CAPITOLO 1 – LIBRO DI ESTER
13 Ottobre 2026
Famiglia Lombardi – Don Alberto Fasola
Assuero è un uomo potente, abituato ad essere ascoltato e obbedito. E quando Vasti dice di no,
quel rifiuto sembra mettere in discussione non soltanto una sua richiesta, ma la sua stessa
autorità. La risposta è trasformare quel conflitto in una regola, in un ordine che valga per tutti.
Questo racconto ci fa riflettere sulla nostra esperienza di genitori.
Ci siamo accorti che forse la sfida più grande non è insegnare alle nostre figlie ad obbedire, ma
insegnare loro ad essere libere. A discernere, a capire perché una cosa è giusta o sbagliata, ad
affidarsi, ad ascoltare una voce diversa dalla propria e, quando è necessario, anche a dire di no.
Vorremmo che imparassero a rispettare l’autorità senza esserne dipendenti, a riconoscere le
regole senza smettere di interrogarsi sul loro significato. Vorremmo che diventassero donne
capaci di scegliere, non semplicemente di eseguire.
Per questo cerchiamo di offrire loro esperienze diverse: gli scout, l’oratorio, lo sport. Esperienze
che hanno in comune una cosa: sono luoghi di relazione, nei quali si scopre che non siamo soli,
che le nostre scelte hanno conseguenze sugli altri e che la nostra libertà si vive sempre insieme a
qualcuno.
Anche la scelta di un’educazione cattolica nasce da qui.
Per noi la fede non può essere soltanto un insieme di regole o di risposte già pronte. Le scritture
ci provocano, ci fanno domande, ci chiedono di spostare lo sguardo: dal nostro interesse all’altro,
dal successo al servizio, dalla paura all’accoglienza.
E crediamo che questo possa accadere soprattutto dentro una comunità. Perché da soli è facile
costruirsi una fede su misura, fatta delle cose che confermano ciò che già pensiamo. In una
comunità, invece, incontriamo persone, storie e sensibilità diverse dalle nostre. E siamo chiamati
a confrontarci.
Leggendo questo capitolo, ci viene allora naturale mettere a confronto due modi molto diversi di
intendere l’autorità.
Da una parte c’è Assuero: il potere che si manifesta nello sfarzo, nella ricchezza, nella necessità di
essere riconosciuto e obbedito.
Dall’altra c’è Gesù, che sceglie un modo completamente diverso di esercitare la propria autorità:
non attraverso il potere, ma attraverso il servizio; non mettendosi al di sopra degli altri, ma
facendosi vicino.
È un’autorità che non chiede semplicemente obbedienza, ma si mette al servizio dell’altro.
C’è poi un altro aspetto di questo capitolo che ci ha colpito. Assuero vive un problema personale:
Vasti non risponde alla sua richiesta come lui vorrebbe. Ma quel problema diventa una questione
che riguarda l’intero regno. Da un conflitto personale nasce una regola generale.
Ciò ci ha fatto pensare a quanto sia facile passare dalla persona alla categoria, dall’esperienza
concreta alla generalizzazione. Abbiamo scelto di vivere l’affido di un ragazzo migrante e di ospitare un rifugiato; non perché
pensiamo di avere trovato una risposta al problema delle migrazioni, ma perché crediamo che ci
sia una differenza profonda tra parlare dell’altro e incontrare l’altro.
Un migrante può diventare “i migranti”. Un rifugiato può diventare “i rifugiati”. Una persona
diversa da noi può diventare semplicemente “l’altro”.
Ma quando quella persona entra nella tua casa, quando conosci il suo nome, ascolti la sua storia,
condividi una difficoltà, le categorie iniziano a sgretolarsi.
E questo ci sembra importante in un tempo nel quale è facile costruire la propria sicurezza
attraverso la contrapposizione: noi e loro, dentro e fuori, chi appartiene e chi non appartiene.
Forse accogliere non significa soltanto aprire una porta. Significa accettare che l’altro possa
mettere in discussione la nostra idea del mondo.
Ed è qui che questo capitolo torna a toccarci personalmente.
Perché forse la nostra difficoltà più grande non è educare, ma lasciarci educare.
Come uomo e come donna, come marito e moglie, quanto siamo realmente capaci di lasciarci
mettere in discussione?
Quanto è difficile, quando qualcuno ci dice qualcosa che non vogliamo sentire, non reagire come
Assuero? Non trasformare subito il dissenso in una minaccia alla nostra autorità, ma fermarci,
ascoltare e chiederci se nell’altro ci sia qualcosa che non avevamo visto.
Forse il pensiero critico non è avere sempre un’opinione, ma essere disponibili a mettere alla
prova le proprie opinioni.
Questo è ciò che vogliamo costruire nella nostra famiglia: non uno spazio nel quale tutti devono
pensarla allo stesso modo, ma un luogo nel quale ciascuno possa pensare, parlare, ascoltare e
anche cambiare senza perdere la relazione.
Allora la nostra preghiera è semplice.
Signore, aiutaci a non confondere l’autorità con il potere e l’obbedienza con la libertà.
Aiutaci a trasmettere una fede non fatta soltanto di regole, ma capace di aprire domande,
generare responsabilità e spingerci verso gli altri.
Fa’ che le nostre esperienze di comunità, di servizio, di accoglienza e di fede non siano soltanto
attività da fare, ma occasioni per imparare a vivere più profondamente.
