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Discorso alla città Oscar Cantoni vescovo di Como 30 agosto 2026

2 Settembre 2026

Diocesi di Como

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Basilica di Sant’Abbondio, 30 agosto 2026

Lupi o agnelli? Il Vangelo disarmante della pace

Il Messaggio del Vescovo Oscar nella solennità di Sant’Abbondio

Basilica di Sant’Abbondio | Como | 30 agosto 2026
Primi Vespri nella solennità del Patrono Sant’Abbondio

LUPI O AGNELLI?

Il Vangelo disarmante della pace

Messaggio agli abitanti della Città di Como e alle Autorità
nella solennità di Sant’Abbondio, nostro Patrono

(Qui il testo formato pdf)

Cari fratelli e sorelle,
illustri Autorità, cristiani delle Comunità ecclesiali di Como,
fedeli di altre Confessioni, donne e uomini tutti di buona volontà,
cari amici.

Come da tradizione, nella festa di sant’Abbondio, desidero rivolgere a tutti voi, abitanti della Città di Como e alle Autorità civili un nuovo messaggio, l’ultimo, a motivo della prossima conclusione del mio ministero episcopale nella Diocesi di Como.

Mi sono interrogato su cosa potesse essere più utile per questo tempo, tanto conflittuale a livello mondiale, nel quale tutti noi, siamo chiamati, secondo le nostre responsabilità e competenze, ad uscirne, diventando personalmente artigiani di pace, tessitori di dialogo e di fraternità.

Lo diventeremo nella misura in cui avremo imparato a tenere lo sguardo su Gesù, che ci rende capaci di guardare i volti degli altri, su quanti incontriamo nel nostro cammino quotidiano, considerati non più come nemici o estranei, ma come fratelli, in un tempo in cui, invece, si moltiplicano messaggi e linguaggi intonati per lo più a ostilità e violenza.

Gesù è un maestro mite e umile, ma anche deciso ed esigente. È lui che ci chiede di disarmarci, e con la forza efficace della sua mitezza e del suo amore, ci trasforma in donne e uomini di pace e di riconciliazione, capaci di sviluppare una cultura dell’incontro.

“Una società adulta dovrebbe saper accogliere il dibattito senza scivolare nell’esecuzione sommaria, mentre invece accade qualcosa di inquietante: non appena un’opinione diverge dalle altre, ecco scendere la ghigliottina. Non si cerca più di discutere, ma di squalificare; non più di dialogare, ma di distruggere”[1].

In un tempo di così crescente aggressività è allora urgente annunciare la profezia evangelica della non violenza con tenacia e umiltà. Questo appello, quindi, è rivolto non solo ai credenti, ma a tutti gli uomini e donne di buona volontà. Come pastore, ho il compito di riproporlo, proprio oggi, nella festività del nostro Patrono, sant’Abbondio, assertore e difensore dell’umanità di Cristo: chi vive il vangelo, aumenta in pienezza di umanità, come ci ha ricordato il Concilio Vaticano II: «Chiunque segue Gesù Cristo, uomo perfetto, diventa lui pure più uomo»[2].

Dobbiamo ripetercelo gli uni gli altri: soprattutto in questo tempo, contro il rischio della disumanizzazione, impariamo a diventare promotori di vera umanità! Lavoriamo insieme, respingiamo la violenza, anche quella verbale, la contrapposizione, diventiamo tessitori di unità. Coltiviamo una vita comune all’insegna della fraternità, della comprensione e del rispetto reciproco.

A sostegno e a conferma di questo compito irrinunciabile che Dio oggi ci affida, ci può essere di aiuto la testimonianza esemplare di san Francesco di Assisi, di cui quest’anno ricorre l’ottocentesimo anniversario della morte.

  1. Francesco d’Assisi e il lupo

San Francesco ha fatto del Vangelo l’unica sua regola, assomigliò a Gesù tanto da meritare il titolo di “Alter Christus”. Nella sua vita, nelle sue parole, nei suoi gesti e perfino nel suo corpo, ricalcando Cristo, è divenuto testimone di pace e di fraternità, figura universale, capace di affascinare credenti, non credenti e anche donne e uomini di diverse fedi.

Dalla biografia di questo Santo vorrei riprendere un episodio esemplare, nel quale riecheggia la stessa mitezza di Gesù. Mi riferisco al noto racconto di san Francesco e il lupo, inserito al capitolo XXI dei “Fioretti”. Il testo narra che san Francesco, avendo compassione degli abitanti di Gubbio, terrorizzati da un «lupo grandissimo, terribile e feroce», uscì dalle mura della città per incontrarlo senza armi. Alzò su di lui le mani, non per colpirlo, ma per benedirlo. Chiamandolo «frate lupo», lo ammansì e stipulò un patto di pace: il lupo non avrebbe più attaccato nessuno e, in cambio, i cittadini se ne sarebbero presi cura, accogliendolo e nutrendolo. Il testo racconta i fatti con particolari di grande tenerezza: il lupo, all’ascolto delle parole di san Francesco, chiuse la bocca e si mise ai suoi piedi come un agnello, acconsentì alla proposta con l’inchinare del capo e siglò il patto alzandosi in piedi sulle due zampe e porgendo le altre sopra la mano di san Francesco, dandogli così – dice l’autore – un segno che di lui poteva aver fiducia. Il racconto si conclude con il lupo che per due anni visse pacificamente tra la gente di Gubbio accolto ed amato. Quando, al termine della sua vita, morì di vecchiaia, fu pianto da tutta la Comunità, che in lui aveva ormai trovato un compagno ed un amico: “frate Lupo”[3].

Gli studiosi sono concordi nell’attribuire a questa storia il valore della metafora. Senza escludere qualche storicità dell’episodio, il racconto ci consente, però, di comprendere che il lupo non rappresenterebbe solo un animale feroce, ma quelle forze interne ed esterne a noi che ci minacciano, tutto ciò che ci intimorisce e che emarginiamo volentieri, compresi i nostri conflitti interiori e le nostre paure.

I lupi sociali dell’epoca erano gli usurai e i briganti e non è da escludere l’interpretazione che vede nel lupo, più che un animale, un uomo che minacciava con le sue cattive azioni la sicurezza e la pace. Oggi, come allora, il lupo è ogni persona quando la iscriviamo in una categoria chiusa di estraneità e di minaccia, incapaci di riconoscere in lei il volto del fratello. Al contrario, san Francesco esprime la forza della fiducia, il coraggio del dialogo, pronto a trasformare la paura e la violenza in fratellanza e pace. La sua vittoria sul male passa attraverso l’incontro e l’assunzione di una responsabilità condivisa: a convertirsi, infatti, non è solo il lupo che desiste dal male, ma anche l’intera città di Gubbio, non più chiusa nelle sue mura come una fortezza.

Il messaggio è evangelico: la forza vittoriosa è quella della mitezza, che non schiaccia il nemico, ma abbraccia il fratello. Oggi la violenza verbale non si nasconde più, esplode e s’impone nel minimo scambio; ma a renderci più sicuri non è l’innalzamento dei muri, né la chiusura nei nostri confini. Occorre piuttosto uscire dalle mura, superando pregiudizi e barriere. Con fiducia possiamo farci incontro a tutti, disarmati di armi e di zanne, darci la mano e stringere alleanze. È finta la pace che si crea quando tutti hanno le armi contro. Non è infatti la forza della guerra a renderci più protetti e sicuri, questa è piuttosto una paura che, lo avvertiamo sempre più, ci tiene schiavi sotto una costante minaccia. I muri possono crollare, i confini si possono aprire, le porte delle nostre città e delle nostre case si possono spalancare per uscire e per entrare, creando così, nell’amicizia possibile, lo spazio dell’incontro e della pace.

San Francesco è, come Gesù, un uomo credibile e autorevole, perché ogni suo insegnamento è preceduto dall’esempio della vita. Significativo è anche un altro episodio della sua biografia. Sempre nei “Fioretti” si legge che un giorno si presentarono alla porta di un convento tre uomini, noti nella zona per essere ladri e briganti. Bussarono, chiedendo qualcosa da mangiare. Il frate guardiano, conoscendo la reputazione di quegli uomini, li allontanò, riprendendoli aspramente. Avendolo saputo, san Francesco andò da quel guardiano e mettendogli nelle mani pane e vino, gli comandò di cercarli «per monti e per valli», finché non li avesse ritrovati, gli ingiunse di sfamarli, di inginocchiarsi davanti a loro, umiliandosi per come li aveva trattati e infine di pregarli perché non facessero più alcun male a nessuno. Questo perché – dice san Francesco – gli uomini si riportano meglio a Dio con la dolcezza, piuttosto che con crudeli rimproveri[4].

