Stimolato a rientrare in me stesso, sotto la tua guida, entrai nell’intimità del mio cuore, e lo potei fare perché tu ti sei fatto mio aiuto (cfr. Sal 29, 11). Entrai e vidi con l’occhio dell’anima mia, qualunque esso potesse essere, una luce inalterabile sopra il mio stesso sguardo interiore e sopra la mia intelligenza. Non era una luce terrena e visibile che splende dinanzi allo sguardo di ogni uomo. Direi anzi ancora poco se dicessi che era solo una luce più forte di quella comune, o anche tanto intensa da penetrare ogni cosa. Era un’altra luce, assai diversa da tutte le luci del mondo creato. Non stava al di sopra della mia intelligenza quasi come l’olio che galleggia sull’acqua, né come il cielo che si stende sopra la terra, ma una luce superiore. Era la luce che mi ha creato. E se mi trovavo sotto di essa, era perché ero stato creato da essa. Chi conosce la verità conosce questa luce. O eterna verità e vera carità e cara eternità! Tu sei il mio Dio, a te sospiro giorno e notte. Appena ti conobbi mi hai sollevato in alto perché vedessi quanto era da vedere e ciò che da solo non sarei mai stato in grado di vedere. Hai abbagliato la debolezza della mia vista, splendendo potentemente dentro di me. Tremai di amore e di terrore. Mi ritrovai lontano come in una terra straniera, dove mi pareva udire la tua voce dall’alto che diceva: «Io sono il cibo dei forti, cresci e mi avrai. Tu non trasformerai me in te, come il cibo del corpo, ma sarai tu ad essere trasformato in me». Cercavo il modo di procurarmi la forza sufficiente per godere di te, e non la trovavo, finchè non ebbi abbracciato il «Mediatore fra Dio e gli uomini, l’Uomo Cristo Gesù» (1 Tm 2, 5), «che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli» (Rm 9, 5). Egli mi chiamò e disse: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14, 6); e unì quel cibo, che io non ero capace di prendere, al mio essere, poiché «il Verbo si fece carne» (Gv 1, 14). Così la tua Sapienza, per mezzo della quale hai creato ogni cosa, si rendeva alimento della nostra debolezza da bambini. Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Ed ecco che tu stavi dentro di me e io ero fuori e là ti cercavo. E io, brutto, mi avventavo sulle cose belle da te create. Eri con me ed io non ero con te. Mi teneveno lontano da te quelle creature, che, se non fossero in te, neppure esisterebbero. Mi hai chiamato, hai gridato, hai infranto la mia sordità. Mi hai abbagliato, mi hai folgorato, e hai finalmente guarito la mia cecità. Hai alitato su di me il tuo profumo ed io l’ho respirato, e ora anelo a te. Ti ho gustato e ora ho fame e sete di te. Mi hai toccato e ora ardo dal desiderio di conseguire la tua pace.
Non sapete quanto è bello vedere tutti voi qui insieme. E siete solo una piccola parte, perché dall’altra parte ce ne sono di più. Bravissimi!
Grazie, grazie! Gli applausi più forti devono essere per Gesù Cristo: siamo tutti discepoli di Gesù!
Grazie! Ci sono tante opportunità qui per riflettere sulla nostra vita, sulla società, sulla fede. Ne ho appena visto una, che parla della vita di Sant’Agostino, che parla dell’amore.
L’amore è la forza che può veramente cambiare il mondo. «Se noi tutti vogliamo cambiare il mondo, cominciamo con noi stessi», dice Sant’Agostino. Il vostro cuore, il nostro cuore, che è così grande, così capace di amare, non deve essere mai chiuso. Cerchiamo tutti la strada per camminare insieme, per costruire un mondo di pace e di amore.
Grazie a voi! Continuate con questo bellissimo cammino. Vivete sempre con questo entusiasmo e vedrete che possiamo davvero costruire un mondo di pace e di amore.
Tanti auguri!
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Saluto spontaneo del Santo Padre al Villaggio ragazzi
Buongiorno a tutti!
Grazie! Grazie! Grazie per essere qui; grazie per questa accoglienza e per questo entusiasmo che è segno dello Spirito!
Ascoltate un momento … Anni fa San Giovanni Paolo II disse: «Se il mondo di oggi ha bisogno di qualcosa, è la comunione».
Ancora oggi possiamo ripetere le stesse parole. E se ci sarà comunione nel mondo, comincia con voi giovani, perché voi sapete costruire la comunione con l’amicizia, sapete rispettarvi gli uni gli altri per costruire la pace e il mondo ha bisogno di voi, del vostro entusiasmo, della vostra carità, della vostra fedeltà.