Aiutaci a non avere paura dell’altro e a non chiuderci nelle nostre certezze. Fa’ che la nostra casa
possa essere un luogo nel quale si accoglie, si discute, si ascolta e, quando serve, ci si lascia
cambiare.
Aiutaci a non avere sempre bisogno di avere ragione, a non trasformare ogni dissenso in una
minaccia, a lasciare uno spazio nel quale l’altro possa ancora sorprenderci.
E insegnaci, Signore, che la libertà che desideriamo per i nostri figli comincia proprio da noi: dalla
libertà di ascoltare, di cambiare, di chiedere perdono e di lasciarci trasformare dall’incontro con
l’altro.
Perché forse è proprio lì, in quello spazio di libertà che possiamo incontrare Te.Amen
Autore: mario.bernasconi
PERCORSO DI PREGHIERA 2026-2027 DELLA COMUNITÀ DI FAMIGLIE
ALLE QUERCE DI MAMRE APERTO ALLA DIOCESI DI COMO.
Luogo: cappella Amoris Letizia presso la
chiesa S. Maria Regina di Albate Muggiò
Quando: secondo martedì del mese
Filo conduttore:
QUELLO CHE SIAMO, BASTA! Il Libro di Ester e l’arte di esserci davvero
Viviamo in un’epoca in cui il tema dell’esposizione è diventato talmente pervasivo da
trasformarsi spesso in una trappola. Tutti noi, in ogni ambito della vita, siamo chiamati a
mostrarci e indossare maschere, in una tensione costante tra il nascondersi e il rivelarsi
che rischia di offuscare il nostro vero volto. Il libro di Ester ci racconta la storia di una
giovane donna, orfana e senza potere, appartenente a un popolo minoritario, abituata a
stare nell’ombra, che per compiere il proprio cammino di vita deve imparare prima a
celarsi e poi a svelarsi. Si tratta di un itinerario spirituale e narrativo che ci aiuta a capire
come essere visti senza diventare vittime dello sguardo altrui, come esporci senza
perderci e come comunicare – e comunicarci – senza deformarci. La vicenda della giovane
donna diventata regina non nega il male né la violenza del potere. Mostra come, nel cuore
dell’ingiustizia, possano riaffiorare dimensioni dimenticate – la discrezione, il pudore, la
vulnerabilità, il silenzio – in cui è possibile donarsi, in piena libertà.
PERCORSO:
Giorno Titolo Tematico Brano Biblico Focus Spirituale/Esistenziale
13/10 L’Illusione del Potere Cap. 1 Fragilità dell’apparire e dell’ego
10/11 Un’Orfana alla Corte Cap. 2:1-18 L’integrità nei luoghi del compromesso
12/01 Il Volto del Pregiudizio Cap. 2:19 – 3:15 Il male legalizzato dalla burocrazia
09/02 La Scelta Coraggiosa Cap. 4:1-17 Il rifiuto dell’indifferenza e del silenzio
09/03 La Forza del Grido Cap. 4:17a-17 La preghiera che trasforma l’angoscia
13/04 Diplomazia e Orgoglio Cap. 5 La pazienza strategica contro la cecità
11/05 La Svolta nella Notte Cap. 6 L’ironia divina che ribalta i ruoli
08/06 Il Giorno della Luce Cap. 7 – 8:9 Il trionfo della giustizi
Natale?
La nascita di Gesù,
il mistero
Qualche giorno fa ricevo e leggo un messaggio Whatsapp. Don Gabriele mi chiede di scrivere sul mistero della natività. Sapete una cosa? Conosciamo il Don e le sue doti organizzative. Qualche volta esagera un po’ e comincia a organizzare l’azione pasquale già in questo periodo. Non mi so trattenere e lo prendo in giro: “Don aspetta… prima facciamolo nascere…”
Ora leggo il messaggio e sorrido. Vuoi vedere che in qualche modo ho fatto presa? Perché il Don faccia così è e rimane un mistero.
Niente paura, troppo facile, l’articolo non finisce qui.
Chissà perché mi torna alla mente: “…ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo.” (Luca 9,58)
Insomma fin dalla nascita (anzi da prima, ricordate? -Luca 2,7- “Per loro non c’era posto nell’alloggio”), e per tutto l’arco verso la croce, l’esperienza di Gesù assomiglia molto a quella di un senza fissa dimora.
Dove c’è posto per me? Chi pensa a me? Sono domande che mi faccio ancora oggi. Ho settant’anni vissuti con luci e ombre, gioie e dolori. Insomma combatto la mia battaglia.
Possibile che non abbia imparato niente? Qualcosina dai.
Abbastanza da poter dire che spesso importa di più quello che non vedi di quello che hai sotto agli occhi.
Dove abita, allora, uno che non ha casa?
Forse proprio dove non guardiamo. La sua casa è quella che non vediamo, eppure è tutta intorno a noi (e noi manco la guardiamo): è il mondo di relazioni senza le quali cesseremmo di esistere.
Qui sta il mistero.
Siamo quello che siamo perché qualcuno ci ha aspettati, chiamati, sopportati, amati. E ogni volta che incontriamo qualcuno, nasciamo un’altra volta: ne usciamo un po’ diversi da come eravamo entrati.
Ecco perché il Don, a modo suo, non aveva poi tutti i torti: il mistero non è solo quello di una notte lontana.
Prima facciamolo nascere, certo. Ma nasce ogni volta che facciamo posto a qualcuno, e forse è lì, in quel posto, che finalmente posa il capo.