San Francesco ripudia la violenza anche di fronte alle minacce e alle ingiustizie che sperimenta anzitutto su di sé. È significativo che nella “Leggenda dei tre compagni” – una delle fonti storiche più interessanti, perché più vicina alla vita del Santo – la metafora del lupo e dell’agnello è usata per descrivere i rimproveri che egli subisce dal suo stesso padre, Pietro di Bernardone, che non poteva accettare la sua conversione. Così si racconta: «Perduto ogni controllo, gli si avventò contro come un lupo sulla pecora, e fissandolo con occhio torvo e con la faccia contratta, gli mise spietatamente le mani addosso. Trascinatolo fino a casa, lo rinchiuse in un bugigattolo oscuro per più giorni, facendogli di tutto, a parole e a botte, per ricondurlo alla vanità mondana»[5]

San Francesco è uomo di pace, allo stesso modo di Gesù, che con la sua vita, morte e risurrezione, ci insegna la forza mite e vittoriosa della non violenza. È lui il vero Agnello, che con la sola potenza dell’amore «toglie il peccato del mondo e dona a noi la pace». Egli ha attraversato l’odio, la violenza, il crucifige del mondo, ha subito l’ingiustizia, disarmato e disarmante, ed è risorto. Gesù, ci dice la Scrittura, «insultato, non rispondeva con insulti, maltrattato, non minacciava vendetta» (1Pt 2,23). È colui che nella carne del suo corpo, ha abbattuto il muro di separazione dell’inimicizia (cfr. Ef 2,14). Gesù abbatte i muri e questa novità del Vangelo si inserisce nella storia, oggi come duemila anni fa. Per san Francesco ciò ha significato attraversare le mura di Gubbio, che tenevano separati i suoi abitanti da frate Lupo. Per noi significa compiere scelte evangeliche di pace, perché è inutile dirsi cristiani se quello che si proclama è un cristianesimo svuotato di vangelo. È un dono che dobbiamo chiedere, perché da soli ci mancano le forze! Solo sperimentando l’amore e l’accoglienza diventiamo capaci di accogliere e di amare. Solo con l’aiuto di Dio possiamo diventare persone migliori, costruire Comunità accoglienti e sinodali e percepire il prossimo come un fratello e non come un nemico.

  1. Fratello Lupo è ancora tra noi

Il lupo oggi è tristemente tornato tra noi. Lo constatiamo ogni giorno, e in diverse modalità, nella violenza e nell’aggressività crescente. Le guerre che insanguinano il mondo sono il segno che qualcosa di umano ha ceduto, il dialogo è stato abbandonato e si è scelto di rispondere alla paura con la distruzione. Ma il lupo lo scorgiamo, purtroppo, anche più vicino a noi, dentro le nostre case e nella nostra Città: nelle parole poco edificanti della politica, quando si trasforma in scontro e disprezzo personale, nel commento aggressivo sui social o nella parola tagliente, anche in famiglia, dopo una giornata difficile. Voglio sottolineare l’appello che papa Leone, il 20 giugno scorso, in visita alla nostra terra lombarda, a Pavia, ha pronunciato con forza: «Basta con le parole di odio, basta con gli insulti, con il bullismo, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi»[6]. Vediamo tornare il lupo là dove c’è sopraffazione dell’uno sull’altro, degli uomini sulle donne, assenza di comunicazione tra le generazioni, nell’indifferenza verso chi ha bisogno e nella diffidenza con cui si guarda allo straniero o al diverso, che non appartiene al nostro stesso gruppo. Quanta aggressività diffusa, sottile e quotidiana, che ferisce e lacera il tessuto della nostra convivenza, lasciando cicatrici nell’anima delle persone e delle comunità.

Tutto questo lo constatiamo, ma non sempre lo osserviamo in profondità. È ciò che invece seppe fare san Francesco, quando incontrando lo sguardo del lupo vide qualcosa che i cittadini non aveva voluto vedere: il lupo aveva fame, anch’egli aveva paura, era tristemente solo. Anche questa è una verità che il Vangelo ci chiede di ascoltare: dietro molta aggressività umana ci sono ferite non curate. C’è la paura di non essere considerati, di perdere qualcosa, di non essere visti e stimati abbastanza. C’è la solitudine di chi non appartiene a nessuna Comunità, di chi non ha un volto che lo riconosce. Accettare questo non significa giustificare la violenza, ma comprenderla, per curarla fin dalla radice. Ciascuno esamini sé stesso: anche noi, quando siamo feriti o spaventati, possiamo diventare aggressivi.

Condivido quanto ha scritto il mio confratello cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme: «Viviamo come immersi in un mare di parole violente, che si sono trasformate in linguaggio comune. E anche noi cristiani rischiamo di cadere in questa trappola».[7] La violenza è sempre più giustificata e sembrano sgretolarsi quei limiti morali e giuridici che la civiltà umana ha conquistato. Mi preoccupa l’eredità che stiamo consegnando alle generazioni future: un mondo a pezzi, dove la guerra, in ogni sua forma, torna ad essere lo strumento di risoluzione delle controversie. La diplomazia è scomparsa, come quell’ordinamento internazionale di regole e istituzioni costruite per non ripetere le tragedie dello scorso secolo, tutto appare “disatteso se non addirittura calpestato”[8].

È un’escalation di violenza che non può non preoccupare. Ci sentiamo così più soli e spaventati, ciascuno chiuso nel proprio dolore e nel proprio risentimento, incapaci di ascoltare il vissuto degli altri. In questo clima sembra impossibile aprire cammini di ascolto e di riconciliazione. Tutti vogliono avere l’unica ragione. Purtroppo, dobbiamo riconoscerlo sinceramente, questo stile poco evangelico, segna a volte anche alcune dinamiche nelle nostre Comunità ecclesiali, gruppi, associazioni e parrocchie. Come ci ricorda papa Leone nella sua recente enciclica: “Tutti dobbiamo fare un esame di coscienza sulle parole che usiamo, sui pregiudizi, di cui esse sono impregnate, e sulla aggressività, aperta o larvata, che le abita”[9].

Non vorrei però limitarmi ad elencare solo le negatività, ma anche incoraggiare e gioire per chi invece percorre le vie del bene. Per chi, come san Francesco, attraversa frontiere e costruisce ponti di dialogo tra popoli e anche nel tessuto concreto della nostra Città.

Penso a molte realtà, cristiane e non, ad alcune associazioni, che nel nostro territorio, con creatività e impegno, si spendono per costruire la pace, esponendosi a forti rischi. Anche là dove il conflitto non sembra lasciare altro che macerie, ci sono germogli di speranza. Perché il cuore di ogni persona e i popoli del mondo desiderano ardentemente la pace. A questa chiamata, di Dio e dell’uomo, dobbiamo rispondere coraggiosamente.

  1. Quattro passi per la pace

Se questo è vero, occorre invertire la rotta, cioè convertirci. Papa Leone è con noi attraverso il suo “magistero della pace”. Nella recente visita a Lampedusa, lo scorso 4 luglio, ha detto che non abbiamo più scuse, che «siamo entrati in un millennio in cui dare forma spirituale, culturale, giuridica, politica, economica alla civiltà dell’amore. L’enormità del dolore che osserviamo ci faccia cogliere la radicalità di questa chiamata»[10]. Vorrei allora, in modo sintetico e concreto, proporre a tutti “quattro passi di pace”. così da camminare meglio insieme «sulla via della pace» (Lc 1,79).