Dio benedica tutti voi e che siate sempre fedeli a Gesù Cristo.
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Discorso del Santo Padre
Cari fratelli e sorelle!
Sono felice di incontrarvi a Rimini, negli ambienti che vi sono cari per l’impegno, la creatività e il dialogo che il vostro appuntamento di fine agosto da anni è in grado di mobilitare. Ringrazio il Presidente Scholz e il Dottor Prosperi per il loro saluto.
In questo momento storico comprendiamo più profondamente la profezia che quasi mezzo secolo fa venne inscritta nel nome dato a queste giornate: “Meeting per l’amicizia fra i popoli”. Come vi disse San Giovanni Paolo II, «già solo il pronunciare queste parole rallegra il cuore: “Incontro”! “Incontro di amicizia”! “Amicizia tra i popoli”! Parole che acquistano un particolare significato in queste ore, spesso drammatiche, della storia del mondo» (Discorso al III Meeting per l’amicizia tra i popoli, Rimini, 29 agosto 1982).
Anche oggi la pace è custodita e diffusa da persone che amano incontrarsi e non temono di confrontarsi. Papa Francesco con l’Enciclica Fratelli tutti ci ha insegnato a coltivare l’amicizia sociale, che rappresenta il volto pubblico, dinamico e concreto della fraternità. Riconoscendoci, infatti, nella dignità di figli di Dio, veniamo a contatto con ciò che accomuna originariamente gli esseri umani, al di là di ogni diversità, separazione o conflitto. Possiamo immedesimarci l’uno nell’altro, ascoltarci e diventare amici, tra persone e quindi anche tra popoli. Prima di confini, definizioni e istituzioni ci sono sempre le persone. Questa consapevolezza è al cuore del cristianesimo: voi lo sapete, perché siete stati educati a leggere il Vangelo come rivelazione di Dio che si fa incontro, avvenimento, sguardo, esperienza, risvegliando in ciascuno il desiderio di essere amato e di amare. In tal modo, non avete fatto del “Meeting” una sorta di enclave: al contrario, esso è diventato un crocevia per la Chiesa e per la società, un incontro che moltiplica gli incontri e ispira nuovi cammini.
Ringraziamo il Signore per questa eredità viva, che vi dà una grande responsabilità storica, nella comunione più grande della Chiesa, a servizio di un’umanità che ha fame e sete di giustizia. Come ci ha insegnato il Concilio Vaticano II, infatti, «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore» (Cost. past. Gaudium et spes, 1). Sì, cari amici, è l’ora della responsabilità, specialmente per chi molto ha ricevuto da una millenaria tradizione di fede che si fa cultura. Le diverse edizioni del “Meeting”, in effetti, hanno saputo attingere al grande patrimonio del passato le ragioni che vi impegnano oggi nel confronto con l’arte, la musica, la letteratura, la scienza, l’economia e con ogni espressione dell’animo umano. Anche il titolo scelto per questa edizione, tratto dall’ultimo verso della Divina Commedia, ci sospinge verso la storia di cui Dio è Signore. «L’amor che move il sole e l’altre stelle» non è scomparso, non ha perso vigore, né intensità, sebbene sia un amore che rimane volentieri silenzioso, a differenza delle forze rumorose che sconvolgono la terra, il cielo e tutte le creature.
Sì, l’amore muove! «Fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (Mt 5,45). Così Gesù descrive la perfezione di Dio, manifestando lo scarto tra la generosità del suo agire e la ristrettezza dei pensieri umani. La realtà soffoca nei nostri calcoli e respira nella gratuità di Dio. Non a caso i miei Predecessori – San Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco – hanno tutti indicato la misericordia divina come punto di impatto tra il Vangelo e le “cose nuove” di quest’epoca drammatica e meravigliosa. Seguire Gesù Cristo dopo le tragedie e le ripartenze del XX secolo implica, infatti,una lucida consapevolezza: il male non si combatte col male. Come in cielo, così in terra l’amore è la legge della vita, il metodo della redenzione, del Messia crocifisso. Al falso realismo, che riarma le menti, le parole e le nazioni, la cultura cattolica ha oggi da opporre il realismo della misericordia, per il quale non possono esistere nemici e tutti, anche gli avversari, sono fratelli e sorelle da guardare negli occhi e incontrare nella verità. Il peccato esiste, certo, ma più forte è l’amore redentore di Cristo, che ci impegna a purificare pensieri, interessi, abitudini, frequentazioni, progetti, investimenti – ogni aspetto della vita – da tutto ciò che la cultura della potenza ha inquinato.