Roberto Dalla Bona 01.10.26
Ermeneutica
Con tutto il tuo cuore
Caro spettatore, spesso mi chiedi di spiegare una delle mie foto.
Posso dirti che cosa significa per me. Ma non posso dirti che cosa significhi per te.
Non è relativismo — non è “ognuno vede quello che vuole”. È il riconoscimento che l’esperienza dell’immagine nasce nella relazione tra l’immagine e chi la guarda.
Io posso offrire un’immagine che nell’intenzione acquisti significato solo grazie alla relazione con quello che sta fuori e che non si può vedere. Posso costruirla con precisione. Posso dire da dove sono partito. Ma non posso viverla al posto dell’altro.
L’immagine tiene i piedi in due scarpe: ciò che vedi e ciò che lasci all’ immaginazione.
Due proposizioni che si completano: io costruisco l’immagine; chi guarda compie il proprio attraversamento. Ma per anni ho pensato a questo attraversamento come a un atto principalmente dello sguardo, quasi contemplativo.
Mi sbagliavo, o almeno non bastava.
Con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le tue forze. Non è un’intensificazione retorica. È lo Shema (Deuteronomio) il cuore, sede del pensiero oltre che del sentimento; l’anima, il respiro, la vita stessa; le forze, tutto ciò che hai, senza residuo.
Osservare davvero — non è un atto che si compie con la mente soltanto. È un atto totale. La percezione è corpo e mente insieme, non solo mente: lo sapevo già, ma non avevo ancora capito fino a che punto.
L’ho capito guardando una fotografia che avevo scattato (e poi scartato da una sequenza): il Monumento ai Caduti, a Como. Un colosso di pietra grigia che due uomini aggirano camminando, indifferenti. Sopra di loro un’iscrizione monca — la città… con le pietre… la gloria dei…
Chi moriva sul Carso scriveva lettere struggenti alla famiglia. Oggi sono rinato… sono nato due volte.
Il sacrificio era consentito dalla relazione mediata dalle lettere — non reso sopportabile, reso possibile. Un uomo che scrive a casa tiene aperto un canale attraverso cui il suo essere qualcuno-per-qualcuno può sopravvivere anche quando il corpo non ce la fa. La lettera è la prova che restava, in trincea, un cuore, un’anima, delle forze — tutte e tre insieme — rivolte verso qualcuno.
Il monumento può dire gloria. Non può scrivere sono nato due volte. Non può essere relazione quanto lo era una lettera letta e riletta da una madre.
E allora i due uomini che camminano indifferenti attorno al monumento non mancano di rispetto. Sono, forse, la prova che il sacrificio ha funzionato: hanno la libertà di non fermarsi, di scegliere il passo distratto, perché oltre un secolo fa qualcuno ha scritto una lettera struggente.
Un dono di libertà. Liberi di camminare, di passare senza doverci pensare.
La libertà di attraversare un’immagine — o di non attraversarla, di restare indifferenti — poggia su un mondo di relazioni che si sono sacrificate prima, altrove, perché quella libertà fosse possibile. Sto esercitando qualcosa che altri hanno pagato perché io potessi scegliere.
Un’ eredità dunque. Ma questa eredità non riguarda soltanto una guerra lontana o un monumento di pietra. È anche più vicina, più intima.
Amo l’autoritratto
Se oggi posso indagare la mia immagine o nasconderla, ritrarla, offrirla e insieme sottrarla è perché qualcuno, per primo, mi ha guardato. Mi ha reso visibile prima ancora che io decidessi di rendermi visibile da solo.
Il diritto stesso di dire “io scelgo cosa mostrare di me” presuppone che qualcuno, un tempo, abbia detto “io ti guardo”.
L’eredità comincia lì, in famiglia, prima ancora di cominciare nella storia.

Roberto Dalla Bona
Editoriale
Libertà, democrazia e legami spezzati
IL DURO CONTO DELL’ABBANDONO
MAURO
MAGATTI
L’ascesa dell’AfD in Germania, e con essa il consolidarsi delle destre radicali in buona parte d’Europa, insieme alla crisi dei partiti che per decenni hanno occupato il centro dei sistemi democratici – popolari, socialisti, liberali – segna la fine di un ciclo. Non è l’oscillazione del pendolo elettorale. È lo sfaldamento delle condizioni che quel pendolo rendeva possibile.
Alla radice c’è la crisi di una certa idea di libertà. Negli ultimi decenni il liberalismo – una grande tradizione politica che era stata capace di tenere insieme diritti individuali e responsabilità comuni – si è sdoppiato in due riduzioni speculari. Da un lato è diventato liberismo economico: il mercato come unico meccanismo di coordinamento, l’efficienza come unico criterio, la crescita come unico orizzonte.
Dall’altro si è fatto liberalismo dei diritti, tutto concentrato sull’autodeterminazione del singolo, sulla rimozione di ogni vincolo, sulla libertà intesa come assenza di legami.
Per anni queste due visioni si sono combattute, e ancora oggi si presentano come avversarie. In realtà, esse condividono la stessa antropologia: l’Io sovrano, proprietario di sé, che rivendica la propria libertà di scelta. Un individuo pensato come punto di partenza e non come esito di una storia, di una lingua, di una cura ricevuta. E in questo slittamento, la libertà smette di essere ciò che si costruisce insieme e diventa ciò che si rivendica contro.