  • Il primo passo da compiere è quello di educarci alla complessità, rifiutando ogni visione dogmatica o ideologica della realtà. Essa, infatti, non è mai monolitica, ma complessa e plurale. La verità è sinfonica e difficilmente un solo sguardo è capace di comprenderla per intero. Quasi mai, nelle nostre discussioni e controversie, tutte le ragioni stanno in capo ad una sola parte. Per questo, solo con il dialogo e l’ascolto attento delle diverse prospettive, è possibile cogliere la complessità dei fenomeni e così anche addivenire a scelte possibili, più condivise e lungimiranti. La realtà è superiore alle nostre idee e questo tempo in particolare chiede un discernimento più preciso e mirato. Papa Francesco ci ha insegnato che il dialogo non è una strategia, ma una necessità per leggere la complessità del mondo.
  • Il secondo passo che ci attende è il dovere di ammansire il lupo che è in ciascuno di noi, lo dobbiamo ammettere con profonda umiltà. Sarebbe un errore credere che il mondo si divida in lupi ed agnelli. La realtà è, appunto, più complessa. Il lupo e l’agnello, infatti, convivono in ciascuno di noi e ogni giorno ci è data l’occasione di decidere se scegliere di nutrirci attraverso la mitezza, o piuttosto coltivare la nostra aggressività. “Ognuno dispone di un proprio ambito di azione, e lì, non altrove, è chiamato a scegliere se alimentare la logica della forza, oppure custodire la logica della pace con verità, sobrietà, prossimità, cura”[11]. I Padri del deserto ci hanno insegnato che la vera lotta non è esterna a noi, contro il mondo, ma nel silenzio e nel segreto del cuore. Tocca a noi, in una lotta spirituale, disarmare il nostro “lupo interiore”, cioè la collera, l’invidia, la gelosia, la tristezza, l’orgoglio, il risentimento, l’arroganza. Chi vincerà? Il lupo o l’agnello che è in noi? Quello che avremo nutrito di più!
  • Il terzo passo da percorrere è di sentirci tutti un “noi che include”. San Francesco non vive la santità come un’avventura solitaria, ma cammina nella via del Vangelo insieme a dei compagni che volle si chiamassero tra loro frati, cioè fratelli. Senza distinzioni, tutti fratelli e sorelle. La nostra è, invece, una società di figli unici, non tanto nel senso biologico, ma lo è ogni volta che fatichiamo a comprendere che l’amore sa allargarsi senza diminuire. Di fronte ai gesti ostili, ai discorsi carichi di rancore, alle vendette quotidiane, occorre ricostruire con pazienza e umiltà i ponti spezzati. La fraternità è espansiva. San Francesco aprì così tanto il cuore da riconoscere non solo in ogni persona, ma anche in ogni creatura che è nel mondo un fratello e una sorella. Il Cantico delle Creature è una splendida lode a Dio e insieme un inno alla fraternità universale. Rispetto a ciò si gioca oggi per noi una sfida decisiva. Siamo invitati a respingere ciò che è contrario a una vera crescita e a riconoscere in tutti dei fratelli e delle sorelle, unici compagni nello stesso cammino della vita. L’altro non è un concorrente ostile, né un nemico da combattere, ma un figlio prezioso e amato da Dio, allo stesso modo con cui Dio ama me. La vera forza si nasconde nei gesti semplici, negli sguardi benevoli, nella pazienza dei giorni. Nel cuore dei discepoli di Gesù non c’è spazio per supremazie degli uni sugli altri. Dobbiamo uscire da questa ambiguità: ogni volta che diciamo “prima io”, “prima noi” è tradito il vangelo di Gesù. La storia ci ha già insegnato dove conduce la strada della supremazia di uomini su altri uomini. Torno a citare la lettera pastorale del Patriarca di Gerusalemme: «Tutti noi siamo una sola famiglia, non un arcipelago di isole. Accoglienza significa guardare all’altro, qualsiasi altro, non come ad un estraneo da tollerare, ma come un dono. Significa lasciarsi interrogare dalla sua diversità, lasciarsi arricchire. Significa uscire dalla logica del “noi” e “loro”, per entrare in quella dell’unico “noi” che include»[12].
  • Quarto e ultimo passo per la promozione della pace è quello di disarmarci e disarmare, scegliendo parole e gesti non violenti. In una società complessa e molteplice, come in ogni comunità civile o religiosa, è inevitabile che ci siano conflitti, è naturale, e ciò non deve spaventare. Non si tratta di evitare il conflitto, ma di imparare ad affrontarlo come momento di crescita, senza paura. La stessa democrazia vive del confronto tra idee diverse che, pur all’interno di comuni valori, si confrontano anche vigorosamente. Ciò su cui occorre vigilare è la distinzione tra legittimo confronto e delegittimazione reciproca, tra critica e disprezzo. C’è una soglia che non deve essere varcata: quella in cui l’avversario viene considerato un nemico e l’altro viene espulso dallo spazio comune.

Ad insegnarci il disarmo è Gesù che a ciascuno di noi, come a Pietro, comanda di rimettere «la spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno» (Mt 26,52). Gesù ci avverte che la violenza innesca una spirale che è poi difficile fermare. Occorre che qualcuno – e sono i forti e i grandi della Storia – scelga di spezzare questa catena. «Chi semina vento raccoglie tempesta» (Os 8,7), al contrario, invece «per coloro che fanno opera di pace viene seminato nella pace un frutto di giustizia» (Gc 3,18).

La non violenza non è passività, né ingenuità. Al Concistoro dello scorso 27 giugno ho ascoltato da papa Leone queste parole: la non violenza «è una forma profondamente evangelica di abitare la storia, frutto della contemplazione del modo di agire di Gesù. Non consiste nella rinuncia al conflitto, né in un atteggiamento passivo, ma nello scegliere di affrontarlo senza riprodurne la logica. Essa non rinuncia alla verità, né tace il male, ma rifiuta di difenderla con la violenza e di trasformare l’altro in un nemico: comincia disarmando se stessi. Essa rivela così la logica della Pasqua, nella quale l’amore si manifesta più forte dell’odio e il perdono spezza la spirale della vendetta. È questa la forza del Crocifisso risorto: una forza che non distrugge il nemico, ma rende possibile ritrovare un fratello»[13].

È ciò che ha fatto san Francesco, aiutandoci a comprendere che la vera sicurezza è nel disarmare il nemico trasformandolo in un amico. Non è in dubbio la difesa, pur legittima, nei limiti della morale e della legge. Il male non si vince contrastandolo con le stesse armi, piuttosto sradicandolo nelle sue radici. Scrive san Paolo: «se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere (…) Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene» (Rm 12,20-21).

Conclusione

Nell’enciclica “Magnifica Humanitas”, papa Leone ci incoraggia a costruire la pace prendendo forza dall’esempio di tanti testimoni che «hanno contribuito a rendere più umana la storia». Tra questi indica alcune donne, miti e forti: madre Teresa di Calcutta, Dorothy Day e l’educatrice italiana Maria Montessori[14]. In questo tempo di conflitti e di crisi drammatica della diplomazia, mi piace ricordare anche la splendida figura dell’ambasciatore Luca Attanasio, cresciuto a Limbiate (provincia di Monza) e ucciso in Congo nel febbraio 2021 a soli quarantatré anni. Un giovane cristiano credibile che ha fatto dell’amicizia tra i popoli la sua ragione di vita, di studio e di lavoro. La nostra gente, e i giovani soprattutto, sanno riconoscere con un fiuto particolare i costruttori di pace e la forza profetica dei testimoni della fede.

In conclusione, vorrei ricordare un uomo colmo di mitezza, che proprio in questa nostra Città è stato un testimone tenace di fraternità, capace di avvicinare tutti, specialmente i più emarginati: don Roberto Malgesini, di cui abbiamo avviato l’iter per la beatificazione. Il suo esempio di dolcezza e mansuetudine, ci consola con la certezza che la santità di Dio, come ai tempi di san Francesco, ancora cammina sulle nostre strade.

Anche a noi è data la responsabilità gravosa di scegliere come percorrere le strade della vita: con l’aggressività dei lupi o con la mitezza degli agnelli? La voce di Gesù, che risuona nel Vangelo, non ci lascia dubbi e ancora ci affida il dono e l’impegno della pace. «Ciascuno faccia della pace la causa della propria vita»[15].

Oscar card. Cantoni

Vescovo di Como

Basilica di sant’Abbondio, Como, 30 agosto 2026

[1] F. Bustillo, La necessità di riparare. Oltre la violenza nelle relazioni, San Paolo, 2026, p.24.

[2] Concilio Vaticano II, Costituzione Gaudium et spes, n.41.

[3] Cfr. Fioretti, cap. XXI, FF 1852.

[4] Cfr. Fioretti, cap. XXVI, FF 1858.

[5] Leggenda dei Tre Compagni, cap. VI, FF 1417.

[6] Papa Leone XIV, Visita Pastorale a Pavia, 20 giugno 2026.

[7] P. Pizzaballa, Tornarono a Gerusalemme con grande gioia, Lev 2026, p. 95.

[8] Leone XIV, Visita pastorale alla Repubblica di san Marino, 22 agosto 2026.

[9] Leone XIV, Magnifica Humanitas, n. 214.

[10] Leone XIV, Visita pastorale a Lampedusa, 4 luglio 2026.

[11] Leone XIV, Magnifica Humanitas, n.212.

[12] P. Pizzaballa, cit., Lev 2026, p.99.

[13] Leone XVI, Discorso alla conclusione del Concistoro Straordinario, 27 giugno 2026.

[14] Leone XIV, Magnifica Humanitas, nn.124-125.

[15] Leone XIV, Disarmata e disarmante. La pace è un dono, LEV 2026

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Lettera cardinale Battaglia

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Lettera

Il cardinale Battaglia: «Angelo, amico, padre, fratello»

Don Casati, «poeta della tenerezza», nel ricordo personale dell’Arcivescovo di Napoli

del cardinale Domenico BATTAGLIAArcivescovo di Napoli1 Settembre 2026Don Angelo CasatiDon Angelo Casati

Caro Angelo,
domani aspetterò la tua telefonata.
So che non arriverà.
Ma la aspetterò lo stesso.
Perché il cuore ha una sua maniera di misurare il tempo, e non conosce la morte. Conosce le attese. Le presenze. Le voci. Conosce quel momento preciso della giornata in cui qualcuno arriva nella nostra vita e, semplicemente, c’è.
Tu c’eri.
Ogni giorno.
Una telefonata. Poche parole. Una benedizione.