Tra voi non mancano competenze, responsabilità e risorse da mettere a servizio di un’autentica conversione di popolo. «L’ossessione di preservare la propria gloria, la propria “dignità”, la propria influenza non deve far parte dei nostri sentimenti. Dobbiamo perseguire la gloria di Dio, e questa non coincide con la nostra. La gloria di Dio che sfolgora nell’umiltà della grotta di Betlemme o nel disonore della croce di Cristo ci sorprende sempre» (Francesco, Discorso al V Convegno Nazionale della Chiesa Italiana, Firenze, 10 novembre 2015). Liberiamo, dunque, la convivenza dal sospetto, la cultura dalla prepotenza, l’educazione dall’ideologia, il lavoro dall’idolatria del profitto, la tecnologia e la finanza dai business della morte. A partire dalle organizzazioni che abbiamo generato e nelle quali operiamo, smascheriamo i rapporti di potere ingiusti, alla radice di povertà e diseguaglianze, della guerra e dei disastri ambientali. Disarmiamo lo sviluppo tecnologico quando si fa pervasivo e distruttivo. Occorrono pionieri coraggiosi, che comincino dalla propria inversione di rotta a rendere convincente e credibile la conversione richiesta a tutti.
Non ci sia soltanto chi soffia sul fuoco della stanchezza e della disperazione; ci sia anche chi riaccende sogni e visioni! Le due strade sono incompatibili, perché una sfrutta la divisione, l’alienazione e la disperazione, l’altra serve il Regno di Dio e la sua giustizia. «In un mondo attraversato da tante manovre che puntano a conquistare mercati e spazi di influenza, spesso rivestite da retoriche rassicuranti e costruzioni ideologiche seducenti, il nostro cuore avverte il bisogno di scoprire un disegno diverso, sapiente e benevolo, simile a quello che Maria contempla nel Magnificat, quando proclama che di generazione in generazione la misericordia di Dio si stende su quelli che lo temono. Questo disegno di misericordia attraversa la storia anche oggi, dentro i passaggi più rapidi e inquieti segnati dagli algoritmi, dalle reti globali, e diventa la bussola per un’esistenza evangelica nell’era digitale. Al centro sta il mistero dell’Incarnazione» (Lett. enc. Magnifica humanitas, 230-231).
Cari amici, la bellezza disarmata di questo Mistero domanda di correre “il rischio educativo” di cui vi parlò don Giussani. Egli intuì che «il metodo educativamente più capace di bene non è quello che vive di fuga dalla realtà, per affermare separatamente il bene, ma quello che vive della promozione del bene nel mondo». [1] E insisteva: «Nel mondo significa nel confronto con la realtà intera, confronto rischioso, se così lo si vuol chiamare; ma meglio sarebbe dire impegnativo». [2] Fratelli e sorelle, assumiamoci adesso questa responsabilità, che è impegno con Cristo e impegno con il nostro mondo!
Cari giovani, siete tanti qui, parecchi come volontari. Siete segno che il futuro è una promessa, non una minaccia! Molti non lo credono più, sia fra gli adulti, sia fra i giovani. Silenziosamente, però, «l’amor che move il sole e l’altre stelle» sospinge ancora alla speranza. L’ho avvertito intensamente fra i vostri coetanei in Libano, in Africa e in Spagna. L’amore muove, urge, risveglia dal torpore, suscita nuove vocazioni e chiama a rischiare. Mettetevi in gioco! Apritevi a una vera cattolicità, allargando i vostri legami oltre ogni appartenenza troppo ristretta. Il Movimento, i gruppi, le comunità siano un trampolino da cui tuffarvi nell’intera realtà. Contrastate ciò che vorrebbe allontanarvi da fratelli e sorelle di culture, sensibilità e provenienze diverse, specialmente dai più poveri. Uscite, invece, incontro a tutti!
Ad ogni latitudine, in particolare ai margini e fra coloro che soffrono, troverete chi è già pronto a costruire la civiltà dell’amore. Non permettete a nessuno di sminuire questa parola, che è il nome stesso di Dio: «Dio è amore» (1Gv 4,16). Nell’amore non c’è mai costrizione, indottrinamento; mai seduzione, inganno, arruolamento. C’è amore solo nella libertà, nel confronto vivo, nel dono generoso di sé.