La crisi multiforme che stiamo attraversando fa emergere l’inadeguatezza di questo dualismo. Sul piano economico, decenni di deregolazione e di finanziarizzazione hanno eroso il ceto medio: lavoro discontinuo, salari fermi, case inaccessibili, figli rinviati. Ma il danno più grave è la disgregazione del tessuto relazionale e culturale che rendeva sopportabile l’insicurezza: famiglie più fragili, quartieri svuotati, corpi intermedi indeboliti (sindacati, parrocchie, associazioni, partiti), mancanza di senso.
Milioni di persone si sono ritrovate insieme più povere e più sole. E la solitudine, quando diventa un fatto sociale, è materiale infiammabile.
Il problema è che le classi dirigenti non riescono a leggere questo disagio. Non solo quelle politiche, ma anche quelle economiche e culturali. Formate in un mondo che premia mobilità, competenza e adattabilità, hanno scambiato la propria condizione per la condizione di tutti. Finendo per leggere la fatica dei molti come un ritardo da correggere: un deficit di istruzione, un pregiudizio da rieducare, una nostalgia da compatire.
Un distacco che col tempo è diventato sempre più marcato. Non solo di reddito, ma anche di linguaggio e di esperienza.
Ecco perché sono gli strati popolari che dispongono di risorse economiche e culturali sempre più inadeguate che si ribellano. E, non trovando rappresentanza, si consegnano nelle mani di chi ne strumentalizza la rabbia e la paura. Liquidare gli andamenti elettorali come irrazionali è, da questo punto di vista, un grave errore. La sofferenza che li alimenta è reale: falsa è la risposta che viene offerta, fatta di un nemico da additare, di un confine da chiudere, di un passato da restaurare.
Gli ultimi pontificati sono stati tra le poche voci che hanno avvertito dei rischi associati a tale evoluzione. Benedetto XVI ha denunciato la chiusura di una ragione che si autolimita a ciò che può essere misurato e calcolato, e che proprio per questo diventa incapace di giudicare i propri fini. Francesco ha dato un nome all’effetto sociale di quella chiusura: la cultura dello scarto, un sistema che produce eccedenze umane e le lascia ai margini. E oggi Leone chiede che dentro la trasformazione tecnologica in corso siano rimessi al centro il lavoro e la dignità delle persone. Voci inascoltate, quando erano invece diagnosi realistiche di quello che stava accadendo.
O ra siamo all’ultimo allarme. Il passo da compiere – difficilissimo, a quanto pare, per le classi dirigenti – è riconoscere che il pensiero liberale si è smarrito nel momento in cui ha smesso di riconoscere la struttura relazionale della vita umana e la sua costitutiva domanda di senso.
Non si tratta di tornare indietro. Di rimpiangere le società chiuse, i vincoli imposti, le libertà negate: le conquiste di questi decenni vanno difese. Si tratta di ammettere che gli esseri umani non sono monadi che negoziano interessi. Vengono al mondo dipendenti, diventano se stessi attraverso i legami, hanno bisogno di riconoscimento e di un orizzonte di senso che nessuno può produrre da solo. Una libertà che non sa nulla di tutto questo non è più libertà: è abbandono. E l’abbandono, prima o poi, presenta il conto. È da qui che si può ricominciare. Da un’economia che non misuri soltanto il prodotto, ma la qualità dei legami che produce o distrugge. Da politiche che tornino a investire nei luoghi e nelle istituzioni dove le persone si incontrano (la scuola, il lavoro, la città, le associazioni). Da una cultura che smetta di trattare il bisogno di appartenenza come un residuo arcaico da superare e cominci a considerarlo per quello che è: una esigenza che se non trova risposte buone ne troverà di pessime.
La democrazia non si difende soltanto denunciando chi la minaccia. Si difende ricostruendo le condizioni che la rendono desiderabile. Finché continueremo a curare i sintomi ignorando la causa, l’onda continuerà a salire.
Mauro Magatti
Da Avvenire 13.09.26
SONG SONG BLUE-UNA MELODIA D ‘AMORE
Song Sung Blue – Una melodia d’amore ★★★★
Di Craig Brewer
Dove vederlo: Sky
Una bella sorpresa a cui hanno creduto in pochi, compreso il sottoscritto che l’ha snobbato e recuperato in grave ritardo. Meriterebbe mezza stella in meno per qualche vezzo che trovo personalmente odioso a livello tecnico (quella fotografia patinatissima che fa tanto Grok…), però il film ha due interpreti bravissimi che sanno cantare, soffrire e amare, e una storia molto originale che mescola la consueta ricerca del Sogno Americano con la provincia profonda, il male di vivere, le sfighe di tutti i giorni ma anche i sentimenti più veri. Sembra un po’ un film degli anni Ottanta con quell’impianto tipico: l’eroe che cerca un riscatto e ha bisogno di una compagna che metta un po’ a fuoco i suoi reali talenti. Hugh Jackman con e senza denti rotti è perfetto per il ruolo e canta benissimo, ma credo che la sorpresa autentica sia lei, Kate Hudson, in un ruolo sofferto e difficile, che porta a casa con grande intensità e verosimiglianza, come dimostra il finale bellissimo e poetico.
IL SILENZIO DEGLI ALTRI
Il silenzio degli altri è il titolo italiano di Sorda, film spagnolo scritto e diretto da Eva Libertad, vincitore del Premio del Pubblico nella sezione Panorama della Berlinale 2025. La pellicola racconta la storia di Ángela (Miriam Garlo), non udente, e Héctor (Álvaro Cervantes), udente, quando scoprono di aspettare una bambina. La gravidanza e la nascita della figlia, oltre a essere motivo di gioia, mettono alla prova le relazioni e fanno emergere le fragilità, le resistenze personali, paure e desideri.