Una carezza

E adesso dovrò imparare una cosa che non volevo imparare: che esistono silenzi che hanno esattamente la forma di una voce che abbiamo amato.
Ma questa sera, Angelo, mentre penso a te, mi attraversa un pensiero diverso.
Forse abbiamo sempre capito male il tempo.
Diciamo che un uomo vive settant’anni, ottanta, novanta, e poi entra nell’eternità.
Come se l’eternità cominciasse dopo.
Come se Dio aspettasse alla fine della strada.
Io invece oggi penso che sia il contrario.
Nel mistero di Dio, ogni giorno della nostra vita quaggiù è un giorno sottratto all’eternità
Un giorno che Dio prende dall’infinito e consegna al tempo.
Un giorno in più per incontrarci.
Per volerci bene.
Per sbagliare.
Per ricominciare.
Per dire una parola.
Per fare una telefonata.
Per benedire qualcuno.
E allora forse tu non sei entrato oggi nell’eternità.

Ci sei tornato

E improvvisamente capisco che tutti questi anni non sono stati il tempo che ti separava da Dio.
Sono stati il tempo che Dio ha sottratto a sé per regalarti a noi.
Questo cambia tutto.
Non diminuisce il dolore.
Lo rende, semmai, più preciso.
Perché significa che ogni giorno in cui ci sei stato era un dono che non ci spettava.
Anche ieri.
Anche l’ultima parola.
Anche l’ultima benedizione.
Perfino l’ultima volta in cui abbiamo detto «a domani» senza sapere quanto fosse immensa quella parola.

A domani

Forse tutta la fede cristiana sta lì.
Quando venni a trovarti, nella tua stanza vidi una fotografia appesa al muro.
Una sola.
David Maria Turoldo.
Eravate stati amici.
Ricordo quella fotografia perché oggi mi sembra quasi una profezia rimasta per anni appesa a una parete.
Lui aveva il fuoco nelle parole.
Tu avevi un altro dono.
La tenerezza.
Turoldo, poeta del fuoco.
Casati, poeta della tenerezza.
Ma la tua tenerezza non era il garbo innocuo degli uomini miti.
Era una cosa molto più seria.
Era il tuo modo di resistere.
Hai attraversato una Chiesa che qualche volta ha avuto paura delle domande continuando a fare domande.
Hai attraversato un mondo che alzava la voce continuando a parlare piano.
Hai incontrato uomini che chiedevano giudizi e hai preferito ascoltare.
Hai incontrato ferite e non hai avuto l’arroganza di spiegarle.
Ti sei avvicinato.
E forse, Angelo, tutto quello che hai scritto, predicato, cercato, alla fine può stare dentro un verbo soltanto:
avvicinarsi.
Perché è questo che fa Dio.
Si avvicina.
Forse il Vangelo è infinitamente più semplice di quanto siamo riusciti a farlo diventare.
Dio si avvicina all’uomo.
E l’uomo, quando finalmente lo comprende, comincia ad avvicinarsi agli altri.
Tu lo facevi.
Anche con una telefonata.
Ogni giorno mi benedicevi.
E oggi quella benedizione mi appare per ciò che veramente era.
Non una formula.
Non il gesto di un prete.

Una carezza

Era il tuo modo di dirmi: io so che ci sei.
E non c’è forse benedizione più grande.
Per questo oggi non voglio parlare del grande sacerdote, dello scrittore, dell’uomo spirituale, della voce libera della Chiesa.
Altri lo faranno.
Io voglio pronunciare tre parole molto più povere.
E molto più vere.
Amico.
Padre.
Fratello.
Amico, perché con te potevo arrivare senza prepararmi.
Padre, perché non mi hai mai chiesto di diventare simile a te.
Fratello, perché per parlarmi di Dio non sei mai salito un gradino più in alto.
Sei rimasto accanto.
Alla stessa altezza.
Quella degli occhi.
E forse è proprio lì che Dio preferisce farsi incontrare.
Non sopra le nostre teste.
All’altezza degli occhi.
Adesso rimane il silenzio.
Domani verrà il momento della giornata in cui il mio cuore aspetterà la tua voce.
Per un istante dimenticherò.
Poi ricorderò.
E farà male.
Ma proverò a pensare che non manca qualcosa al mio domani.
È stato dato qualcosa a tutti i miei ieri.
Un giorno sottratto all’eternità.
Poi un altro.
Poi un altro ancora.
Fino a fare una vita.
La tua.
Quella che Dio ha prestato al nostro tempo.
E che ora il tempo gli restituisce.
C’è ancora quella fotografia, Angelo.
Turoldo.
Una sola immagine sulla parete.
Mi piace pensare che adesso quella distanza non esista più.
Il poeta del fuoco e il poeta della tenerezza.
Chissà cosa vi sarete detti.
Anzi, spero niente.
Perché avete passato una vita a cercare parole capaci di dire Dio.
Adesso non servono più.
Adesso sapete.
E forse il Paradiso è proprio questo:
il luogo in cui finalmente tacciono tutte le parole su Dio,
perché resta soltanto Dio.
Vai, Angelo.
O forse no.
Torna
Torna a quell’eternità alla quale, per tutti questi anni, Dio ti aveva sottratto per donarci un amico, un padre, un fratello.
E domani, quando senza pensarci aspetterò ancora la tua telefonata, non dirò che non sei più qui.
Dirò soltanto che la tua benedizione deve aver trovato un’altra strada.
Perché certe carezze non finiscono.
Cambiano distanza.
Ciao, Angelo.
Grazie per tutto il tempo che l’eternità ci ha regalato di te.

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ROBERTO

COLOMBO

La recente morte del 59nne Domenico Zuccarella, affetto da sclerosi multipla progressiva (una forma clinica della malattia neuroinfiammatoria caratterizzata da accumulo ingravescente di disabilità), è avvenuta attraverso la procedura del cosiddetto “Suicidio medicalmente assistito”, recentemente rinominata dalla Regione Lombardia “Morte medicalmente assistita” (Mma). Un escamotage terminologico per tentare di sfuggire alla criticità etica, deontologica e giuridica dell’aiuto al suicidio da parte del personale sanitario, e che si avvale di una cosmesi semantica non difficile da smascherare.

Ampia parte dei media ha presentato la morte di Domenico al termine di una procedura interamente gestita dal Servizio sanitario regionale come una novità positiva, un successo della sanità lombarda che sarebbe stata in grado, per la prima volta di realizzare in proprio l’intero iter previsto per la “Mma”: dall’accettazione e dal vaglio della richiesta del paziente sino alla definizione delle modalità operative, dei tempi e della sede di esecuzione.

Il tutto senza ricorrere, come in altre Regioni italiane, a competenze, professionisti o strutture esterne a un ospedale pubblico. Un risultato fatto apparire come una delle conquiste di quella “eccellenza della sanità italiana ed europea” di cui si è sempre vantata la Lombardia, e giustamente in diversi settori dell’assistenza ai cittadini malati delle sue province o che provengono da altrove.

La bella notizia che molti attendevano sarebbe stata un’altra: che nessun malato inguaribile e affetto da patologia degenerativa e invalidante avesse fatto ricorso in Lombardia alla “Mma”. E questo perché avevano ricevuto – grazie ai contributi, all’organizzazione, alle strutture e al personale del servizio sanitario regionale – le cure palliative, l’attenzione alla persona in tutte le sue dimensioni fisiche, psicologiche, spirituali e affettive, e la dedizione incondizionata professionale, amicale e sociale che aiutano a ritrovare il senso del vivere anche quando tutto cospira (in noi e fuori di noi) a pensare alla morte anticipata come sola uscita di sicurezza da una vita che sembra impossibile continuare a vivere.

La morte indotta su richiesta del paziente attraverso il concorso dei medici può anche venire depenalizzata attraverso una modifica della legislazione nazionale, come chiesto dalle sentenze della Corte costituzionale per alcune circostanze, ma questo non trasforma la “Mma” in una nuova conquista della medicina.

Procurare la morte resta sempre una sconfitta, non una vittoria. Non solo per il singolo professionista sanitario ma anche per il sistema sanitario di uno Stato o di una Regione, che rappresenta tutti i cittadini nel loro dovere morale e civico di prendersi cura di quanti tra loro soffrono a causa di una malattia. Il Servizio sanitario siamo noi: è espressione della tensione individuale e sociale alla prossimità e solidarietà con chi soffre, della fraternità che abbraccia la vita, la sostiene, la ama sino alla fine.

