Stimolato a rientrare in me stesso, sotto la tua guida, entrai nell’intimità del mio cuore, e lo potei fare perché tu ti sei fatto mio aiuto (cfr. Sal 29, 11). Entrai e vidi con l’occhio dell’anima mia, qualunque esso potesse essere, una luce inalterabile sopra il mio stesso sguardo interiore e sopra la mia intelligenza. Non era una luce terrena e visibile che splende dinanzi allo sguardo di ogni uomo. Direi anzi ancora poco se dicessi che era solo una luce più forte di quella comune, o anche tanto intensa da penetrare ogni cosa. Era un’altra luce, assai diversa da tutte le luci del mondo creato. Non stava al di sopra della mia intelligenza quasi come l’olio che galleggia sull’acqua, né come il cielo che si stende sopra la terra, ma una luce superiore. Era la luce che mi ha creato. E se mi trovavo sotto di essa, era perché ero stato creato da essa. Chi conosce la verità conosce questa luce. O eterna verità e vera carità e cara eternità! Tu sei il mio Dio, a te sospiro giorno e notte. Appena ti conobbi mi hai sollevato in alto perché vedessi quanto era da vedere e ciò che da solo non sarei mai stato in grado di vedere. Hai abbagliato la debolezza della mia vista, splendendo potentemente dentro di me. Tremai di amore e di terrore. Mi ritrovai lontano come in una terra straniera, dove mi pareva udire la tua voce dall’alto che diceva: «Io sono il cibo dei forti, cresci e mi avrai. Tu non trasformerai me in te, come il cibo del corpo, ma sarai tu ad essere trasformato in me». Cercavo il modo di procurarmi la forza sufficiente per godere di te, e non la trovavo, finchè non ebbi abbracciato il «Mediatore fra Dio e gli uomini, l’Uomo Cristo Gesù» (1 Tm 2, 5), «che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli» (Rm 9, 5). Egli mi chiamò e disse: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14, 6); e unì quel cibo, che io non ero capace di prendere, al mio essere, poiché «il Verbo si fece carne» (Gv 1, 14). Così la tua Sapienza, per mezzo della quale hai creato ogni cosa, si rendeva alimento della nostra debolezza da bambini. Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Ed ecco che tu stavi dentro di me e io ero fuori e là ti cercavo. E io, brutto, mi avventavo sulle cose belle da te create. Eri con me ed io non ero con te. Mi teneveno lontano da te quelle creature, che, se non fossero in te, neppure esisterebbero. Mi hai chiamato, hai gridato, hai infranto la mia sordità. Mi hai abbagliato, mi hai folgorato, e hai finalmente guarito la mia cecità. Hai alitato su di me il tuo profumo ed io l’ho respirato, e ora anelo a te. Ti ho gustato e ora ho fame e sete di te. Mi hai toccato e ora ardo dal desiderio di conseguire la tua pace.
Ottantaquattro sono rimasti (per sempre) a Ceuta, cioè in terra spagnola, dei cinquantamila che la notte del 31 luglio sono partiti per la folle invasione. «La Spagna è una porta aperta», promettevano i social. Dicevano che per un giorno passare la frontiera normalmente murata sarebbe stato un gioco da bambini.
Come ci hanno creduto in cinquantamila, in Marocco? La forza del messaggio che rimbalzava sui cellulari, gli amici che già avevano deciso: partiamo, e allora anche i più incerti si facevano coraggio, come perdere quella occasione d’oro? Chi abbia ispirato questo miraggio collettivo e perché, è un’altra storia. Ma guardatela dalla parte di quei diciottenni, ventenni marocchini, o dei coetanei arrivati lì dal Sudan, in fuga dalla guerra, manovali per due euro all’ora.
Sentono che chissà come, per via di una certa sentenza, la Spagna apre le porte. Basta arrivare nell’enclave di Ceuta e sei in Spagna, quindi in Europa. E allora le ore febbrili dei preparativi: custodie impermeabili per il cellulare, salvagenti, pinne, scorte di acqua.
Molti andranno a nuoto da Findeq, Marocco settentrionale, a Ceuta. Nei video di quella notte una folla immensa di ragazzi si riversa sulla costa, tra grida e auto date alle fiamme.
Ma la polizia marocchina stranamente non si muove. E dunque in migliaia tentano la via del mare, nero come l’inchiostro. Fratelli, amici si buttano insieme. Ci vorranno ore: bisogna saper nuotare molto bene, e avere fiato, tanto. Eccola che parte, l’incredibile armata dei ragazzi che sperano l’Europa: un tetto, un lavoro a dieci euro l’ora. Come da un messaggio fasullo si sia messo insieme questo esercito di poveri fanti, come liberamente, senza l’ordine di alcun generale, si siano buttati in una carica insensata, non è del tutto comprensibile
A noi, almeno, che stiamo dentro alla fortezza Europa, che questo stesso Mediterraneo lo solchiamo in barche a vela o in sontuose navi da crociera. E se avvistassimo un uomo in mare certo partirebbero i soccorsi. Ma per migliaia di uomini in mare? Davanti alle tv in salotto, la sera dopo, gli europei hanno la sensazione di una invasione barbarica, incontenibile, selvaggia. Chi l’ha organizzata, a che è servita, questa folata di paura nel caldo torrido dell’estate 2026, non si sa.
Ma io continuo a pensare a quelle migliaia di ragazzi che il 31 luglio hanno salutato le madri ed eccitati, quasi felici, sono partiti per la grande avventura. (A vent’anni non la si desidera forse l’avventura che sia una svolta di vita, la porta che si spalanca sul futuro?) Dunque si sono buttati in mare di notte, con vigorose bracciate. C’era la luna piena in queste sere, a rischiarare con il suo pallore le facce brune e gli occhi scuri dei ventenni marocchini o africani. E all’inizio, forse, è sembrato un gioco. Poi, con la fatica, i fanti all’arrembaggio di Ceuta hanno smesso di sorridere. I forti andavano avanti, ma già alcuni, senza fiato, chiedevano aiuto. Si è fermato forse un fratello, un amico, per poi annegare insieme? Non si è fermato invece chi, disperatamente, voleva riuscire. I sommersi e i salvati, e la luna a guardare.