Cari giovani, oggi il mondo sembra stupirsi della vostra adesione a Cristo, dell’attrazione che sentite per Lui e per la sua Parola, della vostra appartenenza alla Chiesa. Che siate cristiani è oggi per molti una sorpresa! Eppure, senza clamore, «per mezzo vostro la parola del Signore risuona» (1Ts 1,8). Lo scriveva san Paolo alla giovanissima comunità di Tessalonica. E continuava: «La vostra fede in Dio si è diffusa dappertutto, tanto che non abbiamo bisogno di parlarne» (ibid.). Non è una questione di numeri, sebbene commuovano le migliaia di vostri coetanei che chiedono il Battesimo in società considerate tra le più secolarizzate del mondo. È una questione di libertà: la verità si incontra solo nella libertà.
Lo stiamo comprendendo sempre meglio, entro circostanze storiche che riattivano le domande più umane e un desiderio infinito di senso, di giustizia e di pace. Così, una certa perdita di influenza, che noi adulti abbiamo forse temuto e combattuto, doveva rivelarci che possiamo stimare di più la potenza del Vangelo, dei legami che genera, della logica che accende, della vita che fa sorgere. Come hanno ripetuto più volte i miei Predecessori, «la Chiesa non fa proselitismo. Essa si sviluppa piuttosto per attrazione». [3] È l’attrazione per un modo di abitare il mondo, a proposito del quale don Giussani provocatoriamente domandava: «Si può vivere così?». [4]
Già nel II secolo, d’altra parte, l’anonimo autore della Lettera a Diogneto riconosceva che i cristiani «si propongono una forma di vita meravigliosa e, indubbiamente, paradossale» (V, 4). Certo, dobbiamo ammettere che portiamo questo tesoro “in vasi di creta” (cfr 2Cor 4,7) e che spesso la credibilità della nostra testimonianza personale e comunitaria è segnata dal limite e dal peccato. Ma è il Signore che ci rialza sempre, come singoli e come comunità!
Cari amici, amate sempre la Chiesa! Amate e preservate l’unità. Merita di pronunciarlo di nuovo “Amate sempre la Chiesa!”. Cari amici, amate e preservate l’unità della “compagnia” attraverso la quale Cristo vi ha raggiunti e vi attrae a sé. Come ebbe a dirvi Papa Francesco in occasione del centenario della nascita del vostro fondatore, «anche i momenti difficili possono essere momenti di grazia e possono essere momenti di rinascita. Comunione e Liberazione nacque proprio in un tempo di crisi, quale fu il ’68. In seguito, don Giussani non si è spaventato dei momenti di passaggio e di crescita della Fraternità, ma li ha affrontati con coraggio evangelico, affidamento a Cristo e in comunione con la madre Chiesa» (Francesco, Discorso ai membri di Comunione e Liberazione, 15 ottobre 2022).
Ebbene, carissimi, proprio nel travaglio del cambiamento d’epoca, in questo mondo lacerato da molteplici crisi, possiamo riscoprire «il “gusto spirituale” di essere Popolo di Dio, riunito da ogni tribù, lingua, popolo e nazione, che vive in contesti e culture diverse […] ancora pellegrinante nel tempo e già in comunione con la Chiesa del cielo» (XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, Documento finale, n. 17). In questi ultimi anni, abbiamo riscoperto la dimensione sinodale e missionaria del nostro essere Chiesa, che ci chiama anzitutto a imparare ad ascoltarci a vicenda. Il dono dell’ascolto è qualcosa che, penso, tutti riconosciamo, ma che spesso si è perso in alcuni settori della Chiesa. Dobbiamo continuare a scoprire quanto è prezioso, a cominciare dall’ascolto della Parola di Dio, dall’ascolto reciproco, dall’ascolto della saggezza che troviamo in uomini e donne, in membri della Chiesa e in quanti sono alla ricerca della verità, ma che ancora non sono, e forse non saranno mai membri della Chiesa» (Discorso ai partecipanti al Giubileo delle Equipe sinodali e degli Organismi di partecipazione, 24 ottobre 2025).
È un cammino che richiede anche il rinnovamento di ogni realtà associativa e movimento ecclesiale. Vi invito, sia all’interno del Movimento di Comunione e liberazione, sia nelle Chiese particolari a cui ognuno di voi appartiene, a fare questa esperienza del camminare insieme: ognuno ascolta, si lascia trasformare dalla fede altrui e insieme, sotto la guida dei pastori, si maturano nuove consapevolezze, passi ulteriori, obbedienze coraggiose allo Spirito Santo. Sinodalità non è il nome di un processo, ma la natura di un popolo che nell’amicizia e nell’incontro con l’altro avverte di appartenere a Dio solo. Allora l’autorità si converte in servizio, che onora le diversità e ne facilita l’armonia. Questo stile costituisce in quest’epoca travagliata un vero e proprio segno dei tempi. Testimoniamo che ogni carisma è per l’utilità comune, che ogni ricchezza si moltiplica se condivisa, che ogni paura può essere superata: dobbiamo renderlo tangibile, credibile, desiderabile. Saprete farlo, cari amici, sulla scia del vostro fondatore, coltivando l’unità tra voi, con coloro che sono chiamati a guidare il Movimento, con la Sede Apostolica che vi ha riconosciuto e con il Successore di Pietro. Lo Spirito Santo ci educhi alla pratica della comunione. Ce ne doni il gusto, la stima, la speranza. Continui a guidarci, cari fratelli e sorelle, quell’Amore “che move il sole e l’altre stelle”. Grazie!
