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Le fiabe di Roby

Francesco e Leone


Sono le 11 di sera
Ho aperto Facebook e dal caos alcune parole si fanno spazio.
“La sera era scesa sulla via con quella quiete profonda che sembra appartenere non al tempo degli uomini, ma a quello degli alberi e delle stelle. Francesco e Leone camminavano. Le loro ombre scorrevano mute accanto alle pareti delle case, ora unendosi, ora separandosi di nuovo.
Francesco guardava il cielo impallidire oltre i tetti. Sentiva dentro di sé quella consueta inquietudine che nessuna preghiera riusciva a placare, il desiderio oscuro di qualcosa che non aveva ancora nome.
Leone lo osservò a lungo con i suoi occhi chiari e tranquilli.
«Tu soffri del desiderio della vita» disse infine a bassa voce. «E un giorno dovrai seguirlo.»
Francesco sorrise, amaro. «Eppure io ti invidio, Leone. In te tutto è pace, ordine, certezza. Io invece mi sento diviso come un viandante che abbia smarrito la strada.»
Leone scosse lentamente il capo.
«No. Tu non hai smarrito la strada. Tu sei una strada.»
Tacquero ancora. Da un giardino saliva il profumo della terra umida e il canto remoto dell’acqua in una fontana sembrava accompagnare i loro pensieri.
Allora Leone comprese con improvvisa chiarezza che quell’uomo così diverso da lui gli era diventato necessario. Non perché gli insegnasse delle verità, ma perché alla sua presenza egli sentiva emergere qualcosa che prima dormiva nel profondo della sua anima. Come se ogni vero incontro fosse un risveglio.
E gli parve che gli uomini si cerchino per questo: non per trovare riposo gli uni negli altri, ma per diventare, attraverso l’altro, più pienamente se stessi.
Francesco posò una mano sulla sua spalla. Era un gesto lieve, quasi fraterno, e tuttavia Leone sentì che quel momento avrebbe continuato a vivere in lui molto più a lungo di molte parole, di molti giorni, forse di intere stagioni della sua vita ondivaga.”
Dai, un quarto d’ora speso bene! Mi dico.
Poi chiudo i social, lascio il cellulare e vado a dormire.
Sul comò quel vetro spento riposa sopra un libro.
Narciso e Boccadoro di Hermann Hesse

a cura di Roberto Dalla Bona

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Le fiabe di Roby

LE “FIABE”(? )di Roby

CITARSI ADDOSSO

Il bus delle 20 non faceva tutte le fermate. Se volevi il servizio dovevi chiederlo.

Ero riuscito a salire solo perché avevo i capelli lunghi, lavati, e le gambe scoperte.

Mia moglie mi ha scelto perché le piacciono le femmine e non la finisce mai di spiegarmi che sono donna dentro. 

Probabilmente anche il guidatore la pensava così.

Mi salutò con un “donna pelosa… donna virtuosa”.

Lo ignorai e cominciai a seguire e a contare i sobbalzi. 

Era una grammatica musicale impazzita e il bus non mancava una nota.

Mi addormentai col libro in mano.

A un certo punto mi accorsi di essere seguito.

Mi voltai e vidi una T.

Non una T qualunque, ma una T maiuscola, aggressiva.

La musica era sparita o forse era diventata grammatica.

Cominciò a corrermi dietro.

Cercai di seminarla infilandomi in una frase subordinata, ma lei mi seguiva, guadagnando terreno.

A un tratto raccolse qualcosa da terra — una vocale — e me la scagliò contro.

Mi colpì di striscio. Era una “A”.

Tentai di difendermi con una congiunzione, ma non servì.

La T continuava ad avanzare, lanciando vocali sempre più velocemente: E, I, O…

Ormai ansimavo. La sintassi mi stava crollando addosso.

Se mi avesse preso, lo sapevo, mi avrebbe costretto a formare parole.

E da lì frasi.

E dalle frasi… significato.

Fu in quel momento che capii di essere perduto.

Alzai la testa.

Lo sapevo che non era politicamente corretto ma non ne potevo più, presi a testate il vetro del bus.

Il guidatore si fermò e mi chiese cosa stessi facendo. 

Non era una T maiuscola di questo ero sicuro e gli spiegai la grammatica e di come fosse pericolosa. 

Nessuno sa quanto sia pericolosa. 

Stavo scolpendo il mio nome nella storia a lettere maiuscole.

Il guidatore era a disagio ma mi ascoltò. 

E ci credo non si vede tutti i giorni una minuscola che si crede una maiuscola. 

Poi prese il cellulare e mi fece il verbale. 

Lo stampò e me lo fece firmare

Fece gli occhi tondi

Mi ero firmato 

WOODY ALLEN.

(Pensando alla prossima fiera del libro ho scritto questo testo ispirato al ragista)