Come poi sia finito l’assalto a Ceuta lo si sa, tutti spediti indietro in poche ore. Solo 84, dicevamo, sono rimasti là: all’obitorio, annegati. 84 ragazzi illusi da una follia, stanchi d’essere poveri, o già fuggiti da paesi in guerra. Ottantaquattro ventenni, ma anche sedicenni, colpevoli di avere fortemente, assurdamente sperato. Difficilmente potranno andare a piangerli a Ceuta, i padri e le madri. Sapranno solo che non sono tornati. E in quell’obitorio deve gravare un silenzio profondo, senza una visita, senza un fiore. Quei morti, figli di nessuno. E ripensando a quanto umana e giusta pietà ha suscitato a gennaio la sciagura di Crans Montana, vorremmo qualche parola di pietà anche per gli 84 di Ceuta, in fila sui lettini di metallo. Non erano figli nostri, ma erano ragazzi anche loro, figli anche loro. Nati, amati, andati a scuola, nella speranza di una vita buona. La porta della Spagna aperta, che un terribile scherzo. Ma guardo sul web le facce dei sopravvissuti, e penso ai caduti. Che Dio li abbracci, con i loro giovani sogni perduti.
D’estate è possibile concedersi una sospensione, riappropriarsi del proprio tempo con più facilità, sfuggendo, per un po’, al vortice in cui siamo inglobati.
Tempo di svago e riflessione, quello estivo,occasione di rientro in sè,
di recupero dall’affanno ordinario, per consentire l’affiorare del desiderio profondo che ci abita, per aprirsi alle bellezze che ci circondano e ci parlano di Altro.
In questo percorso, potrebbe esse d’ausilio un libro interessante di un autore noto, presbitero e teologo italiano, che scrive in modo semplice ma profondo, avvalendosi, spesso, di espressioni poetiche:
ERMES RONCHI
L’ equilibrio del solco
Edizioni Paoline
Da appendere sul frigorifero:
“Abbi pazienza, perché la pazienza non è debolezza, non è lassismo, la pazienza è la virtù di vivere l’incognito in noi e negli altri, è l’arte del seme nel solco” (E.R)
Orientamento sessuale e iden- tità di genere non sono più un impedimento, per fare il capo scout educatore di gio- vani e ragazzi? Domanda sfidante. Ce la rivolge la lettera che trovate pubblicata a pag. 31 di questo giornale. Rimando lì per una risposta più direttamente attinente al mondo scout. Vorrei qui soltanto porre alcuni punti fer- mi della questione. Il tema è anzitutto l’accoglienza e l’inclu- sività nei confronti delle persone con orientamento omosessuale o disforia di genere. Chiaro che i gruppi cattolici – e tanto più una realtà come l’AGESCI, per definizione realtà aperta, plurale, «di con- fine» rispetto all’identità cattolica – devo- no essere aperti a tutti, e capaci di racco- gliere la sfida del confronto con ogni di- versità, singolarità, storia personale. Anzi, già quel «nei confronti di» segnala che stiamo partendo col piede sbagliato: come se si trattasse di soggetti strani, o in qual- che modo non normali. In realtà gay e le- sbiche sono persone amate da Dio e figli della Chiesa, e hanno il diritto e il dovere di sentirsi a casa nella comunità cristiana. Hanno anche il diritto – e questo è il ver- sante socio-culturale della battaglia con- tro l’omofobia – di non essere più oggetto di ingiuste e odiose discriminazioni a mo- tivo del loro orientamento sessuale (vio- lenze fisiche o verbali, penalizzazioni nel- le carriere o negli ambienti di lavoro etc.). Cose, peraltro, un tempo vistosamente presenti anche nelle comunità cristiane (che erano specchio della società civile del tempo), ma di cui oggi fatico francamente a trovare tracce consistenti nelle odierne comunità cristiane. Ad ogni modo, il tema dell’inclusività e del confronto con le di- versità è certamente all’ordine del giorno, non solo dell’AGESCI, ma della Chiesa tutta. Precisato questo, rimane però da dire che eterosessualità e omosessualità non sono uguali sul piano del valore. A dirlo sono tre dati di realtà inaggirabili. Affermando i quali non si pecca di discriminazione: al contrario, cadremmo nell’egualitarismo, se li dovessimo ignorare. Il primo dato di realtà è che l’omosessua- lità non genera figli. Se non ricorrendo ad acrobazie tecnologiche (tipo la maternità surrogata), sulla cui disumanità c’è poco da discutere. Il secondo dato di realtà ri- guarda la relazione omosessuale. La ricer- ca scientifica, psicologica in particolare, ci ha molto aiutati a metterla meglio a fuoco, contribuendo a ridefinirne il senso (un tempo catalogato senza distinzioni come «vizio» di sodomia). Sappiamo perciò oggi che una relazione omosessuale può essere espressione di vero amore, affetto, cura re- ciproca, condivisione di vita. Dentro di es- sa, però, l’azione omoerotica – letta nella prospettiva del linguaggio del corpo ma- schile e femminile, e priva com’è dell’aper- tura procreativa – conserva un inelimina- bile e intrinseco disordine oggettivo. Co- me tenerne conto? Quanto cioè questo disordine oggettivo configura anche una colpa soggettiva, ossia un peccato? A questo riguardo il «minimo sindacale», secondo la morale cattolica, è di non auto- assolversi e di non presumere di essere già a posto, ma di tenere aperto un «discerni- mento personale e pastorale» (compiuto cioè in confessione con un pastore della Chiesa), così come chiesto dall’Esortazio- ne Amoris laetitia di papa Francesco (n. 300). Resta infine il fatto – terzo dato di re- altà – che una coppia omosessuale, man- cando del dimorfismo corporeo maschile e femminile e della capacità procreativa, non può celebrare un matrimonio sacra- mentale: non può essere segno dell’amore di Cristo per la Chiesa. Restano ovviamen- te le possibilità previste dalla legislazione civile, dove si oscilla, a seconda degli Stati, fra il matrimonio civile e i sistemi di regi- strazione pubblica (le «unioni civili»). Riassumendo: accoglienza e inclusività per tutti, ma figli (FI), sesso (S) e sacra- mento (SA), rimangono tre differenze di valore non aggirabili, fra eterosessualità ed omosessualità. Di cui tener conto, se vogliamo che i percorsi di inclusione e di accoglienza avvengano nel perimetro del- la verità umana e dell’antropologia cristia- na, e non diventino invece adeguamento al qualunquismo de «basta l’amore», e conformismo agli stereotipi mondani del «gender fluid». Notate che non ho ancora risposto alla questione del poter fare o no il capo, e su questo rimando a pag. 31. Ma i punti fermi di un discernimento mi sem- brano quelli esposti. Naturalmente il mio è solo il parere di un giornalista e teologo morale. Pronto quindi a fare marcia indie- tro, se il Magistero della Chiesa mi dicesse che mi sto sbagliando. Ma la mia doman- da è: sono solo mie «fisse», o dobbiamo tener ferma questa FI.S.SA?