Fino a quando non sarà fatto tutto il possibile per offrire ai malati inguaribili e ai disabili – con opportunità concrete di cura integrale della persona, gesti, parole e anzitutto testimonianza – una strada percorribile di ricomprensione del significato e del valore della vita per loro stessi e per gli altri non potremo invocare come soluzione al dramma della sofferenza patologica, psicologica e spirituale l’istituzionalizzazione dell’aiuto medicale al suicidio come prassi ordinaria della pratica clinica e dell’assistenza sociosanitaria.

Non tutta la cura e l’amore della persona sofferente è delegabile alla professionalità e umanità di medici e infermieri e all’organizzazione della sanità pubblica e privata. E sarebbe ingiusto scaricare su di loro quanto spetta ai congiunti, agli amici e alla solidarietà sociale. A ciascuno il suo compito. Ma quello che non possiamo esimerci dal chiedere alle istituzioni legislative e governative è di non regolamentare la morte prima di aver garantito a tutti e sostenuto concretamente le opportunità di non restare soli nel tempo della malattia, della sofferenza e della disabilità.

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da”Avvenire” 01.09.26

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-------------- La Strada

S.Agostino

Dalle «Confessioni» di sant’Agostino, vescovo

(Lib. 7,10, 18; 10, 27; CSEL 33, 157-163. 255)

Eterna verità e vera carità e cara eternità!

     Stimolato a rientrare in me stesso, sotto la tua guida, entrai nell’intimità del mio cuore, e lo potei fare perché tu ti sei fatto mio aiuto (cfr. Sal 29, 11). Entrai e vidi con l’occhio dell’anima mia, qualunque esso potesse essere, una luce inalterabile sopra il mio stesso sguardo interiore e sopra la mia intelligenza. Non era una luce terrena e visibile che splende dinanzi allo sguardo di ogni uomo. Direi anzi ancora poco se dicessi che era solo una luce più forte di quella comune, o anche tanto intensa da penetrare ogni cosa. Era un’altra luce, assai diversa da tutte le luci del mondo creato. Non stava al di sopra della mia intelligenza quasi come l’olio che galleggia sull’acqua, né come il cielo che si stende sopra la terra, ma una luce superiore. Era la luce che mi ha creato. E se mi trovavo sotto di essa, era perché ero stato creato da essa. Chi conosce la verità conosce questa luce.
     O eterna verità e vera carità e cara eternità! Tu sei il mio Dio, a te sospiro giorno e notte. Appena ti conobbi mi hai sollevato in alto perché vedessi quanto era da vedere e ciò che da solo non sarei mai stato in grado di vedere. Hai abbagliato la debolezza della mia vista, splendendo potentemente dentro di me. Tremai di amore e di terrore. Mi ritrovai lontano come in una terra straniera, dove mi pareva udire la tua voce dall’alto che diceva: «Io sono il cibo dei forti, cresci e mi avrai. Tu non trasformerai me in te, come il cibo del corpo, ma sarai tu ad essere trasformato in me».
     Cercavo il modo di procurarmi la forza sufficiente per godere di te, e non la trovavo, finchè non ebbi abbracciato il «Mediatore fra Dio e gli uomini, l’Uomo Cristo Gesù» (1 Tm 2, 5), «che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli» (Rm 9, 5). Egli mi chiamò e disse: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14, 6); e unì quel cibo, che io non ero capace di prendere, al mio essere, poiché «il Verbo si fece carne» (Gv 1, 14).
     Così la tua Sapienza, per mezzo della quale hai creato ogni cosa, si rendeva alimento della nostra debolezza da bambini.
     Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Ed ecco che tu stavi dentro di me e io ero fuori e là ti cercavo. E io, brutto, mi avventavo sulle cose belle da te create. Eri con me ed io non ero con te. Mi teneveno lontano da te quelle creature, che, se non fossero in te, neppure esisterebbero. Mi hai chiamato, hai gridato, hai infranto la mia sordità. Mi hai abbagliato, mi hai folgorato, e hai finalmente guarito la mia cecità. Hai alitato su di me il tuo profumo ed io l’ho respirato, e ora anelo a te. Ti ho gustato e ora ho fame e sete di te. Mi hai toccato e ora ardo dal desiderio di conseguire la tua pace.

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La Strada

Discorsi del Papa al meeting di Rimini 22 agosto 2026

La Santa Sede

the holy see

INCONTRO DEL SANTO PADRE
CON I PARTECIPANTI AL
47° “MEETING PER L’AMICIZIA FRA I POPOLI”

Fiera di Rimini
Sabato, 22 agosto 2026

[Multimedia]

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Saluto spontaneo del Santo Padre all’Auditorium

Saluto del Santo Padre ai partecipanti al Meeting (Villaggio Ragazzi)

Discorso ai partecipanti al Meeting (Grande Auditorium)

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Saluto spontaneo del Santo Padre all’Auditorium

Buongiorno!
Ciao, ragazzi! Buongiorno!

Non sapete quanto è bello vedere tutti voi qui insieme. E siete solo una piccola parte, perché dall’altra parte ce ne sono di più. Bravissimi!

Grazie, grazie! Gli applausi più forti devono essere per Gesù Cristo: siamo tutti discepoli di Gesù!

Grazie! Ci sono tante opportunità qui per riflettere sulla nostra vita, sulla società, sulla fede. Ne ho appena visto una, che parla della vita di Sant’Agostino, che parla dell’amore.

L’amore è la forza che può veramente cambiare il mondo. «Se noi tutti vogliamo cambiare il mondo, cominciamo con noi stessi», dice Sant’Agostino. Il vostro cuore, il nostro cuore, che è così grande, così capace di amare, non deve essere mai chiuso. Cerchiamo tutti la strada per camminare insieme, per costruire un mondo di pace e di amore.

Grazie a voi! Continuate con questo bellissimo cammino. Vivete sempre con questo entusiasmo e vedrete che possiamo davvero costruire un mondo di pace e di amore.

Tanti auguri!

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Saluto spontaneo del Santo Padre al Villaggio ragazzi

Buongiorno a tutti!

Grazie! Grazie! Grazie per essere qui; grazie per questa accoglienza e per questo entusiasmo che è segno dello Spirito!

Ascoltate un momento … Anni fa San Giovanni Paolo II disse: «Se il mondo di oggi ha bisogno di qualcosa, è la comunione».

Ancora oggi possiamo ripetere le stesse parole. E se ci sarà comunione nel mondo, comincia con voi giovani, perché voi sapete costruire la comunione con l’amicizia, sapete rispettarvi gli uni gli altri per costruire la pace e il mondo ha bisogno di voi, del vostro entusiasmo, della vostra carità, della vostra fedeltà.

Dio benedica tutti voi e che siate sempre fedeli a Gesù Cristo.

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Discorso del Santo Padre

Cari fratelli e sorelle!

Sono felice di incontrarvi a Rimini, negli ambienti che vi sono cari per l’impegno, la creatività e il dialogo che il vostro appuntamento di fine agosto da anni è in grado di mobilitare. Ringrazio il Presidente Scholz e il Dottor Prosperi per il loro saluto.

In questo momento storico comprendiamo più profondamente la profezia che quasi mezzo secolo fa venne inscritta nel nome dato a queste giornate: “Meeting per l’amicizia fra i popoli”. Come vi disse San Giovanni Paolo II, «già solo il pronunciare queste parole rallegra il cuore: “Incontro”! “Incontro di amicizia”! “Amicizia tra i popoli”! Parole che acquistano un particolare significato in queste ore, spesso drammatiche, della storia del mondo» (Discorso al III Meeting per l’amicizia tra i popoli, Rimini, 29 agosto 1982).

Anche oggi la pace è custodita e diffusa da persone che amano incontrarsi e non temono di confrontarsi. Papa Francesco con l’Enciclica Fratelli tutti ci ha insegnato a coltivare l’amicizia sociale, che rappresenta il volto pubblico, dinamico e concreto della fraternità. Riconoscendoci, infatti, nella dignità di figli di Dio, veniamo a contatto con ciò che accomuna originariamente gli esseri umani, al di là di ogni diversità, separazione o conflitto. Possiamo immedesimarci l’uno nell’altro, ascoltarci e diventare amici, tra persone e quindi anche tra popoli. Prima di confini, definizioni e istituzioni ci sono sempre le persone. Questa consapevolezza è al cuore del cristianesimo: voi lo sapete, perché siete stati educati a leggere il Vangelo come rivelazione di Dio che si fa incontro, avvenimento, sguardo, esperienza, risvegliando in ciascuno il desiderio di essere amato e di amare. In tal modo, non avete fatto del “Meeting” una sorta di enclave: al contrario, esso è diventato un crocevia per la Chiesa e per la società, un incontro che moltiplica gli incontri e ispira nuovi cammini.