Grazie! Grazie!
Elemento fondamentale in ogni comunità cristiana è la preghiera. Allora, adesso, invito tutti a pregare la Preghiera che Gesù ci ha insegnato:
Padre Nostro…
Benedizione
Grazie e buon cammino!
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[1] L. Giussani, Il rischio educativo, Milano 2014, 106.
La società contemporanea non nega necessariamente Dio: più spesso accantona la domanda sulla trascendenza. Ma questa scelta apparentemente neutrale finisce per trasformare il modo in cui l’uomo guarda a sé stesso, agli altri e al mondo
LUIGI
ALICI
Ci è stato insegnato che agli antipodi della trascendenza si stende l’esteso bassopiano dell’immanenza, e in un certo senso la distinzione mantiene sempre la sua validità. Tuttavia, quando si guarda alla trascendenza indugiando dentro le pieghe del vissuto, la contrapposizione potrebbe esprimersi anche in altro modo: se la trascendenza si può pensare come irriducibile differenza, voltarle le spalle equivale a soffocare la vita nell’indifferenza.
L’alternativa fra trascendenza e indifferenza ci pone dinanzi al bivio della vita: un bivio che in alcuni casi, in circostanze gravi e impegnative, s’impone come un vero e proprio ultimatum; il più delle volte, tuttavia, l’aut aut s’insinua dentro l’ordinarietà del quotidiano in modi discreti, quasi di soppiatto, finendo per strapparci risposte distratte e sempre effimere, che alla fine, però, diventano responsabili del nostro destino. (…)
A questo punto, prima di guardare più lontano, s’impone una domanda: può esserci un’ombra totale, capace di oscurare completamente la luce? Quale nome potremmo darle? La risposta è implicita nell’intero percorso: non esiste un’ombra totale. La luce è ovunque e proviene da lontano, le tenebre sono tentativi – drammatici e vani – di oscurarla, fabbricati malamente in “casa nostra”.
Possono avere tanti nomi, quante sono le forme di rifiuto della trascendenza, e tuttavia oggi sembrano riassumersi nell’indifferenza, forse il rifiuto più insidioso di tutti, perché subdolo e infido: rifugge dagli attacchi frontali, non “parla” mai a voce alta, predilige il mormorio che sparge il veleno della sfiducia, della diffidenza, dello scetticismo. L’elogio della trascendenza, soprattutto oggi, non è scontato e deve vincere le tentazioni dell’indifferenza. Se l’immanenza rappresenta un’alternativa esplicita, in quanto teorizza un principio, con cui finisce ultimamente per identificarsi, che è oltre ogni singolo ente ma non oltre l’intero, un’alternativa “tacita” è quella che fa sparire il problema, espellendolo di fatto, senza troppi discorsi, dal tessuto stesso dell’esistere.
Basta inoculare nei gangli dell’esperienza il veleno dell’indeterminatezza generalizzata, che interrompe la circolazione del pensiero. Ogni esperienza sarebbe fondamentalmente incommensurabile e relativa: relativa a chi la vive, a chi la vive in un certo momento e non in un altro, in un certo luogo e non in un altro… A quel punto, siamo a un passo dal trionfo indiscriminato del relativo, che possiamo tranquillamente chiamare relativismo. Un passo non dichiarato, però: affermando a chiare lettere che la verità non esiste, qualcuno potrebbe sempre chiederci se tale affermazione debba essere ritenuta vera. Il relativismo è il parente spensierato e più “digeribile” dello scetticismo dichiarato.
Siamo già agli antipodi della trascendenza: il relativismo è in-differenza alle differenze. Il duro messaggio che l’apocalisse riserva alla chiesa di Laodicea sembra interpretare, con un’attualità sconcertante, il senso profondo di questa deriva: «Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca. tu dici: sono ricco, mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla. Ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo» ( Ap 3,15-17).