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IL PAESE NERO

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Le fiabe di Roby

L’attesa

15/09/25, 12:53 – Roberto Dalla BONA: L’attesa

Milano. Anzi periferia di Milano. Uno di quei posti che non sono più campagna ma nemmeno città. Il Giambellino soffre, appunto, di questa incertezza e intanto l’espansione edilizia arrembante toglie spazi ai residenti. Con la scusa, magari, dei lavori alla sotterranea che tolgono aria e spazi e intanto vedi spuntare i primi negozi (Armani, Benetton) che hanno oltrepassato il confine ideale segnato da una fermata della metropolitana.
Ho passato due ore al bar Sport di via Gàmbara (o Gambàra, non ho mai saputo quale sia la pronuncia giusta) col mio amico… ma perché dovrei dire il suo nome!? Poi ci siamo mossi per rientrare e siamo passati davanti al bar Metro e ora attendiamo che il barista si accorga di noi.
Un po’ per la situazione e un po’ perché mi va, prendo a parlare di Maria.
L’attesa più importante nella storia dell’umanità è quella di Maria. Una donna, per la cultura del suo tempo, solo una donna. Eppure a quello che veniva considerato un dente, anche piccolo nell’ingranaggio della comunità, toccò alzare la testa e sostenere un dialogo surreale nientemeno che con un angelo, l’inviato di un’entità conosciuta sì ma invisibile.
Se oggi qualcuno facesse toc toc alla nostra porta per dirci che la famiglia crescerà di numero perché abbiamo trovato grazia nientemeno che presso Dio, la nostra mente si affollerebbe dei seguenti pensieri:
–     È un testimone di Geova, il solito rompiscatole.
–     Un altro figlio? Figurati non è il momento.
–     Ma che ne sa della nostra vita sessuale?
–     È fatto di Crack!
Maria invece non pensò nulla di tutto questo. Si mise a parlare con l’angelo e disse che le pareva una cosa un po’ improbabile visto e considerato che l’amore carnale non si pratica prima del matrimonio ma dopo, e che Giuseppe non l’aveva ancora sposata.
A differenza di Maria, noi non parliamo con gli angeli. Anzi per la precisione conta quello che noi pensiamo, non quello che gli altri pretendono di raccontarci (appunto come l’inviato di Dio che ha bussato alla nostra porta).
Maria invece intavola un colloquio. Lo sapete come si fa: si bada alle faccende di casa e intanto si chiacchera con la vicina. Ma dov’era la vicina per avvertirla che con gli inviati di Dio non si parla? Non lo sapremo mai. E intanto l’angelo rincara la dose, Tu non preoccuparti perché nulla è impossibile a Dio. E Maria che fa? Si fida, dice va bene … ma non quel va bene che usiamo di solito per chiudere un discorso fastidioso, dice va bene cioè dì pure a Dio che porterò suo figlio nella pancia.
Mi volto, strizzo gli occhi per guardare bene e trovo il mio amico appoggiato al banco. Butta giù una grappa bianca che non è stata certo servita con la velocità della metro. A proposito lo scuotimento e lo sposamento d’aria informano che sta passando un convoglio.
Butto giù il mio cicchetto e proseguo da dove mi ero interrotto.
Magari sul momento Maria potrebbe anche non averci creduto così fino in fondo (anzi secondo me è umano credere che non ci abbia creduto e stop) ma forse quel che conta è l’attesa. Attendere non vuol dire solo aver concepito ma anche guardare la vita con fiducia, senza stare sempre incazzati e saper accogliere, e pazienza se ti trovi tra le scatole tutti quelli che nessuno si fila… se son lì un motivo ci sarà.
 
Così Abramo un levantino grande e grosso che si è bruciato il cervello a forza di bere e anche Efrem che ti fa il ritratto con uno stecco sulla terra del pavimento ma non sa dove stare ed è sempre arrabbiato col mondo. Sanno che se si fermano sulla soglia e recitano una preghierina qualcosa rimediano sempre
Maria fa le faccende ma intanto ascolta, si accorge delle sbarre e dei pesi che si portano dietro e dice di sì, annuisce. Sa che non ne deve parlare come fa la vicina (hai visto quel matto di Abramo figurati che Miriam mi ha detto che Sarah le ha riferito e qui si apre un racconto che se arrivasse alle orecchie di Abramo fornirebbe particolari a lui sconosciuti). Maria non vuole avvelenare il diretto interessato e conserva tutto (e tutti) nel cuore.
Sposto lo sguardo dalla specchiera (e da un ripiano con bottiglie di anice) e strattono il mio compagno per il braccio.
Oh magari ci sono le volte in cui si arrabbia pure lei ma è perché basterebbe così poco per liberarsi l’anima.
Il mio amico dice che ho proprio ragione mi fa cenno di guardare sul banco dove c’è un altro bicchierino di grappa.
Insomma mi sono fatto l’idea che Maria fosse una di quelle persone che parlano con tutti e più sono andati a male meglio è. Sia chiaro non sto parlando di cattive compagnie, anche se uno potrebbe farsi questa idea. È che Lei era tre passi avanti di Giuseppe. Era un brav’uomo e pur bravo ha dovuto farsi spiegare cosa doveva fare. Maria no, ti capiva e sapeva bene cosa fare. Sempre! Era il suo stile.
Insomma da noi Maria per modo di stare e di fare sarebbe finita a Mombello. In Palestina ai tempi dei Romani ci ha pensato Dio, che ha pure curato l’insonnia di Giuseppe, poveretto (poveretto Giuseppe non Dio sia chiaro).
E Maria aspettava e c’è scritto che custodiva nel cuore tutte quelle cose. E ci credo! Mica poteva andare dallo psicanalista. Adesso va di moda (e il mondo va sempre peggio) ma allora ti dovevi arrangiare. Ogni persona intelligente ha la sua ricetta per stare bene, lei aveva la sua! Ecco qua non era sola aveva già un sacco di figli. Cioè intendiamoci tutti quelli che andavano da lei e si davano una calmata che almeno una persona che li stava a sentire c’era.
Che se facessimo la stessa cosa adesso, tutti, e sempre, non avremmo bisogno di lavarci la coscienza un giorno sì e l’altro pure.
Mi fermo a guardare il mio amico, starà mica dormendo? Sì dorme! Ma com’è?
Ma forse ha ragione lui perché come dice Paolo Rossi quando bevi 15 gin and tonic e poi due grappe… Beh! Si vede!