La nascita di Gesù,
il mistero
Qualche giorno fa ricevo e leggo un messaggio Whatsapp. Don Gabriele mi chiede di scrivere sul mistero della natività. Sapete una cosa? Conosciamo il Don e le sue doti organizzative. Qualche volta esagera un po’ e comincia a organizzare l’azione pasquale già in questo periodo. Non mi so trattenere e lo prendo in giro: “Don aspetta… prima facciamolo nascere…”
Ora leggo il messaggio e sorrido. Vuoi vedere che in qualche modo ho fatto presa? Perché il Don faccia così è e rimane un mistero.
Niente paura, troppo facile, l’articolo non finisce qui.
Chissà perché mi torna alla mente: “…ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo.” (Luca 9,58)
Insomma fin dalla nascita (anzi da prima, ricordate? -Luca 2,7- “Per loro non c’era posto nell’alloggio”), e per tutto l’arco verso la croce, l’esperienza di Gesù assomiglia molto a quella di un senza fissa dimora.
Dove c’è posto per me? Chi pensa a me? Sono domande che mi faccio ancora oggi. Ho settant’anni vissuti con luci e ombre, gioie e dolori. Insomma combatto la mia battaglia.
Possibile che non abbia imparato niente? Qualcosina dai.
Abbastanza da poter dire che spesso importa di più quello che non vedi di quello che hai sotto agli occhi.
Dove abita, allora, uno che non ha casa?
Forse proprio dove non guardiamo. La sua casa è quella che non vediamo, eppure è tutta intorno a noi (e noi manco la guardiamo): è il mondo di relazioni senza le quali cesseremmo di esistere.
Qui sta il mistero.
Siamo quello che siamo perché qualcuno ci ha aspettati, chiamati, sopportati, amati. E ogni volta che incontriamo qualcuno, nasciamo un’altra volta: ne usciamo un po’ diversi da come eravamo entrati.
Ecco perché il Don, a modo suo, non aveva poi tutti i torti: il mistero non è solo quello di una notte lontana.
Prima facciamolo nascere, certo. Ma nasce ogni volta che facciamo posto a qualcuno, e forse è lì, in quel posto, che finalmente posa il capo.
Roberto Dalla Bona 01.10.26
