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L'ascia nel cuore

Indifferenza nuovo nichilismo

FILOSOFIA

L’indifferenza oggi è il nuovo nichilismo

La società contemporanea non nega necessariamente Dio: più spesso accantona la domanda sulla trascendenza. Ma questa scelta apparentemente neutrale finisce per trasformare il modo in cui l’uomo guarda a sé stesso, agli altri e al mondo

LUIGI

ALICI

Ci è stato insegnato che agli antipodi della trascendenza si stende l’esteso bassopiano dell’immanenza, e in un certo senso la distinzione mantiene sempre la sua validità. Tuttavia, quando si guarda alla trascendenza indugiando dentro le pieghe del vissuto, la contrapposizione potrebbe esprimersi anche in altro modo: se la trascendenza si può pensare come irriducibile differenza, voltarle le spalle equivale a soffocare la vita nell’indifferenza.

L’alternativa fra trascendenza e indifferenza ci pone dinanzi al bivio della vita: un bivio che in alcuni casi, in circostanze gravi e impegnative, s’impone come un vero e proprio ultimatum; il più delle volte, tuttavia, l’aut aut s’insinua dentro l’ordinarietà del quotidiano in modi discreti, quasi di soppiatto, finendo per strapparci risposte distratte e sempre effimere, che alla fine, però, diventano responsabili del nostro destino. (…)

A questo punto, prima di guardare più lontano, s’impone una domanda: può esserci un’ombra totale, capace di oscurare completamente la luce? Quale nome potremmo darle? La risposta è implicita nell’intero percorso: non esiste un’ombra totale. La luce è ovunque e proviene da lontano, le tenebre sono tentativi – drammatici e vani – di oscurarla, fabbricati malamente in “casa nostra”.

Possono avere tanti nomi, quante sono le forme di rifiuto della trascendenza, e tuttavia oggi sembrano riassumersi nell’indifferenza, forse il rifiuto più insidioso di tutti, perché subdolo e infido: rifugge dagli attacchi frontali, non “parla” mai a voce alta, predilige il mormorio che sparge il veleno della sfiducia, della diffidenza, dello scetticismo. L’elogio della trascendenza, soprattutto oggi, non è scontato e deve vincere le tentazioni dell’indifferenza. Se l’immanenza rappresenta un’alternativa esplicita, in quanto teorizza un principio, con cui finisce ultimamente per identificarsi, che è oltre ogni singolo ente ma non oltre l’intero, un’alternativa “tacita” è quella che fa sparire il problema, espellendolo di fatto, senza troppi discorsi, dal tessuto stesso dell’esistere.

Basta inoculare nei gangli dell’esperienza il veleno dell’indeterminatezza generalizzata, che interrompe la circolazione del pensiero. Ogni esperienza sarebbe fondamentalmente incommensurabile e relativa: relativa a chi la vive, a chi la vive in un certo momento e non in un altro, in un certo luogo e non in un altro… A quel punto, siamo a un passo dal trionfo indiscriminato del relativo, che possiamo tranquillamente chiamare relativismo. Un passo non dichiarato, però: affermando a chiare lettere che la verità non esiste, qualcuno potrebbe sempre chiederci se tale affermazione debba essere ritenuta vera. Il relativismo è il parente spensierato e più “digeribile” dello scetticismo dichiarato.

Siamo già agli antipodi della trascendenza: il relativismo è in-differenza alle differenze. Il duro messaggio che l’apocalisse riserva alla chiesa di Laodicea sembra interpretare, con un’attualità sconcertante, il senso profondo di questa deriva: «Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca. tu dici: sono ricco, mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla. Ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo» ( Ap 3,15-17).

Il testo denuncia, con una crudezza imbarazzante, un pericolo mortale, più grave di qualsiasi tiepidezza religiosa: la rottura della relazione fra la creatura e il creatore, collegata alla perdita di ogni differenza. Dietro il mito dell’autonomia assoluta («sono ricco, mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla») si nasconde un autoinganno diabolico, che conduce a un’idea “povera” di ricchezza e a una forma “infelice” di felicità. “Non lo riconosco più” – non a caso – è l’espressione amara con la quale di solito atto che una persona amica sembra non aver più bisogno di nulla e di nessuno.

L’indifferenza generalizzata arriva a erodere ogni margine di riconoscimento, e quindi di riconoscenza, smarrendo il senso profondo delle differenze: soprattutto tra vero e falso, bello e brutto, giusto e ingiusto, bene e male, e quindi, alla fine, persino la differenza fra finito e infinito, e quella fra essere e nulla. In un mondo in cui ogni esperienza è appesa all’esile filo del divenire e si risolve in un bagliore effimero, il nulla è l’inizio e la fine di tutto, come nell’episodio del volo notturno di un uccello, raccontato da Beda il Venerabile. Ricordiamo ancora Bonhoeffer di Resistenza e resa: «Gli idoli si adorano: e l’idolatria presuppone che l’uomo adori qualcos’altro. Noi oggi non adoriamo più niente, nemmeno gli idoli.

in questo siamo veri nichilisti».

La metafora sgradevole del rigurgito nauseante, in cui si coglie quella noncuranza pratica che è molto più di un nichilismo teorizzato, può essere simbolicamente collegata al secondo capitolo della Genesi, che si apre con la descrizione del giardino di Eden, dove il creatore ha fatto «germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare» (Gen 2,9), ponendo al centro l’albero della vita e l’albero della conoscenza del bene e del male.

Solo i frutti di quest’ultima pianta sono letteralmente indigeribili per il primo uomo e la prima donna, che pure hanno a disposizione tutti gli altri. Le creature umane non possono “mangiare la differenza” tra bene e male: non possono impossessarsene, negarla, metabolizzarla, sostituendosi ad essa.

È singolare che il primo libro della Bibbia metta in guardia da questo primo peccato e che l’ultimo libro ne ricordi gli effetti devastanti. se non vogliamo bere fino in fondo il calice amaro del “nichilismo attivo” di Nietzsche o della nausea sartriana dinanzi all’assurda gratuità dell’esistere, non resta che un atto di umiltà dell’intelligenza dinanzi all’altezza del mistero. L’anestetico dell’indifferenza, alla fine, non ci lascia mai com’eravamo: quando si appiattisce la propria vocazione, si modifica da cima a fondo tutta l’organizzazione ordinaria della vita; la relazione che ognuno di noi intrattiene con se stesso si riflette immancabilmente nell’intera “filiera” pratica delle relazioni con gli altri, con il mondo, con l’assoluto.

L’indifferenza è sempre autolesioprendiamo nista: insidia la verticalità personale. Se la trascendenza è la luce, l’indifferenza è il tentativo di oscurarla, che non può essere una conquista. L’infinito del nulla è il nulla dell’infinito. In-differenza, ovvero vivere (e morire) per nulla.

Volgendo in positivo il discorso, ne potremmo ricavare una duplice conclusione. Una prima conclusione riguarda il riconoscimento imprescindibile della trascendenza, come incontro fra l’atto di essere e la pluralità contingente degli enti. Dall’essere infinitamente trascendente dipendono le galassie e la polvere di Marte, le alghe e i boschi di conifere, le spugne e la mia cagnolina, l’esistenza dello schiavo schiantato nella costruzione delle piramidi e il narcisismo megalomane dell’uomo politico che gioca a fare la guerra. Quanto più si sale nella scala dei viventi, tanto più la dipendenza si fa evidente e polivalente, fino al punto in cui la massima evidenza riconoscibile si attualizza nel soggetto personale. (…) La persona che si scopre capace di apertura infinita aprendosi al mondo, è invece coinvolta direttamente – appunto, in prima persona – in tale atto. L’apertura infinita che l’essere umano scopre in se stesso si rivela come apertura di se stesso. L’infinito che abita il finito lo trascende. Da dentro. Ripensando alle tappe dell’intero percorso, si potrebbe dire: non c’è stupore senza meraviglia, non c’è esistenza senza eccedenza, non ci sono legami senza relazioni, non c’è intelligenza senza senso, non c’è libertà senza responsabilità, non c’è storia senza futuro, non c’è amore senza reciprocità gratuita. Eppure – ecco una seconda conclusione – la possibilità di neutralizzare praticamente la trascendenza appartiene di fatto alla nostra esperienza quotidiana. Se la “via lunga” del pensiero appare complessa, faticosa e a mio avviso impossibile da percorrere fino in fondo in modo esaustivo, possiamo essere tentati di fermarci, voltare le spalle all’intera questione, mettendola sistematicamente in coda nell’agenda quotidiana. È difficile accreditare un pensiero che anteponga l’oscurità alla luce, è più facile vivere semplicemente nella penombra, come se il problema non potesse mai avere l’attenzione che merita. L’infinito non è la maledizione del finito: è la sua benedizione, che ne garantisce la dignità.

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Il relativismo, la perdita del senso delle differenze e l’illusione dell’autonomia assoluta sono i segnali di una deriva che impoverisce l’esperienza umana

da AVVENIRE 20.08.26

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Discorso card. Zuppi in occasione delle esequie di Guccini

Attualità

Ecco il discorso che il cardinale Zuppi ha pronunciato alle esequie di Guccini

di Redazione

Il cardinale arcivescovo di Bologna ha recitato una preghiera di benedizione al 0termine delle esequie private del cantautore a Pavana. Qui il testo completo

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8 agosto 2026

Ecco il discorso che il cardinale Zuppi ha pronunciato alle esequie di Guccini
Un momento dei funerali di Francesco Guccini nel cortile della casa del cantautore Pavana, il funerale privato del cantautore e scrittore, scomparso nei giorni scorsi all’età di 86 anni 8 agosto 2026. ANSA/BENEDETTA DALLA ROVERE

Una benedizione e una preghiera del cardinale Matteo Zuppi hanno concluso le esequie private di Francesco Guccini, celebrate questa mattina a Pavana, sull’Appennino tosco-emiliano. Al termine della cerimonia la moglie del cantautore, Raffaella, si è commossa. Un lungo applauso si è levato dai partecipanti e dai fan che hanno atteso all’esterno per tributare l’ultimo saluto a Guccini. Accanto alla moglie c’erano la figlia Teresa e la madre Angela. Sulla bara, tra gli oggetti scelti per accompagnare il cantautore nell’ultimo viaggio, il libro “Maigret a Parigi” e un collage con le fotografie dei suoi gatti. Numerosi fan si sono raccolti lungo la strada a Pavana, aspettando il passaggio del feretro per salutare per l’ultima volta il cantautore, profondamente legato per tutta la vita a questi luoghi dell’Appennino.