Il testo denuncia, con una crudezza imbarazzante, un pericolo mortale, più grave di qualsiasi tiepidezza religiosa: la rottura della relazione fra la creatura e il creatore, collegata alla perdita di ogni differenza. Dietro il mito dell’autonomia assoluta («sono ricco, mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla») si nasconde un autoinganno diabolico, che conduce a un’idea “povera” di ricchezza e a una forma “infelice” di felicità. “Non lo riconosco più” – non a caso – è l’espressione amara con la quale di solito atto che una persona amica sembra non aver più bisogno di nulla e di nessuno.
L’indifferenza generalizzata arriva a erodere ogni margine di riconoscimento, e quindi di riconoscenza, smarrendo il senso profondo delle differenze: soprattutto tra vero e falso, bello e brutto, giusto e ingiusto, bene e male, e quindi, alla fine, persino la differenza fra finito e infinito, e quella fra essere e nulla. In un mondo in cui ogni esperienza è appesa all’esile filo del divenire e si risolve in un bagliore effimero, il nulla è l’inizio e la fine di tutto, come nell’episodio del volo notturno di un uccello, raccontato da Beda il Venerabile. Ricordiamo ancora Bonhoeffer di Resistenza e resa: «Gli idoli si adorano: e l’idolatria presuppone che l’uomo adori qualcos’altro. Noi oggi non adoriamo più niente, nemmeno gli idoli.
in questo siamo veri nichilisti».
La metafora sgradevole del rigurgito nauseante, in cui si coglie quella noncuranza pratica che è molto più di un nichilismo teorizzato, può essere simbolicamente collegata al secondo capitolo della Genesi, che si apre con la descrizione del giardino di Eden, dove il creatore ha fatto «germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare» (Gen 2,9), ponendo al centro l’albero della vita e l’albero della conoscenza del bene e del male.
Solo i frutti di quest’ultima pianta sono letteralmente indigeribili per il primo uomo e la prima donna, che pure hanno a disposizione tutti gli altri. Le creature umane non possono “mangiare la differenza” tra bene e male: non possono impossessarsene, negarla, metabolizzarla, sostituendosi ad essa.
È singolare che il primo libro della Bibbia metta in guardia da questo primo peccato e che l’ultimo libro ne ricordi gli effetti devastanti. se non vogliamo bere fino in fondo il calice amaro del “nichilismo attivo” di Nietzsche o della nausea sartriana dinanzi all’assurda gratuità dell’esistere, non resta che un atto di umiltà dell’intelligenza dinanzi all’altezza del mistero. L’anestetico dell’indifferenza, alla fine, non ci lascia mai com’eravamo: quando si appiattisce la propria vocazione, si modifica da cima a fondo tutta l’organizzazione ordinaria della vita; la relazione che ognuno di noi intrattiene con se stesso si riflette immancabilmente nell’intera “filiera” pratica delle relazioni con gli altri, con il mondo, con l’assoluto.
L’indifferenza è sempre autolesioprendiamo nista: insidia la verticalità personale. Se la trascendenza è la luce, l’indifferenza è il tentativo di oscurarla, che non può essere una conquista. L’infinito del nulla è il nulla dell’infinito. In-differenza, ovvero vivere (e morire) per nulla.
Volgendo in positivo il discorso, ne potremmo ricavare una duplice conclusione. Una prima conclusione riguarda il riconoscimento imprescindibile della trascendenza, come incontro fra l’atto di essere e la pluralità contingente degli enti. Dall’essere infinitamente trascendente dipendono le galassie e la polvere di Marte, le alghe e i boschi di conifere, le spugne e la mia cagnolina, l’esistenza dello schiavo schiantato nella costruzione delle piramidi e il narcisismo megalomane dell’uomo politico che gioca a fare la guerra. Quanto più si sale nella scala dei viventi, tanto più la dipendenza si fa evidente e polivalente, fino al punto in cui la massima evidenza riconoscibile si attualizza nel soggetto personale. (…) La persona che si scopre capace di apertura infinita aprendosi al mondo, è invece coinvolta direttamente – appunto, in prima persona – in tale atto. L’apertura infinita che l’essere umano scopre in se stesso si rivela come apertura di se stesso. L’infinito che abita il finito lo trascende. Da dentro. Ripensando alle tappe dell’intero percorso, si potrebbe dire: non c’è stupore senza meraviglia, non c’è esistenza senza eccedenza, non ci sono legami senza relazioni, non c’è intelligenza senza senso, non c’è libertà senza responsabilità, non c’è storia senza futuro, non c’è amore senza reciprocità gratuita. Eppure – ecco una seconda conclusione – la possibilità di neutralizzare praticamente la trascendenza appartiene di fatto alla nostra esperienza quotidiana. Se la “via lunga” del pensiero appare complessa, faticosa e a mio avviso impossibile da percorrere fino in fondo in modo esaustivo, possiamo essere tentati di fermarci, voltare le spalle all’intera questione, mettendola sistematicamente in coda nell’agenda quotidiana. È difficile accreditare un pensiero che anteponga l’oscurità alla luce, è più facile vivere semplicemente nella penombra, come se il problema non potesse mai avere l’attenzione che merita. L’infinito non è la maledizione del finito: è la sua benedizione, che ne garantisce la dignità.