da IL SETTIMANALE DELLA DIOCESI DI COMO N 24. 18.06.26
LETTERE E CONTRIBUTI
Lettere al direttore
Carissimo don Angelo, Le scrivo da persona che allo scautismo cattolico deve molto. Non intervengo quindi da os- servatore esterno, né con spirito polemico fine a sé stesso, ma con la preoc- cupazione di chi ha conosciuto dall’interno la forza educativa dello scoutismo quando esso sa essere davvero ciò che promette: una strada di crescita umana e cristiana dentro la Chiesa, non ai margini della sua proposta. La recente discussione interna all’AGESCI sul tema dell’identità di genere e dell’orientamento sessuale dei capi edu- catori merita, a mio giudizio, una riflessione franca. È una vicenda che non riguarda sol- tanto l’associazione scout, ma scoperchia un clima più ampio, presente anche nella no- stra Diocesi, dove certe sensibilità pastorali
penso, ad esempio, alla nota e ben pubbli- cizzata “Equipe LGBTQ+” – sembrano tal- volta assumere categorie e linguaggi più mutuati dal dibattito culturale contempora- neo che dalla tradizione cristiana. Lo dico con chiarezza: non è in discussione la dignità di alcuna persona. Ogni uomo e ogni donna meritano rispetto, ascolto e ac- compagnamento. Sarebbe gravissimo pen- sare il contrario. Il punto decisivo, però, è un altro: quale antropologia intende oggi pro- porre un’associazione che porta nel proprio nome l’aggettivo “cattolica”? Il problema di fondo è che si rischia di scar- dinare il nesso tra coerenza oggettiva della proposta educativa e idoneità al ruolo, in nome di una pastorale dell’accoglienza ele- vata a criterio assoluto. Ma quando l’acco- glienza diventa la “virtù delle virtù”, senza più essere misurata dalla verità della propo- sta cristiana, ogni criterio di discernimento appare fatalmente come un residuo autori- tario, una chiusura, un’imposizione. Qui sta il nodo. O si ammette che certe scelte introducono un criterio difficilmente com- patibile con la struttura ecclesiale e con l’an- tropologia cattolica, oppure bisogna pren- dere atto – con dolore – che attraverso silen- zi, cautele e assensi impliciti si apre un pro- cesso destinato a rendere sempre più fragile ogni distinzione tra vita vissuta, dottrina professata e ruolo educativo o ministeriale. L’incoerenza di sistema è ormai evidente: o la dottrina torna a essere misura della vita, oppure la vita, nel suo vissuto soggettivo, di- venta progressivamente misura della dottrina. Colpisce anche il linguaggio utilizzato. Ne- ologismi come “omolesbobitransfobia”, o l’insistenza sul correggere sentimenti e at- teggiamenti definiti secondo categorie ide- ologiche contemporanee, sembrano sposta- re il baricentro. La domanda, invece, do- vrebbe essere un’altra: come aiutare ogni scout – dai Lupetti e dalle Coccinelle fino ai Rover e alle Scolte – ad avere in sé “gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù”, se- condo l’invito di san Paolo nella Lettera ai Filippesi? Cosa direbbe un don Andrea Ghetti di fronte a questo testo? Cosa avreb- be scritto il nostro don Titino? È questo il criterio cristiano. Non l’adesione al lessico del momento, non la rincorsa alla sensibilità dominante, non la paura di ap- parire arretrati. Essere Chiesa significa cu- stodire una parola esigente, talvolta scomo- da, ma capace di orientare. Significa non confondere l’adeguamento culturale con la profezia evangelica. Il problema, sia chiaro, non è l’esistenza di percorsi scout diversi. In Italia non esiste al- cun monopolio dello scautismo cattolico. Chi desidera una proposta educativa laica, pluralista, non legata alla dottrina della Chiesa, trova realtà storiche e rispettabili co- me il CNGEI, che hanno pieno diritto di muoversi secondo una propria impostazio- ne aconfessionale. Il punto diventa però de- licato quando categorie, linguaggi e prospet- tive proprie di una cultura secolare vengono introdotte dentro un’associazione ecclesia- le, presentandole quasi come naturale svi- luppo della fede. Se ci si definisce “cattolici”, non basta invo- care genericamente accoglienza, ascolto e rispetto. Tutto questo è certamente cristia- no, ma deve rimanere dentro una visione integrale della persona, della famiglia, del corpo, della sessualità e della vocazione educativa. La Chiesa non è una cornice emotiva da richiamare quando conviene: è madre e maestra, con un Magistero, un Ca- techismo, una tradizione viva e una respon- sabilità particolare verso i piccoli. In questo quadro, il ruolo degli assistenti ec- clesiastici diventa decisivo. Un sacerdote presente nello scautismo non è chiamato a fare da semplice accompagnatore benevolo, né da garante silenzioso di decisioni prese altrove. Il suo compito è aiutare il discerni- mento ecclesiale, richiamare alla fedeltà alla Chiesa, illuminare con chiarezza laddove la comunità educativa rischia di confondere l’accoglienza delle persone con l’accettazio- ne indistinta di ogni imposta zione antropologica. Il silenzio, in certi momenti, non è pruden- za: è abbandono educativo. I ragazzi non hanno bisogno di adulti che abbiano paura di dire una parola chiara. Hanno bisogno di testimoni credibili, capaci di unire carità e verità, misericordia e orientamento, vici- nanza e proposta. Il prezzo più alto di questa ambiguità ri- schiano di pagarlo le famiglie. Molti genitori iscrivono i figli ai Lupetti, agli Esploratori, alle Guide, ai Rover e alle Scolte proprio per- ché leggono nel nome AGESCI una garan- zia: “Associazione Guide e Scout Cattolici Italiani”. Per una famiglia credente, quell’ag- gettivo non è decorativo. È un patto. Signifi- ca poter confidare che l’educazione ricevuta nel gruppo sia coerente con quella proposta in casa, in parrocchia, nel catechismo, nella vita sacramentale. Se invece, senza un confronto limpido con le famiglie, si modificano progressivamente i presupposti educativi su temi tanto delica- ti, il rischio è quello di un cambio di identità non dichiarato. Non si tratta più soltanto di metodo scout, di vita all’aperto, di servizio, di responsabilità, di strada. Si entra nel cuo- re dell’educazione affettiva e morale dei ra- gazzi. E lì la chiarezza non è un lusso: è un dovere. Nessuno chiede durezza. Nessuno auspica esclusioni sommarie o giudizi sulle persone. Ma proprio perché ogni persona merita ri- spetto, serve altrettanta onestà sulla propo- sta educativa. Accogliere non significa dis- solvere i confini. Accompagnare non signi- fica rinunciare a indicare una direzione. Camminare insieme non significa smarrire la bussola. Lo scautismo cattolico ha forma- to generazioni di giovani perché ha saputo proporre una libertà esigente, non una liber- tà indistinta; una comunità fraterna, non una comunità senza verità; un servizio ge- neroso, non un adattamento continuo allo spirito del tempo. Per questo credo che l’AGESCI, se vuole onorare la propria storia, debba ritrovare il coraggio della chiarezza. Chi desidera per- corsi educativi diversi ha piena libertà di sceglierli altrove. Ma chi resta dentro la Chiesa e parla a nome di una proposta cat- tolica deve avere l’umiltà e la forza di parlare il linguaggio della Chiesa. Le famiglie, oggi più che mai, non chiedono slogan. Chiedono affidabilità. Chiedono adulti che non abbiano paura di educare. Chiedono che i loro figli non siano passeg- geri di una sperimentazione culturale, ma camminatori sulla strada solida del Vangelo.