Héctor si impegna a entrare nel mondo della compagna: impara la lingua dei segni, risolve gli ostacoli che la sordità pone ad Ángela in una società ancora poco inclusiva. Proprio alla luce del contesto sociale che ignora, Ángela deride e soprattutto non comprende l’importanza di adattarsi e allargare la comunicazione. Si costruisce una vita a sua misura: svolge un lavoro artigianale e solitario, vive con Héctor in una casa immersa nel verde e frequenta soprattutto amici non udenti.
La distanza emerge quando si confronta col mondo udente, dove la comunicazione si interrompe e la condivisione viene meno. Per Ángela tutto diventa frastuono e la vita si fa inaccessibile.
A rendere più complessa la situazione è la maternità. E se fosse proprio sua figlia a restare un mistero? Se l’incomunicabilità impedisse all’una di entrare nel mondo dell’altra? Il film affronta interrogativi scomodi, ma profondamente umani, che si manifestano nelle dinamiche del soffrire: la necessità di avere un rifugio nel quale ci si riconosce, l’inadeguatezza, l’esclusione, il desiderio che l’altro condivida la stessa frustrazione.
La scelta del titolo italiano è significativa. In una storia che parla di sordità, il silenzio potrebbe sembrare un riferimento immediato alla condizione della protagonista. In realtà il film ne suggerisce un altro, quello «degli altri». È un silenzio lato, che abbraccia l’immobilismo, la comodità, l’incuranza di un mondo che non cambia la propria prospettiva. A partire da questo si può richiamare la riflessione di Edith Stein sull’empatia. Per la filosofa, comprendere l’altro non significa annullare la propria identità in un atto di fusione col diverso-da-me, ma compiere un movimento che determina un cambiare posto, fare l’esperienza dell’altro mantenendo la propria identità, per poi ritornare a sé stessi, arricchiti da ciò che si è incontrato. È proprio questo il percorso che il film chiede allo spettatore.
Il silenzio degli altri è un racconto delicato, dolceamaro e commovente. Oltre a mostrare le barriere che ancora esistono, mette in luce un aspetto prezioso della lingua dei segni, che si perde facilmente nella comunicazione verbale: il valore dell’attesa nel rispetto dei tempi di ascolto. Non ci si sovrappone, si attende l’altro e gli si presta attenzione. È ciò che manca quando Ángela si confronta col mondo udente, dove deve rincorrere il labiale e orientarsi nel rumore. La regista rende tangibile questa esperienza modificando l’audio, che diventa a tratti ovattato e a tratti stridente.
Tra le immagini più suggestive vi è quella di Ángela mentre lavora la creta. Richiama l’invito che il Signore fa a Geremia a scendere nella bottega del vasaio e osservarlo lavorare: l’argilla si rompe, ma la stessa materia viene nuovamente modellata (cfr Ger 18,1-6). Nel corso della vita si discende e si arriva al punto di rottura, ma è da quel cedimento che le mani sapienti e creative danno vita a una nuova forma, ancora pronta ad accogliere e servire; tutto finisce e inizia in uno sguardo di mutuo riconoscimento in cui la forma trova il suo compimento «come ai suoi occhi pareva giusto».
IL CORAGGIO DI DISTURBARE…
IL CORAGGIO DI DISTURBARE….
mercoledì 09 settembre 2026

“DOBBIAMO AVERE IL CORAGGIO DI DISTURBARE…”
Don Mimmo Battaglia scuote Napoli nell’Omelia della celebrazione per i dieci anni da vescovo
“Sorelle e fratelli carissimi,
sono felice di essere qui stasera per riprendere con voi il cammino di questo nuovo anno pastorale e, nello stesso tempo, per esprimere la mia gratitudine al Signore e a voi, suo popolo, per questi dieci anni di servizio e di episcopato vissuti insieme. Il mio cuore questa sera non gronda di anni, ma di volti, di storie, di ferite, di gioie. E forse è proprio questo il modo più vero di vivere un anniversario: non contare il tempo che è passato, ma riconoscere i volti che quel tempo ci ha consegnato. Volti incontrati, volti amati, volti autentici, volti che hanno lasciato una traccia. Volti che, spesso senza nemmeno saperlo, sono diventati Vangelo. Oggi la Chiesa celebra la memoria di san Gregorio Magno, un pastore che ha saputo tenere insieme la contemplazione e la strada, la profondità della fede e la concretezza della storia.
È quello che ho cercato di fare, con tutti i miei limiti e le mie fragilità, in questi dieci anni. Dieci anni da quel giorno in cui l’olio crismale ha profumato la mia testa e le mie mani, chiamandomi a un servizio che ho sempre vissuto con il tremore nel cuore. Ma se guardo indietro, non vedo scadenze, traguardi o bilanci. Vedo frammenti preziosi di vita, incastonati dallo Spirito in un mosaico ancora incompiuto. Vedo la terra amata di Cerreto Sannita, Telese e Sant’Agata de’ Goti, dove ho imparato a essere un pastore che cammina in mezzo alla gente, respirando il profumo dei campi e il silenzio dignitoso delle aree interne. Vedo paesi che custodiscono una sapienza antica e, insieme, la ferita silenziosa dello spopolamento. Vedo anziani rimasti soli, famiglie che resistono, giovani che partono, comunità che cercano ostinatamente ragioni per restare.