Il relativismo, la perdita del senso delle differenze e l’illusione dell’autonomia assoluta sono i segnali di una deriva che impoverisce l’esperienza umana
“ La tua bontà mi ha fatto crescere, il tuo farti piccolo mi ha fatto diventare grande” Sal. 18
La piccolezza è arrivare a capire che c’è una direzione per far crescere la propria umanità.
Noi, spesso imbarazzati, nascondiamo la piccolezza agli occhi degli altri. I nostri tratti di debolezza, rappresentano in realtà il nostro tesoro perchè quando sei piccolopuoi incontrare gli altri. Non possiamo apparire fragili, incerti, confusi, perché significherebbe avere bisogno degli altri, perché vorrebbe dire che alcune cose importanti ce le dovrebbero dare gli altri.
Poter essere piccoli davanti agli altri, più piccoli di quanto pensavamo, meno performanti!
Noi vorremmo sempre dare agli altri un aiuto, un servizio ai “ piccoli”, stando dalla parte di “ chi fa”, per sentirci buoni e bravi.
Ricevere ci piace di meno. Cristiani che chiedono aiuto ad altri!
La via della piccolezza è una strada. Allargare la mano e chiedere aiuto, per permettere ad altri di entrare nella vita eterna, dando ad altri la possibilità di fare del bene. Quindi non solo amare, ma lasciarsi amare, farsi amare. Saremo giudicati su “ se ci siamo lasciati amare” non solo se abbiamo amato, se abbiamo avuto l’umiltà di lasciarci amare.
Se ci riconciliamo con la nostra piccolezza, diventeremo amabili ( come bambini o anziani) senza accorgercene. Noi abbiamo ancora qualche possibilità di grandezza e la sfruttiamo fino all’ultimo.
C’è un antidoto alla società pervasa da parametri di forza. Essere piccoli, camminare senza paura e vergogna, con il coraggio di percorrere la via della piccolezza che rende capaci di costruire la comunione, non più spaventati dalla piccolezza.
Piccolezza come libertà che possiamo prenderci per riconciliarci con il nostro limite, con la nostra nudità ( sulla Croce Gesù è nudo. La sua una morte minuscola, il Suo un corpo nudo che però può amare!)
La nudità è la condizione di chi ama, di chi si lascia vedere così com’è. Ciò significa mettersi davanti all’altro nudi come se dicessimo: ho bisogno di te, in atteggiamento massimo di verità! Fare come ha fatto Gesù, andando verso gli altri dicendo : io, da solo, non ce la faccio. Smettere di avere paura della propria piccolezza, imbarazzati di ammettere che abbiamo bisogno dell’altro e che soli non possiamo vivere ( siamorelazione con l’altro).
La piccolezza è una strada non un vanto, un lusso. La vita ci dice che siamo polvere e piccoli, bisognosi degli altri. Così la morte ci farà meno paura. Percorrere il cammino che ci sta davanti con piccolezza. Una strada che aspetta i passi di ciascuno, con l’umiltà di chi non smette di imparare, con l’umiltà di percorrere una strada nuova.
Rubrica bimestrale semiseria di presentazione libraria
D’estate è possibile concedersi una sospensione, riappropriarsi del proprio tempo con più facilità, sfuggendo, per un po’, al vortice in cui siamo inglobati.
Tempo di svago e riflessione, quello estivo,occasione di rientro in sè,
di recupero dall’affanno ordinario, per consentire l’affiorare del desiderio profondo che ci abita, per aprirsi alle bellezze che ci circondano e ci parlano di Altro.
In questo percorso, potrebbe esse d’ausilio un libro interessante di un autore noto, presbitero e teologo italiano, che scrive in modo semplice ma profondo, avvalendosi, spesso, di espressioni poetiche:
ERMES RONCHI
L’ equilibrio del solco
Edizioni Paoline
Da appendere sul frigorifero:
“Abbi pazienza, perché la pazienza non è debolezza, non è lassismo, la pazienza è la virtù di vivere l’incognito in noi e negli altri, è l’arte del seme nel solco” (E.R.)