lettera firmata
Premessi i criteri generali esposti a pag. 2, affronto qui la domanda se un giovane con orientamento omosessuale possa o meno fare il capo scout educatore di bam- bini e ragazzi. Immaginiamo Marco e Luca, oppure Lau- ra e Maria, che vivono insieme, esprimono pubblicamente la loro omosessualità, e so- no iscritti nel registro delle «unioni civili» (un giorno – chissà – anche sposati/e in Comune). Possono fare i capi scout? Di per sè anche sì. E porterebbero nel loro lavoro educativo la testimonianza dell’importan- za di essere inclusivi e accoglienti delle di- versità di ciascuno. Questi capi dovrebbero però anche essere molto chiari e onesti nel dire che l’eterosessualità e l’omosessualità (da loro vissuta) non sono sullo stesso pia- no e non hanno lo stesso valore: a motivo appunto dei tre «dati di realtà» di cui ab- biamo detto a pag. 2. Trattandosi di edu- catori di un gruppo cattolico, non possono esimersi dal dire e trasmettere quello che è il pensiero della Chiesa (salvo, ovviamen- te, che mi si dica che il pensiero della Chie- sa non è più quello detto a pag. 2…). L’ag- gettivo «cattolico», nell’acronimo AGESCI, è impegnativo. Significa essere nella Chie- sa accettando la sua visione del mondo e della vita, e accettandola in coscienza, non certo a mo’ di un’adesione selettiva, di un «bricolage», di un «fai da te» o di un «menu a la carte». Gradualità e progressi- vità, dubbi e incertezze, discernimento prolungato nel tempo, confrontarsi e cam- minare insieme, sono tutte cose ovviamen- te ammesse e anzi doverose (soprattutto, come dicevamo, per una realtà come l’A- GESCI, per definizione plurale, aperta e «di frontiera» rispetto all’identità cattoli- ca): ma non ci può essere cammino senza bussola, senza mèta chiara verso cui pun- tare. Gli stessi genitori che affidano i pro- pri figli agli educatori scout presumibil- mente lo fanno perché credono nell’iden- tità cattolica non meno che nel valore del- la pluralità e della progressività (che peraltro sono parte dell’identità cattoli- ca…). Su queste cose, quindi, Marco e Lu- ca, Laura e Maria non potranno essere ap- prossimativi, opachi, evasivi, se non addi- rittura mendaci. Ecco qui allora una prima difficoltà: è re- alistico chiedere a loro questa chiarezza di insegnamento sul valore intrinseco di ete- rosessualità e omosessualità? Non li met- tiamo in condizione di vivere una sorta di sdoppiamento, di conflitto fra ciò che vi- vono e ciò che non possono non dire? Vero è – mi si fa notare – che qualcosa di simile in fondo già esiste: per es. molti capi scout (uomo e donna) già convivono, né si im- pegnano granché nella castità pre-matri- moniale, cose pure che appartengono (mi pare) alla visione cattolica. Perché allora – si dice – essere così fiscali solo con Marco e Luca, Laura e Maria? Comprendo che non sia possibile chiedere a un capo una sorta di coerenza assoluta e senza ombre. Qui però ne va di un aspetto strutturante della metodologia scout: il fatto cioè che si tratta di un metodo pratico, che educa at- traverso l’azione e l’esempio di vita (dei capi) molto più che attraverso le parole. Ora, se questo è vero, d’accordo che non possiamo chiedere a un capo una coerenza assoluta (sui costumi sessuali come su tut- to il resto), ma fino a che punto possiamo serenamente chiudere un occhio di fronte a una dissonanza fra ciò che un capo vive e ciò che, per correttezza, è chiamato a dire e insegnare? Ecco una seconda, grande dif- ficoltà. Per questo penso che l’AGESCI sia andata un po’ troppo avanti su questi te- mi, e occorrerebbe un po’ più di cautela. A meno ovviamente di prendere congedo dall’identità cattolica, e trasformare l’A- GESCI in AGESI, associazione collaterale ma non organica alla Chiesa e al suo pen- siero. Ma credo che nessuno voglia questo. Esplorare e percorrere strade di coraggio (e chi più e meglio dello scoutismo potreb- be farlo?) è certamente importante, ma ri- cordiamoci che il coraggio sta a metà fra la viltà, da una parte, e la temerarietà, dall’ altra.
