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La Strada

PREGHIERA AQM del 13.01-10.03-12.05.26: don Maurizio Mosconi

13 GENNAIO – LA BUONA COSCIENZA (1,18-20)  

Nei tre versetti che concludono il primo capitolo della lettera ritroviamo parole e riflessioni già sentite nelle prime due “puntate”. Anzitutto, la relazione paterna tra l’apostolo e il suo collaboratore/successore Timoteo (“§figlio mio”); cfr. l’inizio dello scritto: «Paolo… a Timoteo, vero figlio mio nella fede». Paolo è il padre della fede di Timoteo; lo afferma senza arroganza o presunzione, dal momento che nei vv. precedenti (12-17) ha ribadito la sua assoluta indegnità e assenza di credenziali davanti a Dio. La totale dipendenza da Dio – egli è «apostolo di Cristo Gesù per comando di Dio…» (v. 1) – porta Paolo a condividere con Timoteo lo stesso dovere verso la comunità: «Questo è l’avvertimento/ordine che ti do…». Che cosa Paolo ordini è stato detto all’inizio: «ti raccomandai di rimanere a Èfeso perché tu ordinassi a taluni di non insegnare dottrine diverse e di non aderire a favole e a genealogie interminabili, le quali sono più adatte a vane discussioni che non al disegno di Dio, che si attua nella fede» (vv. 3-4). L’insistenza sulla “dottrina” (orto-dossia) non è fine a se stessa: «lo scopo del comando è la carità» (v. 5); come “tradurre” oggi questa chiarezza circa il nesso verità-carità?  

Paolo ricorda poi a Timoteo le «profezie fatte» su di lui, fondamento stabile e sicuro. Di che cosa si tratta? Forse le preghiere pronunciate nella sua ordinazione. In senso più ampio e generale, possiamo pensare a tutti gli scritti dei profeti – nei quali lo Spirito Santo parlò (cfr. Credo) – e, estendendo ancora, a tutto l’AT: Legge, Profeti e Salmi (cfr. Lc 24,44). Una menzione particolare merita il libro dei 150 Salmi, cioè di quei canti che hanno formato la preghiera cristiana e che dovrebbero risuonare con più forza e frequenza nelle nostre assemblee, al posto di canzonette sdolcinate, adolescenziali e autoreferenziali. I primi sedici versetti del Salmo 118/119 – «il più lungo del salterio […, lode estesa e ripetuta alla parola di Dio, […] tentativo di esprimere la complessità e la varietà dell’esistenza umana alla luce di quella Parola che, sola, in profondità fa vivere il credente in alleanza con il Signore» (L. Monti) – che abbiamo pregato sono un limpido esempio della ricchezza inesauribile contenuta in questi componimenti; e la ripresa di tre frasi nel corso della testimonianza di Mady ed Elena ne è la prova: «Beato chi è fedele ai suoi insegnamenti e lo cerca con tutto il cuore… Con tutto il cuore ti cerco: non farmi deviare dai tuoi precetti… Nella tua volontà è la mia gioia; mai dimenticherò la tua parola».  

Tutto ciò è in vista della «buona battaglia» che Timoteo dovrà battagliare, non improvvisando ma con una strategia precisa (così il verbo greco). Ma chi è il “nemico”? Non gli altri, non chi insegna falsità, nemmeno Imeneo e Alessandro citati dopo (temporaneamente “in panchina”, in attesa di un loro ravvedimento). La battaglia che Timoteo deve sostenere è verso se stesso: è l’impegno di conservare (non ripudiare) «una buona coscienza», per non fare «naufragio nella fede». Interessante anche questo accento sulla coscienza “buona”, già presente nel v. 5: «Lo scopo del comando è però la carità, che nasce da un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede sincera». Qui l’accento pare spostarsi dalla fede “della Chiesa” (insegnata, trasmessa, professata) alla fede “personale”. Oggi parliamo molto di “fede”: che c’è o non c’è; che c’è in tutti a prescindere… arrogandoci a volte il diritto di misurarla, in noi stessi e negli altri. Paolo ci invita a considerare il nesso tra questa fede e la coscienza (cioè – per dirla con il catechismo antico – la «capacità di distinguere il bene dal male», che caratterizza l’età “di ragione”); e addirittura a vedere quasi il primato della “coscienza” (umana) e della sua formazione sulla “fede” (cristiana): è infatti per aver “ripudiato/rinnegato” la prima che Imeneo e Alessandro «hanno fatto naufragio nella fede». L’intreccio tra le due realtà va pensato, di nuovo. Non sempre è facile: la testimonianza di Mady ed Elena ce ne dà un esempio. 