E poi vedo questa nostra Napoli, diventata carne della mia carne. Una città ferita e bellissima, dove ogni giorno la croce e la risurrezione sembrano sfiorarsi nei vicoli, nelle periferie, nei condomini, nelle piazze, negli occhi di chi cade e trova qualcuno disposto a rialzarlo. Una città che non ti permette di restare spettatore. Napoli ti prende, ti scuote, ti mette davanti alla vita e alle sue contraddizioni. Ti chiede di scegliere da che parte stare. Ti chiede, chiede a noi, Chiesa di Dio, di essere incontrata sul serio, senza infingimenti. E l’incontro, lo sappiamo, porta sempre con sé il profumo dell’inatteso, ma anche la polvere della strada, la fatica del cammino, qualche ferita sulle ginocchia e tante domande rimaste senza risposta. Se Cerreto mi ha insegnato la teologia della prossimità, il valore delle relazioni autentiche, dove ognuno si chiama per nome, Napoli mi sta chiedendo di gridare questa Parola dai tetti, di farne uno strumento di liberazione per un popolo che ha sete di giustizia e di dignità.
Questa sera, allora, non celebriamo il mio anniversario. Celebriamo piuttosto la fedeltà di Dio che continua a passare attraverso la nostra fragilità, attraverso i nostri limiti, attraverso le nostre povere mani. E lo facciamo mettendo al centro l’unica bussola possibile: il Vangelo. Il Vangelo nudo e crudo. Sine glossa, come direbbe il Poverello di Assisi.
Il Vangelo è Parola viva. È Parola che entra nella carne, che brucia, che consola e insieme inquieta. E il Vangelo di questa sera ci porta sulla riva del lago. Ci porta lì dove la notte è appena finita e, forse, la notte non è finita affatto. Pietro e gli altri hanno lavorato tutta la notte. Hanno gettato le reti. Hanno faticato. Hanno aspettato. E non hanno preso nulla. È una pagina che conosce bene la vita di ciascuno di noi. Ci sono notti in cui getti le reti e tornano vuote. Notti di lavoro senza frutto e di preghiere senza risposte. Notti in cui ti chiedi se ne sia valsa la pena. Notti in cui anche la fede sembra una rete strappata tra le mani. E Gesù arriva proprio lì. Non quando tutto funziona e le barche sono piene. Arriva sulla riva della nostra stanchezza. E dice a Pietro: «Prendi il largo». È una parola semplice, ma è una parola che fa paura. Perché il largo è il luogo in cui non controlli più tutto. Il largo è dove la riva non si vede bene. Il largo è dove devi affidarti. E Pietro risponde con una frase che, forse, contiene tutta la fede possibile per un uomo fragile: «Abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». E lo fa senza garanzie. Solo perché si fida di quella voce, di quello sguardo, di quella Parola. Forse, dopo dieci anni, è proprio questo che posso dire di avere imparato: che la fede non consiste nell’avere sempre il vento a favore. Consiste nel continuare a prendere il largo quando il vento sembra contrario. Consiste nel gettare ancora le reti quando siamo tentati di dire: «Abbiamo già provato». Consiste nel credere che la notte non ha mai l’ultima parola.
Quando leggo questa pagina, la prima cosa che sento addosso non è l’odore del miracolo, ma l’odore della stanchezza. Vedo quegli uomini sulla riva del lago di Gennesaret. Non stanno esultando. Stanno lavando le reti. E lavare le reti, per un pescatore, significa una cosa sola: la giornata è finita, il tentativo è fallito, si torna a casa a mani vuote.
Quante volte ci sentiamo esattamente così? Quante volte la nostra vita assomiglia a quella riva? Penso alle nostre famiglie, ai nostri giovani, a chi abita le periferie esistenziali e geografiche delle nostre città. Penso a chi bussa alle porte delle nostre comunità portando sul volto i segni di una notte in cui ha “faticato senza prendere nulla”. La notte della disoccupazione, la notte della malattia, la notte di un amore che si è spezzato, la notte dell’indifferenza che spegne ogni speranza. Lavare le reti significa rassegnarsi. Significa dire a se stessi: “Ci ho provato, non è cosa, non cambierà mai niente”.
Ma guardate cosa fa Gesù. Si fa spazio tra la folla e sale proprio su quella barca. La barca di Simone, un uomo deluso, stanco, che probabilmente in quel momento voleva solo essere lasciato in pace con la sua frustrazione. Gesù non aspetta che la nostra vita sia perfetta o che la nostra barca sia piena di successi per salirci a bordo. Chiede di abitare la nostra povertà. Chiede a Simone di staccarsi un poco da terra. Gli chiede una fiducia minima, uno spazio piccolo per poter parlare alla gente.
Poi, l’ordine che ribalta ogni logica umana, scientifica e professionale: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca».
Se fossimo stati al posto di Pietro, avremmo risposto con un sorriso di sufficienza. Simone, da pescatore esperto, glielo dice: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla…». È il grido del realismo ferito. È la voce della logica di questo mondo, quella logica umana, strategica e prudente di cui ci parlava san Paolo nella prima lettura di oggi. Pietro sta mettendo davanti a Gesù i suoi dati, le sue statistiche, l’evidenza scientifica del mare: di giorno non si pesca, se la notte è stata sterile, il giorno lo sarà ancora di più. Calare le reti a mezzogiorno, sotto il sole battente, è tecnicamente una stoltezza.