Don Angelo Riva
da IL SETTIMANALE DELLA DIOCESI DI COMO N 24 18.06.26
Gli scout e la scelta dell’inclusione «La nostra bussola è la persona»
VIVIANA
DALOISO
LUCIANO MOIA
Le critiche, anche violente nei toni. Soprattutto quelle all’interno del mondo cattolico. Poi gli insulti, gli scherni, i meme sui social con gli scout in boa di struzzo, o in mutande e tuta leopardata. Si è visto di tutto dopo la pubblicazione del documento “Identità di genere e orientamento sessuale e affettivo” diffuso il mese scorso dal Consiglio generale dell’Agesci e di cui abbiamo scritto anche sulle pagine di Avvenire. Un testo in cui l’associazione ha ribadito la sua linea improntata all’accoglienza, chiarendo che l’orientamento sessuale non è motivo di esclusione nella scelta degli educatori. Ma il fatto che a distanza di tanti giorni ci sia ancora chi punta il dito contro la più grande realtà dello scoutismo italiano, giudicando inopportuno, se non addirittura contrario al Vangelo – figurarsi – l’appello all’inclusione delle persone omoaffettive e transgender, ci ha spinto a riprendere il discorso. L’abbiamo fatto incontrando Giorgia Caleari e Bruno Guerrasio, lei Capo Guida, lui Capo Scout d’Italia, ai vertici dell’Associazione a livello nazionale. Giorgia è vicentina, insegnante di religione, tre figli. Bruno, che di figli ne ha due, fa il farmacista a Bolzano, ma ha origini napoletane. Entrambi sono scout di lunga esperienza, educatori preparati e prudenti. Insomma, due persone equilibrate che non amano certamente le scelte azzardate, soprattutto in campo educativo. « Noi restiamo in ascolto. Non pretendiamo di avere una parola definitiva. Il nostro obiettivo non è certo scrivere un trattato di antropologia o di teologia. Vogliamo essere credibili e chi ci conosce sa che tutta la nostra storia va nella direzione dell’ascolto e dell’accompagnamento».
Che cosa è successo dopo la pubblicazione del documento?
Giorgia e Bruno: Ci sono state reazioni diverse. Non siamo stupiti. Qualcuno ha reagito anche con durezza? L’avevamo messo in conto. Ci riflettiamo sopra, ci diamo tempo. Ma siamo certi di aver imboccato la strada giusta perché quanto abbiamo scritto è maturato in questi anni lungo il nostro cammino, fatto sul campo, incontrando migliaia di giovani ed entrando nella carne della loro vita e delle loro esperienze. Qualcuno ha frainteso? Dipende anche dall’approccio culturale. L’importante è che la nostra postura educativa sia arrivata con chiarezza. E, in questa postura, c’è l’obiettivo di costruire ambienti sicuri e inclusivi, fondati sull’ascolto, sul rispetto e sull’accompagnamento delle persone, nessuno escluso.
Anche all’interno dell’Agesci le conclusioni a cui siete arrivati sono condivise?
Bruno: Siamo da sempre abituati, noi Capi e Capo scout, a farci interrogare dalla realtà e ad ascoltare. Crediamo nell’educazione alla differenza e nella differenza, certi che proprio le differenze siano essenziali a migliorare ogni ambiente educativo. Certo, su una realtà di circa 183mila iscritti – 33mila capi, 150mila ragazzi, oltre 1.900 Gruppi diffusi in tutte le diocesi da Nord a Sud – ci saranno senz’altro persone con qualche dubbio, con cui sarà necessario confrontarci ancora. La riflessione quindi va avanti anche tra noi, anzi auspichiamo che sia così.
Giorgia: Va ricordato, in ogni caso, che questo documento non è spuntato per caso. Da almeno un decennio, di fronte alla mutata sensibilità culturale, l’Agesci riflette con testi elaborati, discussi e di volta in volta approvati dal Consiglio generale. Nel 2022 è stato anche avviato un sondaggio interno che ha dato esiti chiari: sull’identità di genere e sull’orientamento sessuale ed affettivo c’è stata una larghissima maggioranza di soci che chiedeva di prendere una posizione chiara, che seguisse le indicazioni arrivate dal Cammino sinodale della Chiesa italiana. Quando parliamo di accoglienza e di inclusione, non stiamo usando termini coniati da Agesci, ma dalla Chiesa.
Eppure qualcuno si è stupito del fatto che consideriate fondamentale collegare la “credibilità educativa” all’accoglienza delle persone Lgbt.
Bruno: Quella delle persone Lgbt non è una categoria particolare, a cui riservare un trattamento speciale. Per noi tutte le persone, al di là dell’identità di genere e dell’orientamento sessuale, meritano rispetto e accoglienza. Se mettiamo al centro la persona, con la sua inalienabile dignità, l’ascolto è un approccio scontato, sempre e comunque. Certo, in questo caso, c’è da definire un linguaggio, serve una formazione più attenta, ma l’approccio da cui ci siamo mossi è lo stesso che riserviamo a tutte le situazioni. Quindi rispetto delle diversità, identica accoglienza.
Giorgia: La nostra credibilità come educatori cristiani parte da un presupposto fondamentale: nessuno si deve sentire escluso. Interpretare questo principio significa dare un seguito coerente alle parole che si dicono e si scrivono. Da qui partiamo per educare, anche lasciandoci educare a nostra volta dal contatto con i ragazzi e le ragazze. Noi ci dedichiamo a bambini e bambine, a ragazzi e ragazze, e a giovani, dagli 8 ai 21 anni. Ecco, questi ragazzi chiedono di essere educati all’affettività partendo dall’accoglienza e dal riconoscimento. Ma stare con loro significa anche per noi adulti accettare di essere educati. Stiamo facendo un percorso specifico in questo senso. Per costruire una relazione educativa autentica dobbiamo essere dentro questa relazione con tre parole chiave: sguardo, ascolto, presenza.
Il punto più controverso del documento resta il passaggio sul profilo del capo cristiano educatore secondo cui, si sottolinea, «l’orientamento affettivo e l’identità di genere non possono costituire un criterio di esclusione nel discernimento ». Va bene l’accoglienza, insomma, ma i più critici si chiedono se davvero un educatore possa esprimersi in modo coerente con i valori cattolici quando manifesta un orientamento omosessuale oppure se è una persona transgender…
Bruno: Come guide e scout noi puntiamo a costruire un ambiente educativo che si arricchisce con una pluralità di relazioni. Non c’è una sola persona su cui ricade interamente la responsabilità di realizzarlo. Il capo e la capo sono fratello e sorella maggiore ma, accanto a loro, ci sono anche altre figure. È normale che in un capo, come in tutte le persone, ci siano delle fragilità ma si tratta comunque di un adulto che fa parte di una comunità, che ha fatto delle scelte e accolto una vocazione, e che, soprattutto, non smette di interrogarsi. Per noi il discernimento non è solo buona prassi personale, ma è inserito in un sistema plurale.