Ringraziamo il Signore per questa eredità viva, che vi dà una grande responsabilità storica, nella comunione più grande della Chiesa, a servizio di un’umanità che ha fame e sete di giustizia. Come ci ha insegnato il Concilio Vaticano II, infatti, «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore» (Cost. past. Gaudium et spes, 1). Sì, cari amici, è l’ora della responsabilità, specialmente per chi molto ha ricevuto da una millenaria tradizione di fede che si fa cultura. Le diverse edizioni del “Meeting”, in effetti, hanno saputo attingere al grande patrimonio del passato le ragioni che vi impegnano oggi nel confronto con l’arte, la musica, la letteratura, la scienza, l’economia  e con ogni espressione dell’animo umano. Anche il titolo scelto per questa edizione, tratto dall’ultimo verso della Divina Commedia, ci sospinge verso la storia di cui Dio è Signore. «L’amor che move il sole e l’altre stelle» non è scomparso, non ha perso vigore, né intensità, sebbene sia un amore che rimane volentieri silenzioso, a differenza delle forze rumorose che sconvolgono la terra, il cielo e tutte le creature.

Sì, l’amore muove! «Fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (Mt 5,45). Così Gesù descrive la perfezione di Dio, manifestando lo scarto tra la generosità del suo agire e la ristrettezza dei pensieri umani. La realtà soffoca nei nostri calcoli e respira nella gratuità di Dio. Non a caso i miei Predecessori – San Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco – hanno tutti indicato la misericordia divina come punto di impatto tra il Vangelo e le “cose nuove” di quest’epoca drammatica e meravigliosa. Seguire Gesù Cristo dopo le tragedie e le ripartenze del XX secolo implica, infatti,una lucida consapevolezza: il male non si combatte col male. Come in cielo, così in terra l’amore è la legge della vita, il metodo della redenzione, del Messia crocifisso. Al falso realismo, che riarma le menti, le parole e le nazioni, la cultura cattolica ha oggi da opporre il realismo della misericordia, per il quale non possono esistere nemici e tutti, anche gli avversari, sono fratelli e sorelle da guardare negli occhi e incontrare nella verità. Il peccato esiste, certo, ma più forte è l’amore redentore di Cristo, che ci impegna a purificare pensieri, interessi, abitudini, frequentazioni, progetti, investimenti – ogni aspetto della vita – da tutto ciò che la cultura della potenza ha inquinato.

Tra voi non mancano competenze, responsabilità e risorse da mettere a servizio di un’autentica conversione di popolo. «L’ossessione di preservare la propria gloria, la propria “dignità”, la propria influenza non deve far parte dei nostri sentimenti. Dobbiamo perseguire la gloria di Dio, e questa non coincide con la nostra. La gloria di Dio che sfolgora nell’umiltà della grotta di Betlemme o nel disonore della croce di Cristo ci sorprende sempre» (Francesco, Discorso al V Convegno Nazionale della Chiesa Italiana, Firenze, 10 novembre 2015). Liberiamo, dunque, la convivenza dal sospetto, la cultura dalla prepotenza, l’educazione dall’ideologia, il lavoro dall’idolatria del profitto, la tecnologia e la finanza dai business della morte. A partire dalle organizzazioni che abbiamo generato e nelle quali operiamo, smascheriamo i rapporti di potere ingiusti, alla radice di povertà e diseguaglianze, della guerra e dei disastri ambientali. Disarmiamo lo sviluppo tecnologico quando si fa pervasivo e distruttivo. Occorrono pionieri coraggiosi, che comincino dalla propria inversione di rotta a rendere convincente e credibile la conversione richiesta a tutti.

Non ci sia soltanto chi soffia sul fuoco della stanchezza e della disperazione; ci sia anche chi riaccende sogni e visioni! Le due strade sono incompatibili, perché una sfrutta la divisione, l’alienazione e la disperazione, l’altra serve il Regno di Dio e la sua giustizia. «In un mondo attraversato da tante manovre che puntano a conquistare mercati e spazi di influenza, spesso rivestite da retoriche rassicuranti e costruzioni ideologiche seducenti, il nostro cuore avverte il bisogno di scoprire un disegno diverso, sapiente e benevolo, simile a quello che Maria contempla nel Magnificat, quando proclama che di generazione in generazione la misericordia di Dio si stende su quelli che lo temono. Questo disegno di misericordia attraversa la storia anche oggi, dentro i passaggi più rapidi e inquieti segnati dagli algoritmi, dalle reti globali, e diventa la bussola per un’esistenza evangelica nell’era digitale. Al centro sta il mistero dell’Incarnazione» (Lett. enc. Magnifica humanitas, 230-231).

Cari amici, la bellezza disarmata di questo Mistero domanda di correre “il rischio educativo” di cui vi parlò don Giussani. Egli intuì che «il metodo educativamente più capace di bene non è quello che vive di fuga dalla realtà, per affermare separatamente il bene, ma quello che vive della promozione del bene nel mondo». [1] E insisteva: «Nel mondo significa nel confronto con la realtà intera, confronto rischioso, se così lo si vuol chiamare; ma meglio sarebbe dire impegnativo». [2] Fratelli e sorelle, assumiamoci adesso questa responsabilità, che è impegno con Cristo e impegno con il nostro mondo!

Cari giovani, siete tanti qui, parecchi come volontari. Siete segno che il futuro è una promessa, non una minaccia! Molti non lo credono più, sia fra gli adulti, sia fra i giovani. Silenziosamente, però, «l’amor che move il sole e l’altre stelle» sospinge ancora alla speranza. L’ho avvertito intensamente fra i vostri coetanei in Libano, in Africa e in Spagna. L’amore muove, urge, risveglia dal torpore, suscita nuove vocazioni e chiama a rischiare. Mettetevi in gioco! Apritevi a una vera cattolicità, allargando i vostri legami oltre ogni appartenenza troppo ristretta. Il Movimento, i gruppi, le comunità siano un trampolino da cui tuffarvi nell’intera realtà. Contrastate ciò che vorrebbe allontanarvi da fratelli e sorelle di culture, sensibilità e provenienze diverse, specialmente dai più poveri. Uscite, invece, incontro a tutti!

Ad ogni latitudine, in particolare ai margini e fra coloro che soffrono, troverete chi è già pronto a costruire la civiltà dell’amore. Non permettete a nessuno di sminuire questa parola, che è il nome stesso di Dio: «Dio è amore» (1Gv 4,16). Nell’amore non c’è mai costrizione, indottrinamento; mai seduzione, inganno, arruolamento. C’è amore solo nella libertà, nel confronto vivo, nel dono generoso di sé.

Cari giovani, oggi il mondo sembra stupirsi della vostra adesione a Cristo, dell’attrazione che sentite per Lui e per la sua Parola, della vostra appartenenza alla Chiesa. Che siate cristiani è oggi per molti una sorpresa! Eppure, senza clamore, «per mezzo vostro la parola del Signore risuona» (1Ts 1,8). Lo scriveva san Paolo alla giovanissima comunità di Tessalonica. E continuava: «La vostra fede in Dio si è diffusa dappertutto, tanto che non abbiamo bisogno di parlarne» (ibid.). Non è una questione di numeri, sebbene commuovano le migliaia di vostri coetanei che chiedono il Battesimo in società considerate tra le più secolarizzate del mondo. È una questione di libertà: la verità si incontra solo nella libertà.

Lo stiamo comprendendo sempre meglio, entro circostanze storiche che riattivano le domande più umane e un desiderio infinito di senso, di giustizia e di pace. Così, una certa perdita di influenza, che noi adulti abbiamo forse temuto e combattuto, doveva rivelarci che possiamo stimare di più la potenza del Vangelo, dei legami che genera, della logica che accende, della vita che fa sorgere. Come hanno ripetuto più volte i miei Predecessori, «la Chiesa non fa proselitismo. Essa si sviluppa piuttosto per attrazione». [3] È l’attrazione per un modo di abitare il mondo, a proposito del quale don Giussani provocatoriamente domandava: «Si può vivere così?». [4]

Già nel II secolo, d’altra parte, l’anonimo autore della Lettera a Diogneto riconosceva che i cristiani «si propongono una forma di vita meravigliosa e, indubbiamente, paradossale» (V, 4). Certo, dobbiamo ammettere che portiamo questo tesoro “in vasi di creta” (cfr 2Cor 4,7) e che spesso la credibilità della nostra testimonianza personale e comunitaria è segnata dal limite e dal peccato. Ma è il Signore che ci rialza sempre, come singoli e come comunità!

