti e talvolta tensioni all’interno della Chiesa e della società. In un contesto culturale spesso segnato da polarizzazioni e incomprensioni reciproche, stereotipi e contrapposizioni, desideriamo contribuire a creare spazi di dialogo autentico e confronto onesto che abbiano al centro la persona umana. Sull’esempio di Gesù, siamo chiamati a coltivare uno sguardo capace di riconoscere nell’altro non un problema da risolvere, ma un fratello o una sorella da incontrare.

. La Redazione

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Il mago del Cremlino. Le origini di Putin

https://it.wikipedia.org/wiki/Il_mago_del_Cremlino_-_Le_origini_di_Putin

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Essere gay non e’ perversione

https://www.famigliacristiana.it/chiesa/essere-gay-non-e-perversione-per-la-prima-volta-la-voce-lgbt-entra-in-un-documento-vaticano-bvmd5hkl

segnalato da Milena e Giovanni Mottin

(articolo pubblicato da FAMIGLIA CRISTIANA)

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Le fiabe di Roby

Francesco e Leone


Sono le 11 di sera
Ho aperto Facebook e dal caos alcune parole si fanno spazio.
“La sera era scesa sulla via con quella quiete profonda che sembra appartenere non al tempo degli uomini, ma a quello degli alberi e delle stelle. Francesco e Leone camminavano. Le loro ombre scorrevano mute accanto alle pareti delle case, ora unendosi, ora separandosi di nuovo.
Francesco guardava il cielo impallidire oltre i tetti. Sentiva dentro di sé quella consueta inquietudine che nessuna preghiera riusciva a placare, il desiderio oscuro di qualcosa che non aveva ancora nome.
Leone lo osservò a lungo con i suoi occhi chiari e tranquilli.
«Tu soffri del desiderio della vita» disse infine a bassa voce. «E un giorno dovrai seguirlo.»
Francesco sorrise, amaro. «Eppure io ti invidio, Leone. In te tutto è pace, ordine, certezza. Io invece mi sento diviso come un viandante che abbia smarrito la strada.»
Leone scosse lentamente il capo.
«No. Tu non hai smarrito la strada. Tu sei una strada.»
Tacquero ancora. Da un giardino saliva il profumo della terra umida e il canto remoto dell’acqua in una fontana sembrava accompagnare i loro pensieri.
Allora Leone comprese con improvvisa chiarezza che quell’uomo così diverso da lui gli era diventato necessario. Non perché gli insegnasse delle verità, ma perché alla sua presenza egli sentiva emergere qualcosa che prima dormiva nel profondo della sua anima. Come se ogni vero incontro fosse un risveglio.
E gli parve che gli uomini si cerchino per questo: non per trovare riposo gli uni negli altri, ma per diventare, attraverso l’altro, più pienamente se stessi.
Francesco posò una mano sulla sua spalla. Era un gesto lieve, quasi fraterno, e tuttavia Leone sentì che quel momento avrebbe continuato a vivere in lui molto più a lungo di molte parole, di molti giorni, forse di intere stagioni della sua vita ondivaga.”
Dai, un quarto d’ora speso bene! Mi dico.
Poi chiudo i social, lascio il cellulare e vado a dormire.
Sul comò quel vetro spento riposa sopra un libro.
Narciso e Boccadoro di Hermann Hesse

a cura di Roberto Dalla Bona

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L'ascia nel cuore

In preghiera per affrontare ogni forma di discriminazione

da “Il Settimanale della Diocesi di Como” 30.04.26

https://www.aqm-co.it/wp-content/uploads/2026/05/sett-n.-17-30.04.26-p.-12.pdf