Giorgia: Un capo, come dice Bruno, non è mai solo. Questa è una risorsa preziosa nel nostro sistema educativo. Ma soprattutto abbiamo capito che la maturità di una persona, il fatto che sia in grado di dare una testimonianza credibile, non dipende dall’orientamento sessuale né dalla sua identità di genere. E poi, ripetiamo, è la Comunità capi che decide se un capo è adeguato per il compito a cui è chiamato, se, come diciamo noi, può ricevere il mandato per svolgere il proprio servizio. Questa persona cioè risponde ai valori del nostro patto associativo? Noi partiamo da una Promessa che facciamo con l’aiuto di Dio. Tutto il resto viene dopo. E quindi il fatto che l’orientamento non possa essere motivo di pregiudizio o di discriminazione deve valere per tutti, ragazzi e adulti. Attenzione però, lottare contro i pregiudizi non vuol dire semplificare la realtà. Nel documento si parla di dolcezza, ma anche di fermezza. Non c’è contraddizione tra le due cose. Creare ambienti credibili vuol dire offrire spazi di maturazione in cui ciascuno possa formare in modo sereno la propria identità, sicuro di non essere giudicato.
Nessuna fuga in avanti, insomma, nessuna rottura?
Bruno e Giorgia: Non ci sentiamo affatto dei rivoluzionari. Siamo consapevoli di come ogni processo di crescita richieda tempo e fatica. Ma è sempre stato così. Nel 1974, quando i nostri predecessori decisero di introdurre al vertice dell’Associazione, con un criterio paritario, una figura femminile accanto a quella maschile, ci furono più o meno le stesse polemiche di questi giorni. E questo ci fa un po’ sorridere. Come è possibile pensare che proprio noi, che abbiamo combattuto per vedere riconosciuta la verità della differenza di genere anche a livello associativo, adesso vogliamo annullare la bellezza della reciprocità tra maschile e femminile? Ci piacerebbe che le persone capissero che, come Associazione, siamo dentro una grande riflessione, siamo dentro a una storia. Vogliamo continuare a camminare, anche su questi temi, con il passo di tutta la Chiesa italiana. A quest’ultima, alle riflessioni dei teologi e degli esperti di pastorale, noi possiamo offrire l’esperienza della realtà, il racconto di quello che i nostri ragazzi e ragazze vivono e sentono, le domande che ci fanno. È stando in ascolto di queste domande che diventiamo credibili.
Bruno Guerrasio: «Quella delle persone Lgbt non è una categoria particolare, a cui riservare un trattamento speciale. Nel nostro ambiente educativo la responsabilità non è mai in carico a una sola persona»
Giorgia Caleari: «Il nostro obiettivo non è scrivere un trattato di teologia, ma stare nella realtà.
La maturità di un educatore?
Non dipende dal suo orientamento sessuale né dall’identità di genere»
Scout dell’Agesci durante la celebrazione della Santa Messa in un campo
L’Agesci: l’orientamento sessuale non sia motivo di esclusione nella scelta dei capi educatori
LUCIANO
MOIA
È un documento che arriva da lontano quello approvato qualche giorno fa dal Consiglio generale dell’Agesci e dedicato al tema “Identità di genere e orientamento sessuale e affettivo”. Un testo nel quale le guide e gli scout cattolici danno voce a un sentimento largamente diffuso nello scautismo italiano che parla di accoglienza e di inclusione delle persone omosessuali e transgender come strada privilegiata per «sostenere la nostra credibilità educativa dell’accoglienza e della cura, quando queste si aprono al riconoscimento pieno del vissuto personale ». Da qui la convinzione profonda che «nel profilo del capo cristiano educatore l’orientamento affettivo e l’identità di genere non possono costituire un criterio di esclusione nel discernimento». Ecco perché, spiegano, promuovere percorsi educativi volti al superamento di atteggiamenti e sentimenti discriminatori verso persone omoaffettive o transgender diventa esigenza irrinunciabile da parte dei capi Agesci.
Una scelta, dicevamo, che parte da lontano. Nel documento si pone, come data dell’inizio della riflessione, il 2019, con l’approvazione da parte del Consiglio generale del documento “La scelta di accogliere” in cui era già stata espressa la volontà di farsi carico delle storie personali di ciascuno, indipendentemente dall’orientamento sessuale. Nel 2022 poi il testo è servito come spunto per un sondaggio interno, finalizzato a creare momenti di ascolto rivolti alle persone Lgbtq presenti nel movimento o già usciti – capi, ragazze, ragazzi, comunità, famiglie – con l’obiettivo di raccogliere opinioni e testimonianze. Un’analisi coraggiosa su un campione vastissimo – gli iscritti Agesci sono circa 200mila da Nord a Sud, suddivisi in 1.800 gruppi – che non poteva essere messa in ombra. Quanto emerso – storie di esclusione e di sofferenza, pregiudizi e linguaggi non rispettosi – ha infatti convinto l’Agesci della necessità di andare avanti con coraggio sulla strada dell’inclusione. «Particolarmente significativi – si legge ancora nel testo diffuso ieri – sono i racconti di rover e scolte che hanno vissuto ostacoli nel proprio cammino verso la Partenza o addirittura inviti a lasciare il clan in ragione della propria identità o orientamento». Da qui la necessità di aprire spazi di dialogo, promuovere percorsi formativi più attenti, trasformare gli appelli all’inclusione da proclami formali e prassi vissuta e condivisa nei territori. Nessuno “strappo”, nessuna fuga in avanti, come qualcuno purtroppo ha già scritto a proposito di questo documento che certamente segna un punto di svolta dello scautismo italiano. Ma solo estrema coerenza. Sia verso gli statuti interni, soprattutto laddove si dice che l’impegno educativo deve porre al centro la dignità, la libertà e l’uguaglianza di tutti gli associati. Sia verso il cammino intrapreso dalla Chiesa, da “Amoris laetitia” alla Relazione finale del Sinodo dei giovani (2018) dove, tra l’altro, si sottolineava da parte dei giovani «l’importanza di sentirsi accolti e riconosciuti nella propria interezza, incluse le dimensioni affettive e identitarie della propria esistenza». Nel nuovo testo si parla opportunamente di «evoluzione consapevole dei nostri principi fondanti» per sottolineare la freschezza e l’agilità di una realtà ecclesiale che intende continuare a parlare ai giovani, a tutti i giovani, senza preclusione e senza steccati, superando pregiudizi e sedimenti, donando pienezza evangelica qui e ora a quel concetto di fraternità che appartiene da sempre al dna degli scout italiani.