Ma Simone non si ferma lì. E in quel “ma” c’è tutta la svolta della fede: «…ma sulla tua parola getterò le reti». Qui, fratelli miei, il Vangelo si sposa magnificamente con il grido dell’Apostolo Paolo: «Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente; perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio».
Pietro accetta di fare la figura dello stolto. Accetta di smentire la sua stessa competenza, la sua stessa esperienza, l’ovvietà del buon senso umano, per obbedire a una Parola che per il mondo non ha senso. Accetta il rischio del ridicolo davanti agli altri pescatori che lo guardano dalla riva. Ed è precisamente in questa “stoltezza”, in questo fidarsi contro ogni evidenza, che si spalanca lo spazio per il miracolo.
Questa è la stessa, identica logica della Croce. Che cos’è la Croce se non il fallimento più totale secondo i criteri del mondo? Un uomo nudo, sconfitto, morente su un legno di infamia, abbandonato da tutti: per la logica dell’efficienza, della forza e del potere di questo mondo, la Croce è la notte più buia, la pesca fallita per eccellenza. Eppure, proprio su quel legno di sconfitta, Dio ha gettato la rete più grande della storia, pescando l’umanità intera dal baratro della morte. La sapienza di Dio abita ciò che il mondo scarta; la forza di Dio si manifesta nella nostra debolezza più cruda.
Finché restiamo aggrappati alla nostra presunta sapienza, alle nostre reti perfettamente calcolate, ai nostri piani pastorali ineccepibili ma privi di profezia, le nostre barche rimarranno vuote. Dio non si muove dentro i recinti delle nostre rassicuranti certezze umane. Dio ci chiede di avere il coraggio di essere “stolti per Cristo”.
Cosa significa questo per noi oggi, in questa nostra terra?
Significa avere il coraggio di amare dove c’è l’odio. Significa perdonare dove la logica del mondo grida vendetta. Significa spendere la vita per gli ultimi, per chi non ha voce, per chi non può ricambiare, quando tutta la società ci spinge a investire solo su ciò che produce profitto, visibilità e potere. Amare fino in fondo, servire senza chiedere nulla in cambio, scommettere sui giovani delle nostre periferie difficili quando tutti dicono che “tanto non cambieranno mai”: ecco la nostra stoltezza! Ecco la follia della Croce che si fa carne nei nostri vicoli!
Quando Pietro accetta questa stoltezza, avviene il miracolo. Le reti si riempiono fino a rompersi, tanto da dover chiedere aiuto ai compagni dell’altra barca. La grazia di Dio non è mai un fatto privato o egoistico. La grazia costringe a fare rete, a condividere, a riscoprirsi fratelli. Non ci si salva da soli. Quella pesca miracolosa diventa possibile perché c’è una comunità che impara a muoversi insieme, accettando la follia del Vangelo.
Di fronte all’abbondanza dell’amore, Simone cade in ginocchio, spaventato dalla propria inadeguatezza: «Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore». Sente il peso dei suoi limiti. Ma Gesù non si allontana. Gesù non si è mai allontanato da una ferita, non si è mai scandalizzato della nostra debolezza. Gesù gli risponde con le parole che vorrei che ciascuno di voi sentisse risuonare oggi nell’anima: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini».
Non temere. Non avere paura dei tuoi vuoti. Non avere paura della notte che hai attraversato. Diventare pescatori di uomini significa questo: Simone, tu che hai accettato di farti stolto calando le reti di giorno, ora vai a tirare fuori gli altri dalle acque della disperazione, della solitudine, della rassegnazione. Vai a usare la stessa “follia d’amore” che ho usato io con te per sanare i cuori spezzati.
Oggi la Parola ci chiede un sussulto di coraggio. Ci chiede di smettere di lavare le reti con l’atteggiamento nostalgico di chi pensa che il meglio sia già passato e che non valga più la pena rischiare. Ci chiede di non cedere al cinismo.
Gettiamo le reti, Chiesa mia. Gettiamole fidandoci non delle nostre forze umane, ma unicamente della Sua Parola. Lasciamo le nostre sponde sicure. Diventiamo orgogliosamente stolti per il mondo, ma sapienti dell’amore di Cristo. Perché tutto è vostro – come ci ha ricordato Paolo – il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio.
Alziamoci, prendiamo il largo insieme, e camminiamo incontro all’alba, sapendo che sul legno della Croce, così come sulla barca di Simone, la debolezza dell’uomo diventa lo spazio in cui Dio compie la sua meraviglia più grande.
Ho davanti in questo momento i nostri ragazzi, i giovani: spesso fanno fatica a vedere l’aurora, a causa di un mondo adulto che ha loro occultato l’orizzonte. Ma i giovani sono il presente. Sono il presente della storia e, soprattutto, della Chiesa. Sono il termometro della nostra autenticità.
Penso ai ragazzi incontrati nelle piazze di Cerreto, nelle comunità di recupero dove ho speso gran parte della mia vita sacerdotale. E penso ai ragazzi dei quartieri di Napoli: della Sanità, di Scampia, di Forcella, dei Quartieri Spagnoli. Ragazzi dai destini sospesi. Ragazzi sedotti dalle sirene della criminalità, quando la criminalità diventa l’unica promessa di appartenenza. Ragazzi schiacciati dalla mancanza di lavoro, di opportunità, di adulti capaci di credere in loro. Ragazzi che portano dentro un deserto emotivo, ma insieme una sete di vita così grande da fare paura.