Il cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, nel suo intervento alle esequie di Francesco Guccini ha ricordato il significato particolare della data del 6 agosto, giorno in cui è morto il cantautore. Zuppi ha sottolineato come il 6 agosto sia una data carica di significati: per la Chiesa è la festa della Trasfigurazione ed è anche l’anniversario della morte di Papa Paolo VI, deceduto il 6 agosto 1978. Il presidente della Cei ha poi ricordato un episodio che lega Guccini a Paolo VI, che già stato eletto al soglio di Pietro quando nel 1967 venne pubblicata “Dio è morto”, una delle canzoni più celebri del cantautore, che inizialmente la Rai censurò. Al termine del suo intervento Zuppi, in piedi accanto alla bara, ha recitato una preghiera di benedizione. Tutti i presenti si sono alzati in piedi. È stato uno dei momenti più commoventi della cerimonia: la moglie di Guccini, Raffaella, alla fine è scoppiata in lacrime e il cardinale le si è avvicinato per abbracciarla. Poi Zuppi e Raffaella sono rimasti insieme accanto alla bara, soffermandosi a guardare il collage delle foto dei suoi gatti, raccolte in una cornice.

Qui di seguito il testo pronunciato dal cardinale Zuppi.

«Non era un accordo così definito come quello che Francesco stabilì con Piero, circa l’impegno a tornare e a dare informazioni di prima mano sul dopo ma, una sera, parlando dell’ultimo saluto, Francesco disse che sarebbe stato contento della mia presenza, con annessi e connessi, per poi aggiungere che, qualora le parti si fossero invertite, lui avrebbe potuto, in Cattedrale o dove non so, presenziare con il suo saluto. Tocca a me. Credo, però, che tutti abbiamo qualcosa da dire a Francesco: non sappiamo con precisione, (con una certa presunzione ci illudiamo di volere e soprattutto capire tutto) cosa vedi, la pienezza di quella luce che in realtà hai intuito da qui e hai saputo scorgere nella bellezza struggente e infinita della vita.

Dicevi di te di essere “agnostico possibilista”. In ricerca. Una cosa è certa: ci sembra impossibile salutarti e misurare l’assenza, come hanno fatto tantissimi amici tuoi (quanti ne avevi!) che si sono sentiti tutti un po’ più soli. Assenza ma anche presenza. Abbiamo letto tante osservazioni, emozioni, tutte personali e positive, piene di umanità. Avviene sempre così nella poesia e nella musica, che donano parole ai sentimenti e generano sentimenti che parlano all’interiorità. La poesia e la musica generano sempre altra poesia e aiutano a far cantare il cuore. Te ne sei andato nelle «stanche, lunghe e oziose ore di agosto» (Canzone dei dodici mesi), con la discrezione e la riservatezza che sono sempre state tue, nascondendo in due sciocchezze quanto sei commosso e poi, in realtà, facendoci commuovere per come ti racconti. Abbiamo capito anche quello che stava urlando dentro di te per uscire, e abbiamo capito che bisogna scegliere in tempo, non arrivarci per contrarietà.

Anche il Signore non sopportava i dogmi e i pregiudizi che colpivano il prossimo, i nuovi protagonisti, i rampanti, i furbi e i prepotenti, i re, i militanti severi, la gente vuota, i preti che non sanno guardarsi nel cuore, i materialisti col chiodo fisso che Dio è morto e che l’uomo è solo in questo abisso, ma anche i giacobini visionari e i martiri dell’odio e del terrore, quelli che ti paralizzano dicendo che è per amore, i manichei che gridano o con noi o contro di noi. Le ideologie confondono, fanno male. Hai ragione. Servono giganti, e quelli che piacciono al Signore non sono i grandi di questo mondo ma quelli con il cuore grande, con tanta umanità, gratuita, che condivide e non calcola, che dona e non possiede. La poesia è sempre regalare tutto di sé. Discrezione, garbo, eleganza antica, timidezza ma radici di sapienza antica, “cresciuto tra i saggi ignoranti di montagna, che sapevano Dante a memoria e improvvisavano di poesia”.

Alieno all’esibizione, eppure delicatissimo nel comunicare. Parlando e riparlando del tempo e dei giorni andati, e del mistero del tempo che ha una spiegazione nei nostri legami di amore per cui è sempre vero per tutti che “io non sono quando non ci sei”. È la migliore definizione di Dio, perché Dio si capisce solo nell’amore, interrogandoci su quale sapore nuovo abbia l’universo, perché la domanda della vita è sempre proprio questa. Che l’oggi restasse senza domani o che domani potesse tendere all’infinito? Non si è rassegnato ad essere cattivo e non hai smesso di sognare e di cercare le ali. Questa domanda per Francesco, e per tutti, è l’intuizione che è porta apertissima nel cuore: Dev’esserci, lo sento, in terra o in cielo un posto dove non soffriremo e tutto sarà giusto e dove troveremo il per sempre.

«E la mia vita cade in altra vita ed io mi sento solamente un punto, lungo la retta lucida e infinita di un meccanismo immobile e presunto» (Vite). In questi termini amavi parlare della tua vita, ma non era retorica, era l’umiltà, contrario dell’hybris, che appartiene soltanto ai grandi, a chi non ha la supponenza e l’arroganza di avere raggiunto traguardi, ma si muove nelle strade della vita al pari di un pellegrino dall’andatura precaria. Ci hai parlato dell’«eterno gocciolare del tempo», del «rintocco scaglioso dei momenti» (Vite), della «musica dell’oggi che se n’è andato dove è andato l’ieri» e non sapremo mai dove (Un altro giorno è andato). Il tempo è «come quel male a cui non si dà il nome, un’ossessione circolare fra la volontà ed il non potere» (Canzone per Anna). Ti sei domandato – e tutti noi con te – «ma il tempo, il tempo chi me lo rende?» (Lettera) e anche come essere nel tempo, ad esempio quando l’uomo deve imparare a vivere senza ammazzare, amarissima considerazione che ha trovato drammaticamente in questi tempi tante ulteriori domande. La precarietà della storia e del tempo ti ha sempre arrovellato, mistero e tormento, come l’orologio che enfatizza ogni secondo. Non hai mai avuto la presunzione di trovare risposte definitive: ogni giorno, dicevi, «son lì ad aspettarmi le mie domande, il mio niente, il mio male» (Canzone per Piero).

L’etica dell’umano, la dignità della politica, allergica ai dogmatismi vuoti, proprio perché etica e con al centro l’umano, per non avere «paura del diverso e del contrario, di chi lotta per cambiare, paura delle idee di gente libera, che soffre, sbaglia e spera» (Canzone per Silvia); con il tuo don Chisciotte tu “fiero del mio sognare e di questo eterno mio incespicare”, ci hai costretto a chiederci «dovrei tirarmi indietro perché il Male ed il Potere hanno un aspetto così tetro? Dovrei anche rinunciare ad un po’ di dignità e accettare che sia questa la realtà?» per poi invitarci a «sputare il cuore in faccia all’ingiustizia giorno e notte». Non smette di stupirci la vita, com’è fatta e come uno la gestisce, e i mille modi e i tempi, poi le possibilità, le scelte, i cambiamenti, il fato, le necessità. Ora Francesco, come hai detto con parole struggenti a Van Loon – babbo Ferruccio, avrai «tanto tempo per pensare»; avevi «i bagagli già pronti da tempo, come ogni uomo prudente», troverai un tuo luogo, una tua storia, i tuoi libri, i vecchi amici e, finalmente, l’infinito (Van Loon).

Ma non ti mancherà il controcanto ironico che ti è sempre appartenuto e ti permetteva di comunicare leggerezza anche nelle circostanze più buie; e sorriderai ricordando agli amici che ritroverai e ti faranno una gran festa le parole che tu, come pochi altri, riuscivi a pronunciare con spirito pungente e insieme con garbo: «se e quando moriremo, ma la cosa è insicura, avremo un paradiso su misura, in tutto somigliante al solito locale, ma il bere non si paga e non fa male». E che Dio «ci sopporti, ci lasci ai nostri giochi, cosa che a questo mondo han fatto in pochi» (Gli amici). Shomèr ma mi-llailah, shomèr ma mi-lell, shomèr ma mi-llailah, ma mi-lell: sono le voci che hai fatto tue, brusìo e infinita eco di Dio. È la nostra realtà: sospesa tra la notte che sta per finire, vegliare sempre, insistere, ridomandare, senza stancarci. “Ora capisco il mio non capire, che una risposta non ci sarà, che la risposta sull’avvenire è in una voce che chiederà: Shomèr ma mi-llailah”. Oggi incontri la risposta, che in realtà era nella nostalgia, nella ricerca di luce e nello stupore per l’umanità che hai descritto nei tanti personaggi e incontri che ci hai fatto conoscere. Il dubbio era il modo di stare davanti alle cose senza barare, in modo integro. Non hai smesso di chiedere e di ascoltare. Chi fa sua la domanda dell’umano, scopre sempre la presenza di Dio. Traina, che so cara a Raffaella, agnostico lascio questa poesia postuma, che è anche una confessione di fede: “Quando starò davanti a te, Signore, se non perdonerai chi non si è unito al coro degli osanna, forse perdonerai chi ha confessato, Signore, di soffrire la tua assenza”. “Bisogna continuare a domandarsi, anche quando non c’è una risposta», dicevi. “Starem a veddre”.

Mi aiutano queste parole: “Stamane pensavo: il bambino nel ventre della madre sta caldo e probabilmente è felice. Crede che quel breve spazio tiepido sia un universo, ove nulla gli manchi. Dell’universo che conosciamo noi, che sospetto può avere lui? Nessuno? Ammettendo che ci si possa mettere in comunicazione col bambino che ancora non è nato, che nozioni potremmo dargli di quello che è un libro, una casa? Nemmeno la più piccola. Ci troviamo nella stessa situazione in rapporto al mondo dell’aldilà che si stende intorno a noi e che non raggiungiamo se non con la morte. In realtà stiamo anche noi dentro una cavità buia ove ci parliamo e noi non nasceremo che gridando, quando morremo. Allora scopriremo un universo d’una bellezza indicibile e passeggeremo liberamente in mezzo agli astri”.

Ecco, la fede dà parole e certezza a quell’intuizione dell’amore, del cuore, tutt’altro che palliativo, per cui “vogliamo ricordarti com’eri. Pensare che ancora vivi. Voglio pensare che ancora mi ascolti. Che come allora sorridi”. La risposta è Dio che non solo è dentro di noi ma anche fuori, è un Tu, è l’amore senza il quale non siamo e che oggi nel suo mistero si rivela.