10 MARZO – SIAMO NELLA CHIESA (3,14-16)  

Il v. 16 è il più importante: «Non vi è alcun dubbio che…»; il «mistero» è in concreto Gesù («egli»), la cui vicenda Paolo ricorda ai lettori riportando una parte di un inno utilizzato nella preghiera comunitaria, reliquia (insieme ad altre sparse nelle lettere) della prima produzione catechistica e liturgica. Nella «carne umana» e glorificata di Gesù risorto («nello Spirito») si manifestò una volta per tutte l’amore di Dio per il genere umano nella sua totalità («le genti… nel mondo»). Frutto di questa manifestazione è la «vera religiosità», rivolta indissolubilmente a Dio (adorazione, venerazione, contemplazione, culto) e, in Dio, a tutti e tutto; la portata di questa eusèbeia (pietas) – la religione/devozione come coinvolgimento di se stessi – è ampia, e molto concreta: si legga al riguardo 6,3-10 (e i vv. dell’incontro precedente: 17-19).  

Il comportamento segnalato nel testo ci riporta al v. 15 («voglio che tu sappia come comportarti»), che ne precisa l’ambito: la «Chiesa/comunità del Dio vivente», che è al tempo stesso la Sua «casa/famiglia» e la «colonna e sostegno/basamento della verità». La tensione tra l’ambiente domestico (luogo di relazioni ‘corte’, di condivisione e di intimità) e i vocaboli ‘duri’ della verità (colonna, basamento…) si risolve appena ci ricordiamo che qui si parla di Dio, che «vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità» (2,4). Rispetto all’umanità intera la comunità di Gesù è il riferimento sicuro, stabile e visibile della Sua verità in quanto riceve, custodisce e trasmette la fede dei primi discepoli; in questa Chiesa noi siamo, e vogliamo rimanere. Nell’ambito del servizio alla verità dell’evangelo comprendiamo – come ci testimoniano Gabriella e Roberto – l’esigenza di verità che proprio l’amore per il coniuge porta con sé.  

12 MAGGIO – LA CURA DEI PROPRI CARI (5,1-8)  

Il titolo scelto per l’incontro ci porta subito all’ultimo versetto: «Se qualcuno non si prende cura dei suoi cari, soprattutto di quelli della sua famiglia, costui ha rinnegato la fede ed è peggiore di un infedele»; il verbo qui utilizzato (pronoèin) insiste sulla dimensione preventiva, e non solo emergenziale: si tratta di prevedere per tempo alcune situazioni, non di correre ai ripari il più tardi possibile. La delimitazione dei destinatari di questa cura – «soprattutto quelli della sua famiglia» – e la pesantezza del giudizio su chi non la offre sono coerenti con il principio fissato nel v. 4: «è cosa gradita a Dio adempiere i propri doveri verso quelli della propria famiglia e contraccambiare i genitori»; l’autore della lettera ribatte qui la convinzione che la fede (la pietas, la devozione) non va declamata ma va praticata, mettendosi a servizio di chi ha bisogno, a partire da chi ci ha dato la vita.  

Il quarto comandamento conserva tutto il suo valore e la sua obbligatorietà: Maria e Rino ci ricordano che cosa significa onorare il padre e la madre, anche quando essi perdessero il senno (cfr. Sir 13,12-13); teniamo presente che “onorare” significa “dare spazio”, permettere a una persona di essere ancora attiva e di essere valorizzata…  

Il genitore messo qui in evidenza è la propria mamma (nonna), vedova: «se una vedova ha figli o nipoti…» (v. 4). Delle vedove trattano i vv. 3-7, ma anche i successivi (9-16); l’ampiezza del “regolamento” che le riguarda (1/6 della lettera) è un riscontro della consistenza della loro presenza nelle prime comunità, con tutti i pro e i contro. La fattispecie della vedovanza e la sua fisionomia spirituale sono già presenti nell’AT; il vangelo di Luca ne identifica il valore nella profetessa Anna (Lc 2,36-38); Gesù le incontra e parla con loro. Detto ciò, le prime chiese dovettero operare un discernimento, sia sulle vedove – privilegiando quelle «non impiccione, quelle che se fanno una promessa di fedeltà al Signore la mantengono, che se hanno una famiglia se ne occupano e non si sentono sminuite perché non hanno il tempo per la parrocchia, il volontariato…» (B. Maggioni) – sia sulle modalità del loro sostentamento: «Il periodo dei comportamenti spontanei è passato, occorre agire con oculatezza per evitare che si sprechino sostanze o che qualcuno se ne approfitti». Di questa oculatezza dev’essere capace Timoteo, l’episkopos della comunità; a lui sono diretti i primi due versetti: «Non rimproverare duramente un anziano ma esortalo…»; se ciò che non deve fare completa il v. 12 («Nessuno disprezzi la tua giovane età» – e pensiamo qui ai diaconi che ci hanno accompagnato quest’anno…), l’invito ad esortare diventa per tutti noi un utile “esame di coscienza”: siamo (ancora) capaci di “esortare”? Oppure le nostre parole sono solo critica e correzione?  

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