Cari amici, amate sempre la Chiesa! Amate e preservate l’unità. Merita di pronunciarlo di nuovo “Amate sempre la Chiesa!”. Cari amici, amate e preservate l’unità della “compagnia” attraverso la quale Cristo vi ha raggiunti e vi attrae a sé. Come ebbe a dirvi Papa Francesco in occasione del centenario della nascita del vostro fondatore, «anche i momenti difficili possono essere momenti di grazia e possono essere momenti di rinascita. Comunione e Liberazione nacque proprio in un tempo di crisi, quale fu il ’68. In seguito, don Giussani non si è spaventato dei momenti di passaggio e di crescita della Fraternità, ma li ha affrontati con coraggio evangelico, affidamento a Cristo e in comunione con la madre Chiesa» (Francesco, Discorso ai membri di Comunione e Liberazione, 15 ottobre 2022).

Ebbene, carissimi, proprio nel travaglio del cambiamento d’epoca, in questo mondo lacerato da molteplici crisi, possiamo riscoprire «il “gusto spirituale” di essere Popolo di Dio, riunito da ogni tribù, lingua, popolo e nazione, che vive in contesti e culture diverse […] ancora pellegrinante nel tempo e già in comunione con la Chiesa del cielo» (XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, Documento finale, n. 17). In questi ultimi anni, abbiamo riscoperto la dimensione sinodale e missionaria del nostro essere Chiesa, che ci chiama anzitutto a imparare ad ascoltarci a vicenda. Il dono dell’ascolto è qualcosa che, penso, tutti riconosciamo, ma che spesso si è perso in alcuni settori della Chiesa. Dobbiamo continuare a scoprire quanto è prezioso, a cominciare dall’ascolto della Parola di Dio, dall’ascolto reciproco, dall’ascolto della saggezza che troviamo in uomini e donne, in membri della Chiesa e in quanti sono alla ricerca della verità, ma che ancora non sono, e forse non saranno mai membri della Chiesa» (Discorso ai partecipanti al Giubileo delle Equipe sinodali e degli Organismi di partecipazione, 24 ottobre 2025).

È un cammino che richiede anche il rinnovamento di ogni realtà associativa e movimento ecclesiale. Vi invito, sia all’interno del Movimento di Comunione e liberazione, sia nelle Chiese particolari a cui ognuno di voi appartiene, a fare questa esperienza del camminare insieme: ognuno ascolta, si lascia trasformare dalla fede altrui e insieme, sotto la guida dei pastori, si maturano nuove consapevolezze, passi ulteriori, obbedienze coraggiose allo Spirito Santo. Sinodalità non è il nome di un processo, ma la natura di un popolo che nell’amicizia e nell’incontro con l’altro avverte di appartenere a Dio solo. Allora l’autorità si converte in servizio, che onora le diversità e ne facilita l’armonia. Questo stile costituisce in quest’epoca travagliata un vero e proprio segno dei tempi. Testimoniamo che ogni carisma è per l’utilità comune, che ogni ricchezza si moltiplica se condivisa, che ogni paura può essere superata: dobbiamo renderlo tangibile, credibile, desiderabile. Saprete farlo, cari amici, sulla scia del vostro fondatore, coltivando l’unità tra voi, con coloro che sono chiamati a guidare il Movimento, con la Sede Apostolica che vi ha riconosciuto e con il Successore di Pietro. Lo Spirito Santo ci educhi alla pratica della comunione. Ce ne doni il gusto, la stima, la speranza. Continui a guidarci, cari fratelli e sorelle, quell’Amore “che move il sole e l’altre stelle”. Grazie!

Grazie! Grazie!

Elemento fondamentale in ogni comunità cristiana è la preghiera. Allora, adesso, invito tutti a pregare la Preghiera che Gesù ci ha insegnato:

Padre Nostro…

Benedizione

Grazie e buon cammino!

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[1] L. Giussani, Il rischio educativo, Milano 2014, 106.

[2]  Ibid.

[3] Benedetto XVI, Omelia nella Messa inaugurale della V Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi, Aparecida (13 maggio 2007). Francesco, Catechesi (11 gennaio 2023).

[4] Cfr L. Giussani, Si può vivere così?, Milano 2007.

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L'ascia nel cuore

Indifferenza nuovo nichilismo

FILOSOFIA

L’indifferenza oggi è il nuovo nichilismo

La società contemporanea non nega necessariamente Dio: più spesso accantona la domanda sulla trascendenza. Ma questa scelta apparentemente neutrale finisce per trasformare il modo in cui l’uomo guarda a sé stesso, agli altri e al mondo

LUIGI

ALICI

Ci è stato insegnato che agli antipodi della trascendenza si stende l’esteso bassopiano dell’immanenza, e in un certo senso la distinzione mantiene sempre la sua validità. Tuttavia, quando si guarda alla trascendenza indugiando dentro le pieghe del vissuto, la contrapposizione potrebbe esprimersi anche in altro modo: se la trascendenza si può pensare come irriducibile differenza, voltarle le spalle equivale a soffocare la vita nell’indifferenza.

L’alternativa fra trascendenza e indifferenza ci pone dinanzi al bivio della vita: un bivio che in alcuni casi, in circostanze gravi e impegnative, s’impone come un vero e proprio ultimatum; il più delle volte, tuttavia, l’aut aut s’insinua dentro l’ordinarietà del quotidiano in modi discreti, quasi di soppiatto, finendo per strapparci risposte distratte e sempre effimere, che alla fine, però, diventano responsabili del nostro destino. (…)

A questo punto, prima di guardare più lontano, s’impone una domanda: può esserci un’ombra totale, capace di oscurare completamente la luce? Quale nome potremmo darle? La risposta è implicita nell’intero percorso: non esiste un’ombra totale. La luce è ovunque e proviene da lontano, le tenebre sono tentativi – drammatici e vani – di oscurarla, fabbricati malamente in “casa nostra”.

Possono avere tanti nomi, quante sono le forme di rifiuto della trascendenza, e tuttavia oggi sembrano riassumersi nell’indifferenza, forse il rifiuto più insidioso di tutti, perché subdolo e infido: rifugge dagli attacchi frontali, non “parla” mai a voce alta, predilige il mormorio che sparge il veleno della sfiducia, della diffidenza, dello scetticismo. L’elogio della trascendenza, soprattutto oggi, non è scontato e deve vincere le tentazioni dell’indifferenza. Se l’immanenza rappresenta un’alternativa esplicita, in quanto teorizza un principio, con cui finisce ultimamente per identificarsi, che è oltre ogni singolo ente ma non oltre l’intero, un’alternativa “tacita” è quella che fa sparire il problema, espellendolo di fatto, senza troppi discorsi, dal tessuto stesso dell’esistere.

Basta inoculare nei gangli dell’esperienza il veleno dell’indeterminatezza generalizzata, che interrompe la circolazione del pensiero. Ogni esperienza sarebbe fondamentalmente incommensurabile e relativa: relativa a chi la vive, a chi la vive in un certo momento e non in un altro, in un certo luogo e non in un altro… A quel punto, siamo a un passo dal trionfo indiscriminato del relativo, che possiamo tranquillamente chiamare relativismo. Un passo non dichiarato, però: affermando a chiare lettere che la verità non esiste, qualcuno potrebbe sempre chiederci se tale affermazione debba essere ritenuta vera. Il relativismo è il parente spensierato e più “digeribile” dello scetticismo dichiarato.

Siamo già agli antipodi della trascendenza: il relativismo è in-differenza alle differenze. Il duro messaggio che l’apocalisse riserva alla chiesa di Laodicea sembra interpretare, con un’attualità sconcertante, il senso profondo di questa deriva: «Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca. tu dici: sono ricco, mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla. Ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo» ( Ap 3,15-17).

Il testo denuncia, con una crudezza imbarazzante, un pericolo mortale, più grave di qualsiasi tiepidezza religiosa: la rottura della relazione fra la creatura e il creatore, collegata alla perdita di ogni differenza. Dietro il mito dell’autonomia assoluta («sono ricco, mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla») si nasconde un autoinganno diabolico, che conduce a un’idea “povera” di ricchezza e a una forma “infelice” di felicità. “Non lo riconosco più” – non a caso – è l’espressione amara con la quale di solito atto che una persona amica sembra non aver più bisogno di nulla e di nessuno.

L’indifferenza generalizzata arriva a erodere ogni margine di riconoscimento, e quindi di riconoscenza, smarrendo il senso profondo delle differenze: soprattutto tra vero e falso, bello e brutto, giusto e ingiusto, bene e male, e quindi, alla fine, persino la differenza fra finito e infinito, e quella fra essere e nulla. In un mondo in cui ogni esperienza è appesa all’esile filo del divenire e si risolve in un bagliore effimero, il nulla è l’inizio e la fine di tutto, come nell’episodio del volo notturno di un uccello, raccontato da Beda il Venerabile. Ricordiamo ancora Bonhoeffer di Resistenza e resa: «Gli idoli si adorano: e l’idolatria presuppone che l’uomo adori qualcos’altro. Noi oggi non adoriamo più niente, nemmeno gli idoli.

in questo siamo veri nichilisti».