 “Tu sei, lo so, ma dove, chi può dirlo?  In me ti rassomiglia ciò che vedo…. Lasciamo creder dunque che sei qui.  E quando verrà l’ora del timore chiuderà questi miei occhi umani, aprimene, Signore, altri più grandi per contemplare la tua immensa face e la morte mi sia un più grande nascere”. (Eugenio Montale)

Francesco è morto nel giorno della Festa della trasfigurazione, la gloria di Dio che si rivela nell’umano, nel giorno in cui ricordiamo Hiroshima e chiediamo che quell’orrore faccia scegliere consapevolmente la difesa e non il riamo, il dialogo e non lo scontro. Perché dobbiamo imparare a vivere senza ammazzare. È anche il giorno della morte di Paolo VI. “Ecco, mi piacerebbe, terminando, d’essere nella luce. Di solito la fine della vita temporale, se non è oscurata dall’infermità, ha una sua fosca chiarezza: quella delle memorie, così belle, così attraenti, così incomplete, così nostalgiche e così chiare ormai per denunciare lì loro passato irrecuperabile e per irridere al loro disperato richiamo. La scena del mondo è un disegno, oggi tuttora incomprensibile per la sua maggior parte, di un Dio creatore, che si chiama il Padre Nostro che sta nei cieli! Grazie, o Dio, grazie e gloria a te, o Padre in quest’ultimo sguardo mi accorgo che questa scena affascinante e misteriosa è un riverbero, è un riflesso della prima ed unica luce; è una rivelazione naturale di una straordinaria ricchezza e bellezza, la quale doveva essere una iniziazione, un preludio, un anticipo, un invito alla visione dell’invisibile Sole”. (Paolo VI)

Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome. Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi dànno sicurezza. Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici; cospargi di olio il mio capo. Il mio calice trabocca. Felicità e grazia mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita, e abiterò nella casa del Signore per lunghissimi anni. 

“Signore tu sei la vita senza fine nella patria per tutti gli uomini che tu stesso hai preparato. Tu sei la lampada della casa che illumina dolcemente, sei il giorno che non conosce tramonto; tu sei la luminosa stella del mattino. Tu sei la casa di tutti i poveri, gli stanchi e gli affaticati; tu sei il pastore del gregge disperso, che raduni dalla divisione, fonte di misericordia e di pace; tu sei dolcezza infinita. Tutti coloro che ti appartengono ti seguono là dove tu sei, e tu ci sei per sempre, non vai più via, dirigi in eterno la danza dei tuoi figli sui prati gioiosi”.  Chi ti appartiene, Signore? Chi è stato giusto, chi ha avuto fame e sete della giustizia, chi non ha smesso d cercarti.  (Quodvultdeus)

Benedizione

Padre delle misericordie e Dio di ogni consolazione, che ci ami di eterno amore e trasformi l’ombra della morte in aurora di vita, Sii tu, o Signore, il nostro rifugio e conforto, perché dal lutto e dal dolore siamo sollevati alla luce e alla pace della tua presenza. Ascolta la preghiera che ti rivolgiamo nel nome del tuo Figlio, nostro Signore, che morendo ha distrutto la morte e risorgendo ci ha ridato la vita; e fa’ che al termine dei suoi giorni Francesco possa andare incontro a Lui, per riunirsi ai nostri fratelli nella gioia senza fine, là dove ogni lacrima sarà asciugata e i nostri occhi vedranno il Tuo volto. Per Cristo nostro Signore».

Cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna

da Avvenire 08.08.26

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La salvezza è alleanza, non salvataggio

VERSO IL MEETING

Hadjadj: «La salvezza è alleanza, non salvataggio»

Il filosofo francese rilegge il racconto biblico del diluvio come una storia di responsabilità, libertà e speranza.

Riflette sull’arca e sulla necessità di ritrovare parole capaci di rendere possibile l’incontro, custodendo differenze e diversità

EUGENIO

GIANNETTA

Filosofo e scrittore, Fabrice Hadjadj insegna filosofia e letteratura a Tolone e il 24 agosto sarà tra i protagonisti del Meeting di Rimini, dove interverrà all’incontro “Per l’umano e per l’eterno: l’amor che genera”, insieme ad Anna Chiara e Gigi De Palo, Gabriella Gambino e Monica Santamarina. Uno degli spunti di partenza sarà il libro Noè. Cominciare alla fine del mondo (Libreria Editrice Vaticana, pagine 112, euro 12,00), in cui Hadjadj propone una rilettura del racconto biblico del diluvio, mettendo al centro il tema della distinzione come principio della creazione, dell’arca come luogo di custodia della diversità e dell’alleanza come promessa di speranza.

Nel suo libro, Noè è definito un «guastafeste» perché rifiuta di conformarsi allo spirito del suo tempo e invita a stabilire dei limiti. Che tempo è questo di Noè?

«Per elaborare il mio racconto mi sono basato sulla Bibbia, naturalmente, ma anche sulle più antiche interpretazioni rabbiniche, in particolare quella di Rashi di Troyes. Innanzitutto, c’è l’affermazione dello stesso Gesù in Matteo (24, 8-9): “In quei giorni che precedettero il diluvio, loro mangiavano e bevevano, si sposavano e davano in matrimonio, fino al giorno in cui Noè salì sull’arca; e non sospettarono nulla, finché non venne il diluvio e li portò via tutti”. Alcune traduzioni sostituiscono “gli uomini” con il termine “loro”. Eppure, qui, il “loro”, con il suo carattere indefinito, mi sembra molto importante. Gli uomini di “quei giorni che precedettero il diluvio” erano diventati impersonali, si abbandonavano a quella che era, più che una festa, una sorta di sbornia in cui stavano già iniziando ad annegare. Qual è il messaggio fondamentale della Genesi a loro riguardo (6, 12)? “Ogni essere vivente aveva corrotto la propria via sulla terra”. Non solo gli uomini, quindi, ma ogni “essere vivente”, allontanandosi dal proprio cammino, divergendo dalla propria natura. Ecco perché, nel Midrash, i rabbini ne deducono: “Questo insegna che la generazione del diluvio fece accoppiare animali domestici maschi con animali selvatici femmine, e maschi di animali selvatici con femmine di animali domestici, e tutti gli animali maschi con le donne, e gli uomini con tutte le femmine di animali…” Ecco cosa accadeva ai tempi di Noè: la commistione tra umano e non umano, selvatico e domestico».

Ecco perché lei sottolinea che Dio crea distinguendo le cose, mentre gli uomini del diluvio finiscono per confondere tutto, e descrive l’arca come uno spazio che preserva la diversità… «In nome dell’amore e della pace, tendiamo a parlare solo di unità, al punto da confondere la vera comunione con la fusione o l’osmosi. Ma la comunione è un’unione nella diversità. Lo stesso mistero della Trinità ci parla di un’unità assoluta della sostanza in una distinzione assoluta delle persone. Prima della prima parola creatrice, c’è il caos, l’informe e il vuoto. Dio crea parlando, ma anche sradicando l’uniformità iniziale, cioè separando: la luce dalle tenebre, le acque di sopra dalle acque di sotto, gli esseri viventi secondo la loro specie, l’uomo e la donna. Quando l’Eterno chiede a Noè di costruire l’arca, gli fornisce un progetto di costruzione, la cui architettura consente non solo la sopravvivenza, ma anche il ripristino delle differenze reali, sia orizzontali che verticali: “Disporrai quest’arca in compartimenti… costruirai un piano inferiore, un secondo e un terzo…”».

Dove vede oggi una confusione simile a quella del diluvio? Si tratta di una crisi ecologica, culturale, spirituale o di tutte queste cose insieme?

«Questo testo è un racconto, non un saggio. Il mio obiettivo è stato quello di aprire la Genesi, di ampliarne l’interpretazione, non di ridurla e applicarla alla nostra epoca. Naturalmente anch’io appartengo alla mia epoca, non ho potuto fare a meno di far emergere alcune risonanze, ma un narratore è lì innanzitutto per annunciare, non per denunciare. Non credo che ci troviamo in una crisi e nemmeno in una fase di decadenza. La decadenza presuppone che prima tutto fosse migliore. Il Vangelo, attraverso la parabola del buon seme e della zizzania, presenta la storia come un doppio sviluppo intersecato di bene e male. Tutte le dimensioni sono coinvolte: ecologica e culturale, materiale e spirituale, antropologica e cosmica. È del resto ciò che si vede nelle apocalissi sinottiche (come nell’Edipo re, d’altronde): uno squilibrio della natura impossibile da separare da un declino della cultura».

Lei scrive che costruire l’arca significa anche decostruire gli idoli.

«I papi Francesco e Leone XIV hanno parlato del “paradigma tecnocratico”, che rappresenta l’attuale forma di idolatria. Che cos’è l’idolatria? Formalmente, è il fatto di rendere a una creatura il culto che spetta solo a Dio. Perché gli uomini non sono mai atei: quando fingono di esserlo, iniziano automaticamente a divinizzare qualsiasi cosa. Può trattarsi di una squadra di calcio, di una dieta dimagrante, del proprio giudizio. L’idolatria consiste anche nell’affidarsi all’opera delle nostre mani (o piuttosto delle mani di una moltitudine di schiavi che teniamo nascosti). Facciamo realizzare una statua, un dispositivo, un’intelligenza artificiale, e ci si sforza di credere che quel prodotto sia più grande di noi e che risolverà tutto, come se la vita fosse un problema in attesa di una soluzione, e non un mistero che attende la nostra preghiera (lode o supplica). Con l’idolo, si tratta sempre di liberarci della dimensione drammatica della vita, della nostra stessa responsabilità e della nostra dolorosa verticalità».

Attraverso un commento rabbinico, lei mostra un Dio che non solo non dimentica gli animali, ma non dimentica nemmeno coloro che sono annegati nel diluvio. Cosa rivela questa immagine?

«Fino in fondo all’abisso, fino al nostro ultimo istante, Dio fa di tutto per venire a cercarci. Ma vuole il nostro consenso. La salvezza non è un salvataggio passivo, è un’alleanza. Dio non è solo un assicuratore o un pompiere, è un padre e uno sposo. Vuole la nostra libertà. Vuole dei figli, non dei sudditi. La sua grazia ci dona la possibilità di dire sì, fino in fondo. Ma è sempre possibile, fino in fondo, dire no. Così, nella tradizione ebraica, durante la Pasqua, gli anziani digiunano in memoria della morte dei primogeniti d’Egitto (uomini e bestiame). Fanno penitenza per la salvezza del popolo nemico. Si nota qualcosa di analogo nel bellissimo adattamento cinematografico dell’Odissea di Christopher Nolan: Odisseo non si sente degno di tornare a casa dopo la distruzione di Troia. Certo, lui ne è direttamente responsabile: quella distruzione è avvenuta grazie all’astuzia del suo cavallo di legno e al sacrilegio di una falsa offerta ad Atena. Resta il fatto che egli continui a pensare non solo ai propri soldati morti senza sepoltura, ma anche alla sorte dei Troiani e dei loro focolari. Aspira a una redenzione comune. Si chiede: “Perché a me è stato concesso il ritorno, e agli altri no?”».