Nel nuovo documento larga parte è opportunamente dedicata al tema della formazione che dovrà permettere al capo o alla capo «di abitare la complessità con lucidità e serenità, senza semplificazioni ideologiche o posizioni precostituite ». Facile intuirne i motivi. Per comprendere, discernere e accogliere le persone con diverso orientamento sessuale o diversa identità di genere è necessario un approccio formativo tutt’altro che agevole da mettere a fuoco. Da qui la necessità di inaugurare percorsi formativi «senza semplificazioni ideologiche o posizioni precostituite», fondati su elementi scientifici, biblici, teologici e pastorali per guardare alla realtà con profondità e competenza. «Ciò consente di essere accanto a ragazzi, ragazze e agli altri capi con uno stile autentico, capace di coniugare fermezza e delicatezza, autorevolezza e umiltà». Ma sarà importante, si fa ancora notare, curare il linguaggio, mettere al centro le storie personali, vigilare sulle dinamiche di gruppo, bullismo, esclusioni o derisioni. Obiettivo di sempre è quello di integrare, sostenere e accompagnare le persone che scelgono di affidarsi al mondo scout verso un futuro in cui ciascuno possa sentirsi accolto e riconosciuto.
Il Consiglio generale approva un testo che rilancia l’impegno educativo all’accoglienza, puntando su formazione, ascolto e valorizzazione delle storie personali
L’Agesci decide che i Capi scout, in nome dell’inclusione, ora possono avere qualunque “orientamento sessuale e affettivo”. Ma solo l’identità educa
“L’Agesci ha maturato la convinzione che nel profilo del capo cristiano educatore, l’orientamento affettivo e l’identità di genere non possono costituire un criterio di esclusione nel discernimento che le Comunità capi sono chiamate a esercitare quando una persona adulta chiede di entrare in associazione per svolgere un ruolo educativo”.
Ad affermarlo è l’Associazione guide e scout cattolici italiani (in sigla Agesci) nel documento Identità di genere e orientamento sessuale e affettivo, approvato nei giorni scorsi. Una decisione che ufficializza un riconoscimento avvenuto di fatto già da tempo, che nasce dalla “pedagogia dell’accoglienza” e dalla promozione “imprescindibile di percorsi volti al superamento di sentimenti e atteggiamenti omolesbobitransfobici”, perché tali sentimenti “costituiscono un ostacolo” all’inclusione e all’integrazione, negando la diversità. Insomma, come ha efficacemente sintetizzato un quotidiano, “Gli scout cattolici avranno capi gay”.
L’Arcigay approva entusiasta: “Finita una lunga storia di isolamento e discriminazione”, in cui “persone Lgbtqia+ sono state escluse, costrette a nascondersi, allontanate da un contesto educativo che avrebbe dovuto formarle alla comunità e ai valori”. Finalmente gli scout cattolici riconoscono che “l’orientamento sessuale e l’identità di genere non possono essere barriere per chi vuole educare, accompagnare, crescere accanto a ragazze e ragazzi”.
La conclusione è pirotecnica: “Oggi è una giornata importante, non solo per gli scout, ma per l’intero Paese. Un’associazione educativa così diffusa e radicata sceglie l’inclusione e manda un segnale chiaro: le persone Lgbtqia+ non sono un problema, sono una risorsa. Anche nel servizio educativo. Anche nelle comunità cristiane”.
In effetti l’Agesci è la più importante associazione giovanile in Italia, con 182mila aderenti, e certamente ne sono aspetti positivi la capacità di ascolto e l’accoglienza. Ma il punto è: a quale “comunità” e a quali “valori” si è educati?
Tutti noi siamo abituati a incontrare per strada questi ragazzi (maschi e femmine, ma si potrà ancora dire?) con cappellone, camicia azzurra (che li distingue dalle camicie verdi di un’analoga associazione laica), pantaloni corti, fazzoletto al collo. Aria simpatica, piglio deciso, come non apprezzare il loro stile, in cui il gioco diventa educazione alla vita, stupore di fronte alla natura, vicinanza al Creato, rispetto per tutti, impegno per la pace? E il “capo” ha un ruolo decisivo: si propone come esempio, offre una testimonianza da seguire.
Ma in base a quali criteri, quali punti di riferimento? Non basta un generico, “buonista” richiamo ad essere generosi e disponibili. Nello Statuto, l’Agesci evidenzia che “l’Associazione, come iniziativa educativa liberamente promossa da credenti, vive nella comunione ecclesiale la scelta cristiana”, e nel suo sito si legge che il modello educativo “deriva da una visione cristiana della vita”. Ma è davvero così?
Parlare apertamente di identità di genere se, nonostante il Magistero e gli ultimi Papi abbiano più volte denunciato il grave rischio educativo e la “colonizzazione ideologica” operata dall’ideologia gender, in realtà contraddice la “comunione ecclesiale” e ignora “la visione cristiana della vita”. L’ha messo in luce l’associazione Pro Vita & Famiglia, che si chiede: “Cosa insegneranno i capi a bambini e adolescenti? Che ognuno potrà percepirsi di qualsiasi genere a prescindere dalla propria realtà biologica maschile e femminile?”, ignorando “qualsiasi insegnamento del Magistero e del Catechismo della Chiesa Cattolica, che dovrebbero invece essere i pilastri dell’attività di una associazione cattolica?”.
E poi: “I genitori sanno che pensano di mandare i propri figli in una realtà formativa e cattolica, ma poi quest’ultima vara documenti e progetti sull’identità di genere?”. Così facendo, si “tradisce la fiducia delle famiglie”, si mettono a rischio “migliaia di bambini che, dagli 8 anni in su, frequentano gli scout”.
Un ripasso storico fa capire cos’ha perso per strada l’Agesci, nata nel 1974 dalla fusione di due realtà preesistenti, la maschile Asci (Associazione scout cattolici italiani) e la femminile Agi (Associazione guide italiane). Chi era il conte Mario Gabrielli di Carpegna (1856-1924)? E chi erano le Aquile Randagie (1928-1945)?
Il conte, personaggio di spicco degli ambienti pontifici a cui affidarono prestigiosi incarichi ben quattro Papi, è il fondatore dello scoutismo cattolico italiano: oggi si sentirebbe ingannato di fronte alla deriva mondana della sua creatura. Aquile Randagie è il nome che si diedero gruppi clandestini di scout cattolici che, dopo la soppressione dell’associazione imposta dal fascismo, continuarono a vivere fino alla Liberazione il loro ideale. Lo fecero a loro rischio, aiutando ricercati, prigionieri fuggiti, renitenti alla leva, ebrei da condurre oltreconfine. In 17 anni misero in salvo più di duemila persone. Ben altra tempra rispetto ai contorcimenti ideologici attuali.