Sorelle e fratelli, dobbiamo aiutare i nostri giovani a non lasciarsi rubare la speranza. E ai giovani dico: non permettete a nessuno di dirvi che siete sbagliati, di convincervi che per voi non c’è spazio. Siate giovani capaci di sognare in grande e di lottare perché questa società possa davvero cambiare. Credete in voi, nella forza della vita che c’è dentro di voi. Quella forza è la tenerezza di Dio. Non datevi mai per vinti, cambiare è possibile. Amate Cristo, amate la vita, e amate i poveri! Amate coloro che il mondo scarta e che il Vangelo mette al primo posto.
Se questa sera guardo a questi dieci anni da vescovo, posso dirvi con assoluta certezza che i miei veri maestri di teologia non sono stati soltanto i libri. Sono stati i poveri. Quelli che non hanno voce. Quelli che nessuno ascolta. Quelli che spesso non entrano nelle nostre statistiche, ma sono nel cuore di Dio. Sorelle e Fratelli miei, i poveri non sono un “problema sociale” da delegare alla Caritas o alle istituzioni. I poveri sono il corpo di Cristo. Se celebriamo il Pane spezzato e non spezziamo la nostra vita per chi ha fame di pane, di giustizia, di dignità, di affetto, allora la nostra comunione diventa una menzogna. Dobbiamo avere il coraggio di chiamare per nome le strutture di peccato che generano la povertà. Dobbiamo avere il coraggio di disturbare. Perché una Chiesa che non disturba il potere quando il potere schiaccia i deboli è una Chiesa che ha smesso di assomigliare al suo Signore.
Sorelle e fratelli miei, non perdiamo la profezia! E lo dico soprattutto alle sorelle e ai fratelli delle Equipe di Comunione che oggi ricevono il mandato. Voglio guardare negli occhi ciascuno di voi che fate parte di queste Equipe. Sentite la responsabilità, ma sentite soprattutto la bellezza di questo mandato. Voi siete chiamati a essere artigiani di comunione. Voi avete un compito grande nel nuovo progetto pastorale: essere sentinelle. Il vostro primo obiettivo non è organizzare eventi, ma tessere relazioni. Per questo vi chiedo tre atteggiamenti precisi, che devono diventare lo stile delle nostre Equipe: il primo è l’Ascolto disarmato, che significa ascoltare tutti, anche chi critica, anche chi è lontano, senza il bisogno immediato di dare risposte preconfezionate. Spesso la vicinanza silenziosa vale più di mille parole. Il secondo è la mistica del noi: superare ogni forma di individualismo. Nella Chiesa non esistono navigatori solitari. Si cammina insieme, si decide insieme, si soffre insieme, si gioisce insieme. E poi la predilezione per gli ultimi. E al centro il Vangelo. Sempre!
Dio non sceglie i forti per fare le sue opere; sceglie i deboli perché sia chiara la forza del suo amore. Non abbiate paura di osare. Non abbiate paura di sbagliare. Preferisco mille volte una Chiesa accidentata perché è uscita per strada, piuttosto che una Chiesa malata perché è rimasta chiusa nei suoi schemi protettivi. E proprio per questo, questa sera, nel giorno in cui facciamo memoria di questi dieci anni e rendiamo grazie per il cammino compiuto, vi lascerò un piccolo segno, che verrà consegnato alla fine della celebrazione.
Una cordicina e un moschettone. Poche cose, semplici, quasi povere. Ma dentro questa semplicità c’è un’immagine che vorrei rimanesse con noi: quella della cordata. Chi conosce la montagna sa che, quando la salita si fa più difficile, quando il sentiero si restringe, quando la roccia diventa più esigente e la stanchezza comincia a farsi sentire, non si cammina da soli. Ci si lega gli uni agli altri. La corda non serve soltanto a proteggerci da una caduta. La corda dice che la vita dell’uno è affidata alla vita dell’altro. In una cordata nessuno può dire: «Io vado per conto mio». Se uno rallenta, gli altri rallentano. Se uno ha paura, gli altri gli restano accanto. Se uno scivola, gli altri tendono la corda. Se qualcuno rimane indietro, la cordata non lo abbandona. E quando finalmente si raggiunge una cima, la gioia non appartiene a uno soltanto: appartiene a tutti. Vorrei che quel piccolo segno vi ricordasse questo: che la Chiesa è una cordata. Che il cammino pastorale è una cordata. Che la comunione è una cordata. Che il Vangelo ci lega gli uni agli altri non per limitarci, ma per salvarci. Perché nessuno si salva da solo:
Signore Gesù, insegnaci a camminare insieme, in cordata, legati non dalla paura, ma dall’amore. Insegnaci a salire verso l’alto senza lasciare indietro nessuno. Quando qualcuno inciampa, fà che la nostra corda si tenda e la nostra mano si allunghi. Quando qualcuno si ferma, insegnaci a non tirare oltre, ma ad aspettare. Quando la nebbia nasconde la cima, donaci occhi capaci di vedere più lontano e piedi capaci di continuare il cammino. Liberaci dagli individualismi e donaci il coraggio di essere una comunità in cordata, dove il passo del più fragile diventa il ritmo di tutti. Maria, Donna del cammino, mettiti alla testa della nostra cordata e insegnaci la profezia del “noi” e la bellezza della fraternità. E quando finalmente saremo in cima, fà che nessuno possa dire: “Sono arrivato io”, ma soltanto: “Siamo arrivati insieme”. Amen.
Napoli, Chiesa Cattedrale
3 settembre 2026
+ don Mimmo Battaglia
Cardinale Arcivescovo
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