All’inizio del suo libro scrive che gli uomini del diluvio non parlano più veramente: producono una «marmellata di sillabe», mentre Noè conserva «le parole dell’origine ». La crisi del linguaggio precede la crisi del mondo?

«La storia di Noè precede quella di Babele, dove la lingua è un tema esplicito e centrale. Con Babele ci troviamo di fronte a una standardizzazione tecnologica del linguaggio: tutti comunicano, ma nessuno entra in comunione, perché la parola non è altro che un codice che deve consentire di costruire una torre che disprezza ogni trascendenza. La pena è dunque la confusione delle lingue e la dispersione dei popoli, e questa confusione e questa dispersione sono positive, poiché hanno una funzione correttiva. Con l’episodio del diluvio, in relazione all’idea che ogni essere vivente si sia allontanato dalla propria via, evoco ciò che è l’opposto della standardizzazione tecnologica: una confusione sentimentale. Oggi, queste due deformazioni opposte della parola procedono di pari passo. Siamo esseri di parola. Perdiamo il senso del mondo insieme al senso della parola. Quando parlo della perdita della parola, tuttavia, non penso a un abbassamento del livello letterario. Penso alla perdita del vocativo. Penso al fatto che parlare, prima di dire qualche cosa riguardo a qualcos’altro, prima di fornire un’informazione, consista nel permettere un incontro».

da Avvenire 08.08.26

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I POVERI FANTI DI UN ILLUSIONE

I POVERI FANTI DI UN’ILLUSIONE

MARINA

CORRADI

Ottantaquattro sono rimasti (per sempre) a Ceuta, cioè in terra spagnola, dei cinquantamila che la notte del 31 luglio sono partiti per la folle invasione. «La Spagna è una porta aperta», promettevano i social. Dicevano che per un giorno passare la frontiera normalmente murata sarebbe stato un gioco da bambini.

Come ci hanno creduto in cinquantamila, in Marocco? La forza del messaggio che rimbalzava sui cellulari, gli amici che già avevano deciso: partiamo, e allora anche i più incerti si facevano coraggio, come perdere quella occasione d’oro? Chi abbia ispirato questo miraggio collettivo e perché, è un’altra storia. Ma guardatela dalla parte di quei diciottenni, ventenni marocchini, o dei coetanei arrivati lì dal Sudan, in fuga dalla guerra, manovali per due euro all’ora.

Sentono che chissà come, per via di una certa sentenza, la Spagna apre le porte. Basta arrivare nell’enclave di Ceuta e sei in Spagna, quindi in Europa. E allora le ore febbrili dei preparativi: custodie impermeabili per il cellulare, salvagenti, pinne, scorte di acqua.

Molti andranno a nuoto da Findeq, Marocco settentrionale, a Ceuta. Nei video di quella notte una folla immensa di ragazzi si riversa sulla costa, tra grida e auto date alle fiamme.

Ma la polizia marocchina stranamente non si muove. E dunque in migliaia tentano la via del mare, nero come l’inchiostro. Fratelli, amici si buttano insieme. Ci vorranno ore: bisogna saper nuotare molto bene, e avere fiato, tanto. Eccola che parte, l’incredibile armata dei ragazzi che sperano l’Europa: un tetto, un lavoro a dieci euro l’ora. Come da un messaggio fasullo si sia messo insieme questo esercito di poveri fanti, come liberamente, senza l’ordine di alcun generale, si siano buttati in una carica insensata, non è del tutto comprensibile

A noi, almeno, che stiamo dentro alla fortezza Europa, che questo stesso Mediterraneo lo solchiamo in barche a vela o in sontuose navi da crociera. E se avvistassimo un uomo in mare certo partirebbero i soccorsi. Ma per migliaia di uomini in mare? Davanti alle tv in salotto, la sera dopo, gli europei hanno la sensazione di una invasione barbarica, incontenibile, selvaggia. Chi l’ha organizzata, a che è servita, questa folata di paura nel caldo torrido dell’estate 2026, non si sa.

Ma io continuo a pensare a quelle migliaia di ragazzi che il 31 luglio hanno salutato le madri ed eccitati, quasi felici, sono partiti per la grande avventura. (A vent’anni non la si desidera forse l’avventura che sia una svolta di vita, la porta che si spalanca sul futuro?) Dunque si sono buttati in mare di notte, con vigorose bracciate. C’era la luna piena in queste sere, a rischiarare con il suo pallore le facce brune e gli occhi scuri dei ventenni marocchini o africani. E all’inizio, forse, è sembrato un gioco. Poi, con la fatica, i fanti all’arrembaggio di Ceuta hanno smesso di sorridere. I forti andavano avanti, ma già alcuni, senza fiato, chiedevano aiuto. Si è fermato forse un fratello, un amico, per poi annegare insieme? Non si è fermato invece chi, disperatamente, voleva riuscire. I sommersi e i salvati, e la luna a guardare.

Come poi sia finito l’assalto a Ceuta lo si sa, tutti spediti indietro in poche ore. Solo 84, dicevamo, sono rimasti là: all’obitorio, annegati. 84 ragazzi illusi da una follia, stanchi d’essere poveri, o già fuggiti da paesi in guerra. Ottantaquattro ventenni, ma anche sedicenni, colpevoli di avere fortemente, assurdamente sperato. Difficilmente potranno andare a piangerli a Ceuta, i padri e le madri. Sapranno solo che non sono tornati. E in quell’obitorio deve gravare un silenzio profondo, senza una visita, senza un fiore. Quei morti, figli di nessuno. E ripensando a quanto umana e giusta pietà ha suscitato a gennaio la sciagura di Crans Montana, vorremmo qualche parola di pietà anche per gli 84 di Ceuta, in fila sui lettini di metallo. Non erano figli nostri, ma erano ragazzi anche loro, figli anche loro. Nati, amati, andati a scuola, nella speranza di una vita buona. La porta della Spagna aperta, che un terribile scherzo. Ma guardo sul web le facce dei sopravvissuti, e penso ai caduti. Che Dio li abbracci, con i loro giovani sogni perduti.

Marina Corradi

avvenire 04.08.26

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EVENTI DI SANGUE E UMORI DELLA PIAZZA


Francamente fatico a capire la necessità di scendere in piazza a protestare per la morte di Abderra-him Fakir. Intendiamoci: ciò che è successo è grave. La perdita di una vita umana è sempre un dramma. Per di più se si tratta di una vita fragile, evidentemente disturbata da una sindrome psicotica, pericolosa per sé prima che per gli altri. E ancor di più se, a provocare il decesso, sia stato l’intervento delle forze dell’ordine: perché la divisa indossata dai servitori dello Stato li impegna ad essere sempre preparati e competenti nell’uso della forza pubblica, in specie se si tratta di difen-dere (e ovviamente non offendere) le perso-ne più deboli e vulnerabili. Le responsabilità della morte di Fakir andranno quindi accer-tate e sanzionate, al di là dello «scudo pro-cessuale» recentemente introdotto dal De-creto Sicurezza a tutela della reputazione degli agenti. Se lo Stato e le forze di polizia, per un malinteso senso di casta che si auto-difende, dovessero in qualche modo transi-gere sul dovere di verità, di giustizia e di di-gnità delle persone fragili, segherebbero il ramo sul quale stanno seduti. Premesso questo – che è ovviamente fonda-mentale –, ribadisco la perplessità: perché
scendere in piazza?Intravedo due seri motivi per non farlo. (1) Il primo è che l’umore della piazza è per definizione un puledro incline a scorrazzare al di là dei recinti della razionalità e del senso civico. Cosa puntualmente accaduta. Buona cosa è manifestare per la giustizia e per dare voce al grido di un fratello che non siamo stati capaci di ascoltare (ma allora mi chiedo quante volte al giorno, e per quanti altri fatti delittuosi, dovremmo farlo). Ma altra cosa – e questo rischio era evidente – è che la doman-da di giustizia e di dignità si tramuti in livore, e il livore in sentenza di condanna («poliziotti assassini», gridava la piazza) prima ancora di aver appurato i fatti. Appare più che plausi-bile che i due giovani poliziotti intervenuti al Pilastro abbiano sbagliato. D’altra parte, però, si deve considerare la complessità del loro intervento. I due agenti erano preparati a ca-pire e saper gestire un caso che, in tutta ap-parenza, pare sia stato una sindrome di «de-lirio eccitato»? Cioè una condizione a rischio di arresto cardiaco per tono iper-adrenergico, soprattutto in caso di pronazione forzata del soggetto (contenzione e ammanettamento a pancia in giù), manovra normalmente prati-cata dalle forze dell’ordine per ovvie ragioni di sicurezza. Ora, in caso di delirio eccitato il
protocollo medico prevede un intervento di sedazione (iniezione di ketamina o di mida-zolam, in vena o in muscolo) e successiva, rapida supinazione del soggetto (metterlo a pancia in su). Ma quel giorno, al Pilastro, un medico non c’era. Chiaro che ai tutori della forza pubblica, essendo in gioco la vita e la salute delle persone loro affidate, si deve co-munque chiedere di avere anche una com-petenza medica, con conseguenze penali se fanno degli sbagli. Però è del tutto evidente che la valutazione di quanto operato dagli agenti di polizia al Pilastro esige da parte di tutti estrema cautela, sofferta e prudente. Cioè l’esatto contrario dell’umore eruttivo della piazza. L’accostamento, poi, ai metodi brutali dei poliziotti americani dell’ICE, o a casi simili ma non sovrapponibili come quel-lo di George Floyd, appare decisamente forzato. (2) Da qui la seconda ragione per trattenere e non propiziare il garrire della piazza. Sap-piamo bene che esistono frange antagoniste e anarchiche, collegate in reti nazionali e in-ternazionali, che non aspettano altro che un pretesto qualsiasi per menare le mani contro le forze di polizia. C’è chi di mestiere fa lo sfa-scista, il provocatore e il sobillatore, con l’u-nico scopo di cercare lo scontro fisico. Nes-sun dubbio sulla limpidezza delle intenzioni dei familiari di Fakir e del sindaco bolognese Lepore, ma mi pare che l’idea di accendere una candela di speranza e di senso civico dentro una polveriera pronta ad esplodere sia stata fortemente ingenua.Perché allora scendere in piazza? Certo, c’è una spiegazione politica. La narrazione «Sta-to di polizia/neofascismo/ministro Piantedo-si/governo Meloni» porta certamente voti. Ma qui ognuno faccia la sua scelta e si prenda le sue responsabilità. A me urta quando vedo cavalcare fatti di cronaca, o mettere il cappel-lo su eventi di sangue, per ragioni di dividen-do politico elettorale. Sia che si tratti di un poveraccio spirato dentro la concitazione di un fermo di polizia, sia che si tratti di un gio-ielliere ingiustamente aggredito, al quale va tutta la nostra umana comprensione, ma non certo la licenza di modificare maldestramen-te il perimetro della legittima difesa, sancito da millenni di civiltà giuridica. Il tutto, di nuo-vo, per ingraziarsi la pancia spaventata e ri-bollente della piazza. Quell’altra, stavolta.

don Angelo Riva

da IL SETTIMANALE DELLA DIOCESI DI COMO. N 30,30 luglio 2026

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UNA PISTOLA COME SOUVENIR!