Alla caduta del fascismo, alcuni ex dirigenti genovesi dell’Asci auspicarono che la ripartenza avvenisse “nella Chiesa e colla Chiesa, in spirito di perfetta ubbidienza e sottomissione per la gloria del Signore e per l’educazione morale e religiosa della gioventù”. Posizione condivisa da molti.
L’allora assistente ecclesiastico don Paolo Pecoraro, citando un contributo che gli era giunto e che chiedeva fosse tenuto nel debito conto, mise in guardia dall’accettare ideologie e visioni del mondo “che non possono accordarsi con la nostra fede” e, in genere, “tutto ciò che verrebbe fuori se si prescindesse dalla formazione soprannaturale dei ragazzi”. Per poi aggiungere che “in uno scoutismo ben fatto” non possono mancare “attività propriamente religiose, altre di apostolato esterno, altre di formazione umana attiva”. Ricordando che “gli scout vanno a Messa, si confessano, ricevono l’Eucarestia, fanno gli Esercizi spirituali”. Queste erano le cose che contano. Oggi cosa conta?
Lo scautismo cattolico Benedetto XV lo definiva “santo apostolato”, mentre per Pio XII era caratterizzato da una “coraggiosa fedeltà alla Chiesa”. Ma è ancora così? Forse all’acronimo Agesci bisogna togliere la “c”. È più serio.
Rivoluzione
Agesci: «Via libera ai capi Lgbt». Una svolta discutibile
Decisione maturata – viene detto – in nome dell’«accoglienza». Che è sacrosanta quando riguarda la persona, ma non legittima ogni stile di vita
Non so se anche a molti di voi l’uso-abuso di sigle e acronimi, quando non si tratti di Crsitogrammi, susciti un certo malcelato fastidio. Bene, è il momento di non celarlo più: facciamo come Elon Musk (pre MAGA), che tra le tante bizzarre decisioni alcune con impatto pericolosamente globale, ha imposto ai suoi collaboratori il divieto di usare acronimi e sigle. Parliamoci sempre apertamente, insomma. Potremmo chiedere lo stesso al consiglio generale dell’Associazione Guide e Scouts Cattolici Italiani, quelli dell’AGESCI che, proprio in nome di altre sigle ancor meno eufoniche, hanno votato all’unanimità l’ok perché persone dichiaratamente omosessuali o transgender possano fare le guide. Lo riporta ANSA che riprende le parole di Paolo Di Tota, delegato dell’associazione: «“Non abbiamo paura” di perdere iscritti e “per noi l’accoglienza è al primo posto nei confronti di chiunque, non facciamo distinzioni tra i ragazzi e le ragazze sarebbe strano farlo tra adulti”». Il documento approvato dal consiglio, «“Identità di genere e orientamento sessuale e affettivo”, (…) con una svolta storica, apre all’universo Lgbt la possibilità di fare le guide, transgender compresi».
In un altro passaggio delle sue dichiarazioni troviamo ampi riferimenti a principi forti per la vita da scout, ma non alla fede cattolica a cui ancora lo Statuto dice di volersi uniformare. «“Dal cammino fatto – prosegue – , è emerso che il rispetto e il riconoscimento sono ‘direzioni non trattabili’ e che è irrinunciabile l’esigenza da parte dei capi e delle capo di formarsi, alla luce della promessa, della legge e del patto associativo, per valorizzare la cura nei confronti della persona e per contrastare i pregiudizi derivanti dall’omolesbobitransfobia”.» Cosa intendano per rispetto e riconoscimento purtroppo è presto detto: non l’amore alla persona nella sua intrinseca dignità di creatura, amata e redenta da Cristo, non l’amore alla verità della sua vocazione e alla bellezza del suo magnifico e arduo sviluppo che implica la fatica della virtù. Piuttosto l’accondiscendenza, anzi l’aperta approvazione di stili di vita disordinati. Con le parole di Costanza Miriano, rubricista di punta del nostro mensile (qui per abbonarsi), crediamo che il punto non sia che una guida scout, come qualsiasi educatore, provi attrazione per lo stesso sesso.
La Chiesa sa – e lo dichiara nel Catechismo – che un numero significativo di «uomini e donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate» e che questa inclinazione, in sé disordinata, costituisce una prova. Vanno accolti «con rispetto, compassione, delicatezza», prosegue al punto 2358 e come ogni cristiano sono chiamati alla santità, unendo le sofferenze che questa tendenza non ordinata causa in loro a quelle di Cristo. Questa è e resta la visione cattolica della persona e in questa sono più che compresi rispetto e accoglienza rettamente intesi. «Il punto è se vive relazioni intrinsecamente disordinate, come le definisce il Catechismo, e lo fa pubblicamente, e rivendica il diritto a viverle. È ovvio che tutti gli educatori sono imperfetti e peccatori. Però non vanno dai ragazzi che cercano di educare rivendicando il diritto di essere irosi, accidiosi, lussuriosi, avari, superbi eccetera. Io propongo una soluzione. Chiamatevi AGESI. Togliete la C dall’acronimo, non pretendete più di essere cattolici e risolvete tutti i problemi».
IL TIMONE,fede e ragione 30.05.26
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COMMENTO ,La Redazione del Sito AQM
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Le questioni che riguardano le persone LGBTQIA+ rappresentano una delle sfide più significative del nostro tempo per le comunità cristiane. Esse toccano dimensioni profonde dell’esperienza umana: l’identità, l’affettività, le relazioni, il desiderio di essere accolti e riconosciuti nella propria dignità. Condividiamo questa serie di articoli con il desiderio di favorire una riflessione seria e rispettosa su questi temi, che suscitano interrogativi, sensibilità differenti e talvolta tensioni all’interno della Chiesa e della società. In un contesto culturale spesso segnato da polarizzazioni e incomprensioni reciproche, stereotipi e contrapposizioni, desideriamo contribuire a creare spazi di dialogo autentico e confronto onesto che abbiano al centro la persona umana. Sull’esempio di Gesù, siamo chiamati a coltivare uno sguardo capace di riconoscere nell’altro non un problema da risolvere, ma un fratello o una sorella da incontrare.