La metafora sgradevole del rigurgito nauseante, in cui si coglie quella noncuranza pratica che è molto più di un nichilismo teorizzato, può essere simbolicamente collegata al secondo capitolo della Genesi, che si apre con la descrizione del giardino di Eden, dove il creatore ha fatto «germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare» (Gen 2,9), ponendo al centro l’albero della vita e l’albero della conoscenza del bene e del male.

Solo i frutti di quest’ultima pianta sono letteralmente indigeribili per il primo uomo e la prima donna, che pure hanno a disposizione tutti gli altri. Le creature umane non possono “mangiare la differenza” tra bene e male: non possono impossessarsene, negarla, metabolizzarla, sostituendosi ad essa.

È singolare che il primo libro della Bibbia metta in guardia da questo primo peccato e che l’ultimo libro ne ricordi gli effetti devastanti. se non vogliamo bere fino in fondo il calice amaro del “nichilismo attivo” di Nietzsche o della nausea sartriana dinanzi all’assurda gratuità dell’esistere, non resta che un atto di umiltà dell’intelligenza dinanzi all’altezza del mistero. L’anestetico dell’indifferenza, alla fine, non ci lascia mai com’eravamo: quando si appiattisce la propria vocazione, si modifica da cima a fondo tutta l’organizzazione ordinaria della vita; la relazione che ognuno di noi intrattiene con se stesso si riflette immancabilmente nell’intera “filiera” pratica delle relazioni con gli altri, con il mondo, con l’assoluto.

L’indifferenza è sempre autolesioprendiamo nista: insidia la verticalità personale. Se la trascendenza è la luce, l’indifferenza è il tentativo di oscurarla, che non può essere una conquista. L’infinito del nulla è il nulla dell’infinito. In-differenza, ovvero vivere (e morire) per nulla.

Volgendo in positivo il discorso, ne potremmo ricavare una duplice conclusione. Una prima conclusione riguarda il riconoscimento imprescindibile della trascendenza, come incontro fra l’atto di essere e la pluralità contingente degli enti. Dall’essere infinitamente trascendente dipendono le galassie e la polvere di Marte, le alghe e i boschi di conifere, le spugne e la mia cagnolina, l’esistenza dello schiavo schiantato nella costruzione delle piramidi e il narcisismo megalomane dell’uomo politico che gioca a fare la guerra. Quanto più si sale nella scala dei viventi, tanto più la dipendenza si fa evidente e polivalente, fino al punto in cui la massima evidenza riconoscibile si attualizza nel soggetto personale. (…) La persona che si scopre capace di apertura infinita aprendosi al mondo, è invece coinvolta direttamente – appunto, in prima persona – in tale atto. L’apertura infinita che l’essere umano scopre in se stesso si rivela come apertura di se stesso. L’infinito che abita il finito lo trascende. Da dentro. Ripensando alle tappe dell’intero percorso, si potrebbe dire: non c’è stupore senza meraviglia, non c’è esistenza senza eccedenza, non ci sono legami senza relazioni, non c’è intelligenza senza senso, non c’è libertà senza responsabilità, non c’è storia senza futuro, non c’è amore senza reciprocità gratuita. Eppure – ecco una seconda conclusione – la possibilità di neutralizzare praticamente la trascendenza appartiene di fatto alla nostra esperienza quotidiana. Se la “via lunga” del pensiero appare complessa, faticosa e a mio avviso impossibile da percorrere fino in fondo in modo esaustivo, possiamo essere tentati di fermarci, voltare le spalle all’intera questione, mettendola sistematicamente in coda nell’agenda quotidiana. È difficile accreditare un pensiero che anteponga l’oscurità alla luce, è più facile vivere semplicemente nella penombra, come se il problema non potesse mai avere l’attenzione che merita. L’infinito non è la maledizione del finito: è la sua benedizione, che ne garantisce la dignità.

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Il relativismo, la perdita del senso delle differenze e l’illusione dell’autonomia assoluta sono i segnali di una deriva che impoverisce l’esperienza umana

da AVVENIRE 20.08.26

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La Strada

San Francesco e la via della piccolezza

Padre Roberto Pasolini

Spunti da una meditazione del 05 Maggio 2026

SAN FRANCESCO E LA VIA DELLA PICCOLEZZA

“ La tua bontà mi ha fatto crescere, il tuo farti piccolo mi ha fatto diventare grande” Sal. 18

La piccolezza è arrivare a capire che c’è una direzione per far crescere la propria umanità.

Noi, spesso imbarazzati, nascondiamo la piccolezza agli occhi degli altri. I nostri tratti di debolezza, rappresentano in realtà  il nostro tesoro perchè quando sei piccolo puoi incontrare gli altri. Non possiamo apparire fragili, incerti, confusi, perché significherebbe avere bisogno degli altri, perché vorrebbe dire che alcune cose importanti ce le dovrebbero dare gli altri.

Poter essere piccoli davanti agli altri, più piccoli di quanto pensavamo, meno performanti!

Noi vorremmo sempre dare agli altri un aiuto, un servizio ai “ piccoli”, stando dalla parte di “ chi fa”, per sentirci buoni e bravi.

Ricevere ci piace di meno. Cristiani che chiedono aiuto ad altri!

La via della piccolezza è una strada. Allargare la mano e chiedere aiuto, per permettere ad altri di entrare nella vita eterna, dando ad altri la possibilità di fare del bene. Quindi non solo amare, ma lasciarsi amare, farsi amare. Saremo giudicati su “ se ci siamo lasciati amare” non solo se abbiamo amato, se abbiamo avuto l’umiltà di lasciarci amare.

Se ci riconciliamo con la nostra piccolezza, diventeremo amabili ( come bambini o anziani) senza accorgercene. Noi  abbiamo ancora qualche possibilità di grandezza e la sfruttiamo fino all’ultimo.

C’è un antidoto alla società pervasa da parametri di forza. Essere piccoli, camminare senza paura e vergogna, con il coraggio di percorrere la via della piccolezza che rende capaci di costruire la comunione, non più spaventati dalla piccolezza.

Piccolezza come libertà che possiamo prenderci per riconciliarci con il nostro limite, con la nostra nudità ( sulla Croce Gesù è nudo. La sua una morte minuscola, il Suo un corpo nudo che però può amare!)

La nudità è la condizione di chi ama, di chi si lascia vedere così com’è.  Ciò significa mettersi davanti all’altro nudi come se dicessimo: ho bisogno di te, in atteggiamento massimo di verità! Fare come ha fatto Gesù, andando verso gli altri dicendo : io, da solo, non ce la faccio. Smettere di avere paura della propria piccolezza, imbarazzati di ammettere che abbiamo bisogno dell’altro e che soli non possiamo vivere ( siamo relazione con l’altro).

La piccolezza è una strada non un vanto, un lusso. La vita ci dice che siamo polvere e piccoli, bisognosi degli altri. Così la morte ci farà meno paura. Percorrere il cammino che ci sta davanti con piccolezza. Una strada che aspetta i passi di ciascuno, con l’umiltà di chi non smette di imparare, con l’umiltà di percorrere una strada nuova.

Inviato da Outlook

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News Un Libro in Tasca

L’EQUILIBRIO DEL SOLCO

  UN      LIBRO   IN  TASCA

      Rubrica bimestrale semiseria di presentazione libraria

D’estate è possibile concedersi una sospensione, riappropriarsi del proprio tempo con più facilità, sfuggendo, per un po’, al vortice in cui siamo inglobati.

Tempo di svago e riflessione, quello estivo,occasione di rientro in sè,

di recupero dall’affanno ordinario, per consentire l’affiorare del desiderio profondo che ci abita, per aprirsi alle bellezze che ci circondano e ci parlano di Altro.

In questo percorso, potrebbe esse d’ausilio un libro interessante di un autore noto, presbitero e teologo italiano, che scrive in modo semplice ma profondo, avvalendosi, spesso, di espressioni poetiche:

  ERMES  RONCHI

  L’ equilibrio del solco

 Edizioni Paoline

Da appendere sul frigorifero:

“Abbi pazienza, perché la pazienza non è debolezza, non è lassismo, la pazienza è la virtù di vivere l’incognito in noi e negli altri, è l’arte del seme nel solco” (E.R.)

“Non avere paura di scendere nel tuo pozzo profondo. Là troverai una manciata di luce, un pugno di sale e un Volto che è il volto del più bello tra i figli dell’ uomo”

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incontro con suor Benedetta e don Vincent Nagle, casa Simone di Cirene Buccinigo (Co) 06 giugno 2026 DOVE NASCE LA SPERANZA

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La Strada

Esercizi Spirituali AQM agosto 2026

31.07.2026 – pomeriggio prima meditazione
01.08.2026 – mattino seconda meditazione
01.08.2026 – pomeriggio terza meditazione
02.08.2026 – mattino quarta meditazione

Statua Madonna lignea a Barza d’Ispra