Lettera scritta da don Mimmo Battaglia (cardinale di Napoli) a commento del recente vertice della NATO ad Ankara.
In tale occasione è stata donata a ciascuno dei capi di Stato presenti una pistola come souvenir.
Da qui il commento senza mezzi termini del vescovo di Napoli.

Qui di seguito la lettera.
Lettera dell’ Arcivescovo di Napoli ai potenti della terra.
Ai potenti della terra, pace a voi!
Il male non arriva sempre sfondando una porta.
A volte entra in silenzio.
Indossa un abito elegante.
Sorride davanti alle telecamere.
Viene deposto in un astuccio, accompagnato da un biglietto, offerto con tutti gli onori.
E per qualche istante nessuno riconosce più il male, perché ha imparato le buone maniere.
È questo che mi ferisce nel gesto compiuto ad Ankara: non soltanto una pistola donata ai rappresentanti dei Paesi della NATO, ma la morte trasformata in cortesia. La possibilità di togliere la vita divenuta souvenir, memoria ufficiale, oggetto da esporre.
Abbiamo addomesticato le armi fino al punto di poterle regalare.
Questo è il vero scandalo.
Ci dite che si tratta di un simbolo. Ma sono proprio i simboli a educare il mondo. Arrivano prima delle leggi, penetrano più in profondità dei discorsi, insegnano silenziosamente ciò che una civiltà considera normale.
E quel dono insegna che il potere deve riconoscersi nel metallo di una pistola. Che un uomo importante è un uomo armato. Che tra governanti ci si può rendere omaggio consegnandosi, con eleganza, la possibilità della morte.
Sulla canna è stato inciso il nome di chi riceveva l’arma.
Ma ogni pistola porta sempre un secondo nome, invisibile.
È il nome dell’uomo contro il quale potrebbe essere puntata.
Il nome della donna che potrebbe restare senza marito.
Il nome del bambino che potrebbe attendere inutilmente il ritorno di suo padre.
Il vero destinatario di un’arma non è mai soltanto colui che la riceve. È il corpo sconosciuto che un giorno potrebbe incontrarne il proiettile.
Per questo non riesco a considerare quel gesto una semplice eccentricità diplomatica. Esso racconta un’idea del mondo. Un mondo in cui abbiamo imparato a misurare la sicurezza contando le armi, senza più domandarci quanta paura occorra seminare per custodirla. Un mondo che chiama equilibrio il terrore reciproco e pace l’intervallo durante il quale nessuno ha ancora sparato.
Da cristiano, non posso accettarlo.
Il Vangelo ci ha consegnato un’altra immagine del potere.
Cristo, nella notte in cui tutto avrebbe potuto spingerlo a difendersi, non mise un’arma nelle mani dei suoi discepoli. Mise un asciugatoio intorno alla vita. Si inginocchiò davanti a loro e lavò dei piedi stanchi.
Da una parte, un’arma offerta in piedi, tra uomini potenti.
Dall’altra, Dio inginocchiato davanti all’uomo.
Sono due civiltà.
Bisogna scegliere.
Noi cristiani non siamo ingenui. Conosciamo la violenza. La incontriamo nei quartieri abbandonati, nelle case dove manca il pane, nei corpi dei migranti, nei figli restituiti alle madri dentro una bara. Sappiamo che il male esiste. Proprio per questo rifiutiamo di renderlo elegante. Rifiutiamo di adornarlo, di lucidarlo, di trasformarlo in un segno di prestigio.
Un’arma non diventa innocente perché viene donata.
Non diventa muta perché non spara.
Non diventa umana perché porta inciso un nome.
Chiedo dunque a voi, responsabili delle nazioni, di non custodire quel dono come un trofeo. Non limitatevi a lasciarlo in una stanza, lontano dagli sguardi, come se bastasse nascondere un simbolo per cancellarne il significato.
Fate qualcosa di più difficile.
Rifiutate l’idea che la morte possa essere una forma di omaggio.
Dite pubblicamente che nessun patto tra popoli ha bisogno di riconoscersi in una pistola. Dite che la dignità di una nazione non coincide con la quantità di paura che riesce a produrre. Dite che la sicurezza non è il privilegio di chi può sparare per primo, ma il diritto di tutti a non essere colpiti.
E al prossimo vertice lasciate una sedia vuota.
Non per un presidente, non per un generale, non per un ministro.
Lasciatela per l’uomo senza nome che paga sempre il prezzo delle vostre decisioni. Per colui che non partecipa ai vertici, non firma trattati, non compare nelle fotografie, ma finisce sotto le macerie quando la diplomazia fallisce.
Guardate quella sedia prima di parlare di armi.
Forse allora comprenderete che la pace non è una debolezza da correggere, ma una responsabilità davanti alla quale inginocchiarsi.
Perché il potere che non sa inginocchiarsi davanti alla vita finirà sempre per inginocchiarsi davanti alle armi.
E quel giorno, per quanto solenni siano le cerimonie, avremo già perduto tutti.”
† don Mimmo Battaglia
Arcivescovo Metropolita di Napoli@inprimopiano

contributo di Roberto Dalla Bona

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STORIE DI VITA

Federica Cappelletti racconta il campione «Pablito» Rossi «Soffriva, l’ultimo giorno gli dissi: amore basta, vai. E lui andò»

  • Corriere della Sera
  • 06 luglio 2026


Corriere della Sera
06 luglio 2026
di Giovanna Cavalli
Matrimoni Paolo Rossi e Federica Cappelletti si sono sposati due volte: nel 2010 e poi nel 2020 alle Maldive, poco prima della morte di lui

Il giorno più felice. «Con Paolo tutti i giorni erano speciali, era meraviglioso anche stare seduti in giardino, mano nella mano, in silenzio. Sembra assurdo, però è stato bello pure vivere con lui l’intimità della malattia. Se possibile, in quei momenti l’ho amato persino di più. E lo amo ancora. Se mi dicessero che è sulla luna, partirei a piedi per andarmelo a prendere». Federica Cappelletti, 54 anni — giornalista, presidente della Serie A femminile professionistica della Figc — per 17 è stata compagna e poi moglie di Paolo Rossi, l’indimenticabile Pablito di Argentina 1978. Il carrasco (carnefice) do Brasil con la sua micidiale tripletta a Spagna ‘82. E per sempre l’eroe del trionfo mundial.
«Era il 2003. Con due colleghi avevo scritto il libro Razza Juve. Toccò a me invitarlo a Perugia per la presentazione. Gli davo del lei. Mi rispose brusco: “Non ho tempo, la saluto”. E buttò giù. Arrabbiata, pensai: “Bene. D’ora in poi per me sei morto”».
«Mi convinse un amico: “Rossi è uno gentile”. Richiamai. “Se mi risponde male giuro che lo ribalto”. Fui furba: “Qui a Perugia la aspettano tutti”. Accettò. “Va bene, vengo”. “L’ha promesso eh. Se mi dà buca dovrò cambiare città”. “Tranquilla, ci sarò”».
Fece i salti mortali. impossibile, irreale».
«Con la scusa di fare snorkeling, due ammiratrici quasi si infilarono nel nostro bungalow sull’acqua. Era un assedio. Come se io fossi invisibile. Paolo rideva, io mi arrabbiavo. Accanto a lui ho vissuto di luce riflessa ma non mi dispiaceva, ero serena».
«Da morire. Lo sono anche adesso che non c’è più. Delle altre donne, di tutti. Possessiva, quando sentivo che non mi apparteneva. Paolo per me è una cosa sacra».
«Oddio, un po’ furbino era. Gli piaceva piacere. Però era un uomo serio, corretto. La gente lo amava. Con lui era impossibile pure fare la spesa il lunedì. Lo fermavano di continuo. Ma Paolo non si seccava, anzi. “Devo essere grato alla gente”».
«Quando rivelai a mio padre che frequentavo Paolo, quasi non ci credeva. Lo adorava. Prima di morire mi ha detto: “Grazie per avermi portato Pallino”. Lo chiamava così. “Essere suo suocero è stato un onore”».
«L’ho conosciuto quando ne avevo 30, lui 46. Mai stato un problema. Paolo era giovane, vivo, divertente. Mi ha fatto vedere la vita in maniera diversa. Capire che volevo una famiglia, un figlio. Rispose: “Allora, non perdiamo tempo che non ho più vent’anni”».
«E completo. Non avevo bisogno di niente altro. Per Paoqueste cose. Quando arrivò in spiaggia e vide l’altare in riva al mare commentò ironico: “Sarà per un matrimonio tra russi”. Invece era il nostro. Quel giorno siamo stati davvero più felici che mai».
«Già alle Maldive aveva sempre mal di schiena. Era dimagrito. Un giorno, mentre camminava, di colpo gli caddero a terra i pantaloni. Erano diventati troppo larghi. Chiaro che c’era qualcosa che non andava».
«Fece una Tac d’urgenza. Gli scoprirono un tumore al polmone. Paolo aveva fumato sì, per un periodo, però nemmeno tanto. Fu un duro colpo. Ma eravamo convinti di farcela, insieme. Ci dicevamo: “Vinceremo questo nostro mondiale”».
«Mantenere il segreto per quei nove mesi è stato faticoso. Non dissi niente nemmeno ai ragazzi dell’82. Marco non me lo ha mai perdonato. Qualcosa aveva intuito. Chiedeva: “Dimmi la verità”. Ma io gli rispondevo che sì, Paolo non stava bene, ma era tutto sotto controllo. Lui non voleva vedere nessuno e io ho rispettato il suo desiderio».
Non andò come speravate. «Paolo è stato pure sfortunato.
Le ammiratrici «Arrivarono a spiare nel nostro bungalow sul mare fingendo di fare snorkeling»el 1982. Fu il capocannoniere assoluto

«Il giorno dell’evento c’era sciopero degli aerei. Paolo era in Bulgaria per una partita di beneficenza. Prese l’unico volo disponibile — per questo la nostra seconda figlia si chiama Sofia — per Verona. Da lì un taxi per Milano. E in auto fino a Perugia. Arrivò solo con mezz’ora di ritardo. Quando lo vidi gli dissi: “Da questo momento puoi chiedermi ciò che vuoi”. Mi colpì il suo sorriso bellissimo. E la semplicità».

«Lo avevo incontrato a 6 anni, con mio padre e i miei tre fratelli, tutti pazzi per il calcio. Fu gentilissimo. Mi accarezzò la testa, diventai viola».

«Mi richiamò dopo qualche tempo per invitarmi a cena, in Valdarno. Ero impegnata. Lui corteggiatissimo. Però: “Come faccio a dirgli di no?”. Ci andai. E da quella sera ci siamo innamorati follemente. Come due ragazzini. Non capivo più niente, eravamo tipo due calamite. Ci siamo baciati. Ormai persi. Provai a stargli lontana. Mi pareva una storia lo ho lasciato amici, famiglia, lavoro. Era la mia isola felice».

«Veniva da un periodo difficile. All’inizio non si sentiva pronto, ma Bearzot credeva in lui e questo lo spinse a fare bene. Voleva vincere per ripagare la sua fiducia. La sera il ct gli mandava di nascosto una tazza di latte con i biscotti per fargli mettere peso».

«Tardelli e Cabrini, loro tre erano legatissimi. Quando ci siamo sposati Antonio mi disse: “Te lo consegno”. Era un gruppo unito, mi sono stati tutti molto vicini, li sento spesso».

«Sempre per la mia gelosia. Una volta gli arrivò un messaggio di una donna sul telefonino. Risposi io, fingendomi Paolo. E scoprii che lui era innocente, non ne sapeva niente. Glielo confessai, rise».

«Li lasciava ovunque per casa, sotto un vaso, sul comodino. E lettere d’amore lunghissime. Scriveva pure molto bene».

«Gli regalavo fiori».

«No, era andato via da casa a 14 anni. Ritiri, allenamenti. Non ha mai voluto diventare allenatore, anche se ha avuto richieste importanti. “Mi basta quello che ho e che ho avuto”. Era un puro».

«Ancora gli arrivano lettere da ogni parte del mondo. Quando è morto mi telefonò Falcao. “Noi brasiliani per Paolo abbiamo pianto due volte: quando ci ha distrutto nell’82 e adesso che se n’è andato”».

«Alle Maldive. Organizzai tutto io, era una sorpresa. Non sapevo perché ma sentivo che dovevo farlo. Sono partita con l’abito da sposa, pantaloni e camicia di lino per lui e i vestitini da damigelle per le bambine nascosti nella valigia. Sulla stessa isola incontrai Michelle Hunziker, mi prestò il truccatore. Per caso c’era pure Trapattoni in vacanza. A Paolo dissi che dovevamo fare delle foto per il resort. Lui odiava Si è rotto il femore e questo ha rallentato le cure». Quell’ultimo gesto.

«Mi portai la sua mano sulla testa. Volevo sentire la sua protezione. Sapevo che mancava poco, che l’avrei perso». L’addio.

«Il momento del congedo è stato difficile. Paolo non se ne voleva andare. Ma soffriva troppo, ballava nel letto. Allora gli ho detto: “Amore, adesso basta, vai”. Ed è andato».

«Mi manca tanto, però lo sento sempre qui con me, in ogni momento. Come se fosse entrato in me e vivesse con me. Le nostre figlie me lo ricordano tanto, ogni giorno. Lo riconoscono anche loro: ”Quando parli, mamma, è come se parlassi anche per papà”. Sofia poi è la sua fotocopia, la chiamano Paolina. Paolo mi è rimasto dentro, non mi sento mai sola».

«Nemmeno ci penso, non ne sento la necessità. Quello che ho provato per Paolo è unico, non c’è stato prima, non ci sarà dopo».

«Una persona straordinaria, buona, sensibile. Con lui tutto diventava magico. Era un angelo».

Publication:Corriere della Sera

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LGBTQ+ :evitiamo gli eccessi


STELLA POLARE | di don angelo riva

Perdurano i «rumors», in giorni di
Gay Pride e di aperture dell’AGE-
SCI (lo scoutismo cattolico) alla
presenza di capi educatori con
orientamento omosessuale o va-
riabilità di genere. «Rumors» proseguiti
questa settimana, dopo che, sullo scorso
numero del Settimanale (pag. 2 e 31), si è
cercato, in maniera spero non maldestra,
di mettere qualche punto fermo sulla que-
stione. Il nocciolo del tema sta in questo:
dobbiamo continuare a considerare la re-
lazione fra un uomo e una donna, aperta
alla procreazione, il modello elementare e
basico della sessualità, del matrimonio e
della famiglia, oppure dobbiamo dire che
si tratta solo di una delle tante varianti pos-
sibili dell’amore polimorfo, tutte ugualmen-
te valide sul piano del valore? Il legame
uomo-donna-generazione è solo un co-
strutto socio-culturale, o gli appartiene
qualcosa di unico e singolare, che ha a che
fare con la natura umana?
Nell’attesa dell’ulteriore sviluppo di questo
dibattito, potremmo però metterci d’accor-
do, perlomeno fra noi cattolici, su un paio
di eccessi sicuramente da evitare. Per
esempio: non sarebbe meglio evitare la di-
zione «LGBTQ+»? E’ un acronimo confusi-
vo, che mette insieme cose fra loro troppo
diverse. Un conto, infatti, è l’orientamento
sessuale («L» e «G», nell’acronimo): preva-
lentemente di questo dovremmo occupar-
ci. Già il transex e il transgender («T»), ossia
il tema del cambiamento di sesso e della
disforia di genere, sono realtà molto diver-
se, con risvolti anche di patologia clinica, e
meriterebbero un differente approccio. Se
poi andiamo sul bisessualismo («B») o l’i-
dentità sessuale stravagante («Q», cioè
queer), non vedo come queste realtà pos-
sano accordarsi con una corretta antropo-
logia cristiana: sono più che altro frutti del
relativismo sessuale dei costumi moderni.
Lasciamo quindi agli altri di usare la sigla
«LGBTQ+». Il «+» dell’acronimo spalanca a
troppe cose: nel pacchetto «l’amore non ha
sesso, il brivido è lo stesso» – canzone san-
remese di qualche anno fa – finiremmo per
dover includere anche la poligamia, il po-
liamore, lo scambismo…e andate avanti
voi.
Secondo eccesso da evitare: ci sono delle
richieste, avanzate dai vari «Pride», total-
mente irricevibili. Tipo la legalizzazione
della «maternità surrogata» per poter dare
un figlio alla coppia omosessuale (maschi-
le). E’ in gioco qui una evidente sgramma-
ticatura dell’umano elementare, sulla quale
che senso ha essere aperti e inclusivi? La
dignità di un bambino implica il rispetto
della sua identità biologica e gestazionale,
che non può essere sacrificata al sogno di
paternità di una coppia naturalmente infe-
conda. E poi come si concilia la dignità del
corpo femminile con l’affitto, temporaneo
e prezzolato, del suo ventre proletario, per
incubare, manco fosse un forno, un prodot-
to dell’ingegneria procreatica commissio-
nato da soggetti danarosi? E qui vorrei
esprimere un rincrescimento. Il mondo
scout, al quale appartengo, è sempre stato
una realtà anticonformista e controcorren-
te, capace, in nome dell’umano, di sfidare i
poteri forti e i «pensieri unici» delle ideolo-
gie disumane. Ora, come si fa a non vedere,
nella pratica della maternità surrogata
(ideologicamente ridipinta come «solida-
le»), una manifestazione spudorata e pac-
chiana del più bieco turbo-capitalismo bor-
ghese, che col potere dei soldi e della tec-
nologia presume di non avere limiti e di
potere tutto? Rincorrere le teorie della «flu-
idità di genere» (che hanno basi filosofiche
e scientifiche molto discutibili) rappresen-
ta oggi una delle massime espressioni del
conformismo di massa e del politicamente
corretto. Penso che il compito di un corret-
to discernimento sarebbe anche quello di
non andare dietro all’onda e di non farsi
portare dalle maree culturali. E se non sono
gli scout a farlo, chi altri?

don Angelo Riva

da IL SETTIMANALE DELLA DIOCESI DI COMO N 25, 25.06.26

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LA SANITÀ NON SOMMINISTRA MORTE

IN RECIPROCA DIPENDENZA

GIUSEPPE

ANZANI

Due processi sul fine vita, ieri, in Corte costituzionale. L’uno sui trattamenti di sostegno vitale, tema che per la terza volta torna a farsi soglia del suicidio accessibile. L’altro sulla legge 26/2025 della regione Sardegna, dedicata al “suicidio sanitario”. Sullo sfondo, una storia di giurisprudenza costituzionale sull’art. 580 del Codice penale: non viene più punito chi aiuta un suicida che è affetto da malattia irreversibile, fonte di sofferenze intollerabili, tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale, pienamente capace di prendere decisioni consapevoli.

La norma, che fuor di questa eccezione resta presidio della vita umana, dopo la mutilazione parziale del 2019 (sentenza 242) è stata riportata in sala operatoria per forzare la condizione della dipendenza dai sostegni vitali. Pareva chiaro, in origine, trattarsi di respiro, di circolo, e sia pure di nutrizione e idratazione artificiale, e simili; cioè a quei presidi mancando i quali la vita si spegne. La successiva sentenza 135 del 2024 riempì d’altro il paniere terapeutico “vitale” affiancando ai trattamenti le “procedure” (fatte da infermieri o caregivers familiari, con qualche realistico esempio di evacuazione manuale, di inserimento di cateteri urinari o aspirazione del muco dalle vie bronchiali). Cose che in concreto occorrono alla vita, e se omesse conducono alla morte. Una rilettura disomogenea, ma neppure bastevole a evitare una nuova sala operatoria nell’anno successivo (sentenza n.

66/2025) per dire che il sostegno vitale può anche non esserci perché rifiutato in anticipo.

I eri la questione si è posta di nuovo, perché per i fautori della libera morte volontaria questo requisito della dipendenza da quel dato oggettivo è un impaccio, una remora. E ha un bel dire, la Corte, ogni volta che si piccona la breccia con le ordinanze di rimessione, che c’è il rischio di abusi a danno delle persone deboli e vulnerabili, e che le «persone malate, depresse, psicologicamente fragili, ovvero anziane e in solitudine» potrebbero essere «facilmente indotte a congedarsi prematuramente dalla vita», invece che richiedere le cure, cui hanno diritto. E se finalmente irrompe la parola “cura” vien da fare un’osservazione paradossale: che la vita, la nostra vita, la vita di ciascuno di noi, malato o sano che sia, dipende da ciò che gli altri fanno per noi. Curioso che la sentenza 135 del 2024 accomuni sanitari e caregivers “familiari”: ma è la profonda inespressa intuizione del vero, che “la vita sono gli altri”, la vita è il nostro reciproco prenderci cura, in reciproca dipendenza; e se ciò manca si muore, ci sono molti modi di morire, anche da vivi, nel clima dei reciproci abbandoni.

La questione della legge 26/2025 della Regione Sardegna, così simile nel suo impianto alla legge della Regione Toscana, già passata al vaglio della Consulta con una sentenza di illegittimità costituzionale parziale, si presta a un ragionevole pronostico di ripetizione del già detto, di cui vorremmo rammentare il punto essenziali. Le Regioni possono «dettare norme a carattere meramente organizzativo e procedurale » ma le norme civili e penali di sostanza può farle solo lo Stato. Vuol dire che non possono introdurre come “legge” quella stessa “disciplina” detta dalla Corte (le quattro condizioni necessarie a scriminare l’aiuto al suicidio). Singolare davvero questo punto, e rivelatore della relazione fra l’autore delle leggi (il Parlamento) e il giudice delle leggi (la Corte costituzionale). Quest’ultima dice che la “sua” disciplina posta nel 2019 sull’art. 580 non può esser cristallizzata in “legge” come fanno le Regioni che la richiamano, perché il potere dello Stato non è usurpabile. Ciò dovrebbe riportare a chiarezza (e purezza giuridica) il senso della modifica apportata nel 2019 dalla Consulta all’art. 580 «in certe situazioni e a certe condizioni».

Il target non è il diritto del suicida a essere aiutato a uccidersi (nessuno potendo essere obbligato a praticarlo) ma l’esonero da pena dell’aiutante nei casi definiti. Così vi si intreccia l’invito, detto e gridato in tutte le pronunce, al Parlamento perché stabilisca lui, come a lui solo compete, le regole acconce. Anche diverse da quelle che la Corte affermò in quella sua originaria decisione. L’inerzia del legislatore si fa ignavia se non si dà cura di proteggere la vita dei malati e dei fragili o lascia trasformare la sanità in un ufficio che somministra la morte.

Giuseppe Anzani

Da AVVENIRE 24.06.26

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-------------- L'ascia nel cuore

SCAUTISMO CATTOLICO E LGBTQ +


Scoutismo cattolico
e «LGBTQ+»


stella polare | di don angelo riva


Orientamento sessuale e iden-
tità di genere non sono più
un impedimento, per fare il
capo scout educatore di gio-
vani e ragazzi?
Domanda sfidante. Ce la rivolge la lettera
che trovate pubblicata a pag. 31 di questo
giornale. Rimando lì per una risposta più
direttamente attinente al mondo scout.
Vorrei qui soltanto porre alcuni punti fer-
mi della questione.
Il tema è anzitutto l’accoglienza e l’inclu-
sività nei confronti delle persone con
orientamento omosessuale o disforia di
genere. Chiaro che i gruppi cattolici – e
tanto più una realtà come l’AGESCI, per
definizione realtà aperta, plurale, «di con-
fine» rispetto all’identità cattolica – devo-
no essere aperti a tutti, e capaci di racco-
gliere la sfida del confronto con ogni di-
versità, singolarità, storia personale. Anzi,
già quel «nei confronti di» segnala che
stiamo partendo col piede sbagliato: come
se si trattasse di soggetti strani, o in qual-
che modo non normali. In realtà gay e le-
sbiche sono persone amate da Dio e figli
della Chiesa, e hanno il diritto e il dovere
di sentirsi a casa nella comunità cristiana.
Hanno anche il diritto – e questo è il ver-
sante socio-culturale della battaglia con-
tro l’omofobia – di non essere più oggetto
di ingiuste e odiose discriminazioni a mo-
tivo del loro orientamento sessuale (vio-
lenze fisiche o verbali, penalizzazioni nel-
le carriere o negli ambienti di lavoro etc.).
Cose, peraltro, un tempo vistosamente
presenti anche nelle comunità cristiane
(che erano specchio della società civile del
tempo), ma di cui oggi fatico francamente
a trovare tracce consistenti nelle odierne
comunità cristiane. Ad ogni modo, il tema
dell’inclusività e del confronto con le di-
versità è certamente all’ordine del giorno,
non solo dell’AGESCI, ma della Chiesa
tutta.
Precisato questo, rimane però da dire che
eterosessualità e omosessualità non sono
uguali sul piano del valore. A dirlo sono
tre dati di realtà inaggirabili. Affermando
i quali non si pecca di discriminazione: al
contrario, cadremmo nell’egualitarismo,
se li dovessimo ignorare.
Il primo dato di realtà è che l’omosessua-
lità non genera figli. Se non ricorrendo ad
acrobazie tecnologiche (tipo la maternità
surrogata), sulla cui disumanità c’è poco
da discutere. Il secondo dato di realtà ri-
guarda la relazione omosessuale. La ricer-
ca scientifica, psicologica in particolare, ci
ha molto aiutati a metterla meglio a fuoco,
contribuendo a ridefinirne il senso (un
tempo catalogato senza distinzioni come
«vizio» di sodomia). Sappiamo perciò oggi
che una relazione omosessuale può essere
espressione di vero amore, affetto, cura re-
ciproca, condivisione di vita. Dentro di es-
sa, però, l’azione omoerotica – letta nella
prospettiva del linguaggio del corpo ma-
schile e femminile, e priva com’è dell’aper-
tura procreativa – conserva un inelimina-
bile e intrinseco disordine oggettivo. Co-
me tenerne conto? Quanto cioè questo
disordine oggettivo configura anche una
colpa soggettiva, ossia un peccato?
A questo riguardo il «minimo sindacale»,
secondo la morale cattolica, è di non auto-
assolversi e di non presumere di essere già
a posto, ma di tenere aperto un «discerni-
mento personale e pastorale» (compiuto
cioè in confessione con un pastore della
Chiesa), così come chiesto dall’Esortazio-
ne Amoris laetitia di papa Francesco (n.
300). Resta infine il fatto – terzo dato di re-
altà – che una coppia omosessuale, man-
cando del dimorfismo corporeo maschile
e femminile e della capacità procreativa,
non può celebrare un matrimonio sacra-
mentale: non può essere segno dell’amore
di Cristo per la Chiesa. Restano ovviamen-
te le possibilità previste dalla legislazione
civile, dove si oscilla, a seconda degli Stati,
fra il matrimonio civile e i sistemi di regi-
strazione pubblica (le «unioni civili»).
Riassumendo: accoglienza e inclusività
per tutti, ma figli (FI), sesso (S) e sacra-
mento (SA), rimangono tre differenze di
valore non aggirabili, fra eterosessualità
ed omosessualità. Di cui tener conto, se
vogliamo che i percorsi di inclusione e di
accoglienza avvengano nel perimetro del-
la verità umana e dell’antropologia cristia-
na, e non diventino invece adeguamento
al qualunquismo de «basta l’amore», e
conformismo agli stereotipi mondani del
«gender fluid». Notate che non ho ancora
risposto alla questione del poter fare o no
il capo, e su questo rimando a pag. 31. Ma
i punti fermi di un discernimento mi sem-
brano quelli esposti. Naturalmente il mio
è solo il parere di un giornalista e teologo
morale. Pronto quindi a fare marcia indie-
tro, se il Magistero della Chiesa mi dicesse
che mi sto sbagliando. Ma la mia doman-
da è: sono solo mie «fisse», o dobbiamo
tener ferma questa FI.S.SA?

da IL SETTIMANALE DELLA DIOCESI DI COMO N 24. 18.06.26


LETTERE E CONTRIBUTI


Lettere al direttore


Carissimo don Angelo,
Le scrivo da persona che allo
scautismo cattolico deve molto.
Non intervengo quindi da os-
servatore esterno, né con spirito
polemico fine a sé stesso, ma con la preoc-
cupazione di chi ha conosciuto dall’interno
la forza educativa dello scoutismo quando
esso sa essere davvero ciò che promette:
una strada di crescita umana e cristiana
dentro la Chiesa, non ai margini della sua
proposta. La recente discussione interna
all’AGESCI sul tema dell’identità di genere
e dell’orientamento sessuale dei capi edu-
catori merita, a mio giudizio, una riflessione
franca. È una vicenda che non riguarda sol-
tanto l’associazione scout, ma scoperchia un
clima più ampio, presente anche nella no-
stra Diocesi, dove certe sensibilità pastorali

  • penso, ad esempio, alla nota e ben pubbli-
    cizzata “Equipe LGBTQ+” – sembrano tal-
    volta assumere categorie e linguaggi più
    mutuati dal dibattito culturale contempora-
    neo che dalla tradizione cristiana.
    Lo dico con chiarezza: non è in discussione
    la dignità di alcuna persona. Ogni uomo e
    ogni donna meritano rispetto, ascolto e ac-
    compagnamento. Sarebbe gravissimo pen-
    sare il contrario. Il punto decisivo, però, è un
    altro: quale antropologia intende oggi pro-
    porre un’associazione che porta nel proprio
    nome l’aggettivo “cattolica”?
    Il problema di fondo è che si rischia di scar-
    dinare il nesso tra coerenza oggettiva della
    proposta educativa e idoneità al ruolo, in
    nome di una pastorale dell’accoglienza ele-
    vata a criterio assoluto. Ma quando l’acco-
    glienza diventa la “virtù delle virtù”, senza
    più essere misurata dalla verità della propo-
    sta cristiana, ogni criterio di discernimento
    appare fatalmente come un residuo autori-
    tario, una chiusura, un’imposizione.
    Qui sta il nodo. O si ammette che certe scelte
    introducono un criterio difficilmente com-
    patibile con la struttura ecclesiale e con l’an-
    tropologia cattolica, oppure bisogna pren-
    dere atto – con dolore – che attraverso silen-
    zi, cautele e assensi impliciti si apre un pro-
    cesso destinato a rendere sempre più fragile
    ogni distinzione tra vita vissuta, dottrina
    professata e ruolo educativo o ministeriale.
    L’incoerenza di sistema è ormai evidente: o
    la dottrina torna a essere misura della vita,
    oppure la vita, nel suo vissuto soggettivo, di-
    venta progressivamente misura della
    dottrina.
    Colpisce anche il linguaggio utilizzato. Ne-
    ologismi come “omolesbobitransfobia”, o
    l’insistenza sul correggere sentimenti e at-
    teggiamenti definiti secondo categorie ide-
    ologiche contemporanee, sembrano sposta-
    re il baricentro. La domanda, invece, do-
    vrebbe essere un’altra: come aiutare ogni
    scout – dai Lupetti e dalle Coccinelle fino ai
    Rover e alle Scolte – ad avere in sé “gli stessi
    sentimenti che furono in Cristo Gesù”, se-
    condo l’invito di san Paolo nella Lettera ai
    Filippesi? Cosa direbbe un don Andrea
    Ghetti di fronte a questo testo? Cosa avreb-
    be scritto il nostro don Titino?
    È questo il criterio cristiano. Non l’adesione
    al lessico del momento, non la rincorsa alla
    sensibilità dominante, non la paura di ap-
    parire arretrati. Essere Chiesa significa cu-
    stodire una parola esigente, talvolta scomo-
    da, ma capace di orientare. Significa non
    confondere l’adeguamento culturale con la
    profezia evangelica.
    Il problema, sia chiaro, non è l’esistenza di
    percorsi scout diversi. In Italia non esiste al-
    cun monopolio dello scautismo cattolico.
    Chi desidera una proposta educativa laica,
    pluralista, non legata alla dottrina della
    Chiesa, trova realtà storiche e rispettabili co-
    me il CNGEI, che hanno pieno diritto di
    muoversi secondo una propria impostazio-
    ne aconfessionale. Il punto diventa però de-
    licato quando categorie, linguaggi e prospet-
    tive proprie di una cultura secolare vengono
    introdotte dentro un’associazione ecclesia-
    le, presentandole quasi come naturale svi-
    luppo della fede.
    Se ci si definisce “cattolici”, non basta invo-
    care genericamente accoglienza, ascolto e
    rispetto. Tutto questo è certamente cristia-
    no, ma deve rimanere dentro una visione
    integrale della persona, della famiglia, del
    corpo, della sessualità e della vocazione
    educativa. La Chiesa non è una cornice
    emotiva da richiamare quando conviene: è
    madre e maestra, con un Magistero, un Ca-
    techismo, una tradizione viva e una respon-
    sabilità particolare verso i piccoli.
    In questo quadro, il ruolo degli assistenti ec-
    clesiastici diventa decisivo. Un sacerdote
    presente nello scautismo non è chiamato a
    fare da semplice accompagnatore benevolo,
    né da garante silenzioso di decisioni prese
    altrove. Il suo compito è aiutare il discerni-
    mento ecclesiale, richiamare alla fedeltà alla
    Chiesa, illuminare con chiarezza laddove la
    comunità educativa rischia di confondere
    l’accoglienza delle persone con l’accettazio-
    ne indistinta di ogni imposta zione
    antropologica.
    Il silenzio, in certi momenti, non è pruden-
    za: è abbandono educativo. I ragazzi non
    hanno bisogno di adulti che abbiano paura
    di dire una parola chiara. Hanno bisogno di
    testimoni credibili, capaci di unire carità e
    verità, misericordia e orientamento, vici-
    nanza e proposta.
    Il prezzo più alto di questa ambiguità ri-
    schiano di pagarlo le famiglie. Molti genitori
    iscrivono i figli ai Lupetti, agli Esploratori,
    alle Guide, ai Rover e alle Scolte proprio per-
    ché leggono nel nome AGESCI una garan-
    zia: “Associazione Guide e Scout Cattolici
    Italiani”. Per una famiglia credente, quell’ag-
    gettivo non è decorativo. È un patto. Signifi-
    ca poter confidare che l’educazione ricevuta
    nel gruppo sia coerente con quella proposta
    in casa, in parrocchia, nel catechismo, nella
    vita sacramentale.
    Se invece, senza un confronto limpido con
    le famiglie, si modificano progressivamente
    i presupposti educativi su temi tanto delica-
    ti, il rischio è quello di un cambio di identità
    non dichiarato. Non si tratta più soltanto di
    metodo scout, di vita all’aperto, di servizio,
    di responsabilità, di strada. Si entra nel cuo-
    re dell’educazione affettiva e morale dei ra-
    gazzi. E lì la chiarezza non è un lusso: è un
    dovere.
    Nessuno chiede durezza. Nessuno auspica
    esclusioni sommarie o giudizi sulle persone.
    Ma proprio perché ogni persona merita ri-
    spetto, serve altrettanta onestà sulla propo-
    sta educativa. Accogliere non significa dis-
    solvere i confini. Accompagnare non signi-
    fica rinunciare a indicare una direzione.
    Camminare insieme non significa smarrire
    la bussola. Lo scautismo cattolico ha forma-
    to generazioni di giovani perché ha saputo
    proporre una libertà esigente, non una liber-
    tà indistinta; una comunità fraterna, non
    una comunità senza verità; un servizio ge-
    neroso, non un adattamento continuo allo
    spirito del tempo.
    Per questo credo che l’AGESCI, se vuole
    onorare la propria storia, debba ritrovare il
    coraggio della chiarezza. Chi desidera per-
    corsi educativi diversi ha piena libertà di
    sceglierli altrove. Ma chi resta dentro la
    Chiesa e parla a nome di una proposta cat-
    tolica deve avere l’umiltà e la forza di parlare
    il linguaggio della Chiesa.
    Le famiglie, oggi più che mai, non chiedono
    slogan. Chiedono affidabilità. Chiedono
    adulti che non abbiano paura di educare.
    Chiedono che i loro figli non siano passeg-
    geri di una sperimentazione culturale, ma
    camminatori sulla strada solida del
    Vangelo.
  • lettera firmata


  • Premessi i criteri generali esposti a
    pag. 2, affronto qui la domanda
    se un giovane con orientamento
    omosessuale possa o meno fare
    il capo scout educatore di bam-
    bini e ragazzi.
    Immaginiamo Marco e Luca, oppure Lau-
    ra e Maria, che vivono insieme, esprimono
    pubblicamente la loro omosessualità, e so-
    no iscritti nel registro delle «unioni civili»
    (un giorno – chissà – anche sposati/e in
    Comune). Possono fare i capi scout? Di per
    sè anche sì. E porterebbero nel loro lavoro
    educativo la testimonianza dell’importan-
    za di essere inclusivi e accoglienti delle di-
    versità di ciascuno. Questi capi dovrebbero
    però anche essere molto chiari e onesti nel
    dire che l’eterosessualità e l’omosessualità
    (da loro vissuta) non sono sullo stesso pia-
    no e non hanno lo stesso valore: a motivo
    appunto dei tre «dati di realtà» di cui ab-
    biamo detto a pag. 2. Trattandosi di edu-
    catori di un gruppo cattolico, non possono
    esimersi dal dire e trasmettere quello che è
    il pensiero della Chiesa (salvo, ovviamen-
    te, che mi si dica che il pensiero della Chie-
    sa non è più quello detto a pag. 2…). L’ag-
    gettivo «cattolico», nell’acronimo AGESCI,
    è impegnativo. Significa essere nella Chie-
    sa accettando la sua visione del mondo e
    della vita, e accettandola in coscienza,
    non certo a mo’ di un’adesione selettiva, di
    un «bricolage», di un «fai da te» o di un
    «menu a la carte». Gradualità e progressi-
    vità, dubbi e incertezze, discernimento
    prolungato nel tempo, confrontarsi e cam-
    minare insieme, sono tutte cose ovviamen-
    te ammesse e anzi doverose (soprattutto,
    come dicevamo, per una realtà come l’A-
    GESCI, per definizione plurale, aperta e
    «di frontiera» rispetto all’identità cattoli-
    ca): ma non ci può essere cammino senza
    bussola, senza mèta chiara verso cui pun-
    tare. Gli stessi genitori che affidano i pro-
    pri figli agli educatori scout presumibil-
    mente lo fanno perché credono nell’iden-
    tità cattolica non meno che nel valore del-
    la pluralità e della progressività (che
    peraltro sono parte dell’identità cattoli-
    ca…). Su queste cose, quindi, Marco e Lu-
    ca, Laura e Maria non potranno essere ap-
    prossimativi, opachi, evasivi, se non addi-
    rittura mendaci.
    Ecco qui allora una prima difficoltà: è re-
    alistico chiedere a loro questa chiarezza di
    insegnamento sul valore intrinseco di ete-
    rosessualità e omosessualità? Non li met-
    tiamo in condizione di vivere una sorta di
    sdoppiamento, di conflitto fra ciò che vi-
    vono e ciò che non possono non dire? Vero
    è – mi si fa notare – che qualcosa di simile
    in fondo già esiste: per es. molti capi scout
    (uomo e donna) già convivono, né si im-
    pegnano granché nella castità pre-matri-
    moniale, cose pure che appartengono (mi
    pare) alla visione cattolica. Perché allora
    – si dice – essere così fiscali solo con Marco
    e Luca, Laura e Maria? Comprendo che
    non sia possibile chiedere a un capo una
    sorta di coerenza assoluta e senza ombre.
    Qui però ne va di un aspetto strutturante
    della metodologia scout: il fatto cioè che si
    tratta di un metodo pratico, che educa at-
    traverso l’azione e l’esempio di vita (dei
    capi) molto più che attraverso le parole.
    Ora, se questo è vero, d’accordo che non
    possiamo chiedere a un capo una coerenza
    assoluta (sui costumi sessuali come su tut-
    to il resto), ma fino a che punto possiamo
    serenamente chiudere un occhio di fronte
    a una dissonanza fra ciò che un capo vive
    e ciò che, per correttezza, è chiamato a dire
    e insegnare? Ecco una seconda, grande dif-
    ficoltà. Per questo penso che l’AGESCI sia
    andata un po’ troppo avanti su questi te-
    mi, e occorrerebbe un po’ più di cautela. A
    meno ovviamente di prendere congedo
    dall’identità cattolica, e trasformare l’A-
    GESCI in AGESI, associazione collaterale
    ma non organica alla Chiesa e al suo pen-
    siero. Ma credo che nessuno voglia questo.
    Esplorare e percorrere strade di coraggio
    (e chi più e meglio dello scoutismo potreb-
    be farlo?) è certamente importante, ma ri-
    cordiamoci che il coraggio sta a metà fra
    la viltà, da una parte, e la temerarietà,
    dall’ altra.
  • Don Angelo Riva
  • da IL SETTIMANALE DELLA DIOCESI DI COMO N 24 18.06.26