“Non avere paura di scendere nel tuo pozzo profondo. Là troverai una manciata di luce, un pugno di sale e un Volto che è il volto del più bello tra i figli dell’ uomo”
Il cardinale arcivescovo di Bologna ha recitato una preghiera di benedizione al 0termine delle esequie private del cantautore a Pavana. Qui il testo completo
Un momento dei funerali di Francesco Guccini nel cortile della casa del cantautore Pavana, il funerale privato del cantautore e scrittore, scomparso nei giorni scorsi all’età di 86 anni 8 agosto 2026. ANSA/BENEDETTA DALLA ROVERE
Una benedizione e una preghiera del cardinale Matteo Zuppi hanno concluso le esequie private di Francesco Guccini, celebrate questa mattina a Pavana, sull’Appennino tosco-emiliano. Al termine della cerimonia la moglie del cantautore, Raffaella, si è commossa. Un lungo applauso si è levato dai partecipanti e dai fan che hanno atteso all’esterno per tributare l’ultimo saluto a Guccini. Accanto alla moglie c’erano la figlia Teresa e la madre Angela. Sulla bara, tra gli oggetti scelti per accompagnare il cantautore nell’ultimo viaggio, il libro “Maigret a Parigi” e un collage con le fotografie dei suoi gatti. Numerosi fan si sono raccolti lungo la strada a Pavana, aspettando il passaggio del feretro per salutare per l’ultima volta il cantautore, profondamente legato per tutta la vita a questi luoghi dell’Appennino.
Il cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, nel suo intervento alle esequie di Francesco Guccini ha ricordato il significato particolare della data del 6 agosto, giorno in cui è morto il cantautore. Zuppi ha sottolineato come il 6 agosto sia una data carica di significati: per la Chiesa è la festa della Trasfigurazione ed è anche l’anniversario della morte di Papa Paolo VI, deceduto il 6 agosto 1978. Il presidente della Cei ha poi ricordato un episodio che lega Guccini a Paolo VI, che già stato eletto al soglio di Pietro quando nel 1967 venne pubblicata “Dio è morto”, una delle canzoni più celebri del cantautore, che inizialmente la Rai censurò. Al termine del suo intervento Zuppi, in piedi accanto alla bara, ha recitato una preghiera di benedizione. Tutti i presenti si sono alzati in piedi. È stato uno dei momenti più commoventi della cerimonia: la moglie di Guccini, Raffaella, alla fine è scoppiata in lacrime e il cardinale le si è avvicinato per abbracciarla. Poi Zuppi e Raffaella sono rimasti insieme accanto alla bara, soffermandosi a guardare il collage delle foto dei suoi gatti, raccolte in una cornice.
Qui di seguito il testo pronunciato dal cardinale Zuppi.
«Non era un accordo così definito come quello che Francesco stabilì con Piero, circa l’impegno a tornare e a dare informazioni di prima mano sul dopo ma, una sera, parlando dell’ultimo saluto, Francesco disse che sarebbe stato contento della mia presenza, con annessi e connessi, per poi aggiungere che, qualora le parti si fossero invertite, lui avrebbe potuto, in Cattedrale o dove non so, presenziare con il suo saluto. Tocca a me. Credo, però, che tutti abbiamo qualcosa da dire a Francesco: non sappiamo con precisione, (con una certa presunzione ci illudiamo di volere e soprattutto capire tutto) cosa vedi, la pienezza di quella luce che in realtà hai intuito da qui e hai saputo scorgere nella bellezza struggente e infinita della vita.
Dicevi di te di essere “agnostico possibilista”. In ricerca. Una cosa è certa: ci sembra impossibile salutarti e misurare l’assenza, come hanno fatto tantissimi amici tuoi (quanti ne avevi!) che si sono sentiti tutti un po’ più soli. Assenza ma anche presenza. Abbiamo letto tante osservazioni, emozioni, tutte personali e positive, piene di umanità. Avviene sempre così nella poesia e nella musica, che donano parole ai sentimenti e generano sentimenti che parlano all’interiorità. La poesia e la musica generano sempre altra poesia e aiutano a far cantare il cuore. Te ne sei andato nelle «stanche, lunghe e oziose ore di agosto» (Canzone dei dodici mesi), con la discrezione e la riservatezza che sono sempre state tue, nascondendo in due sciocchezze quanto sei commosso e poi, in realtà, facendoci commuovere per come ti racconti. Abbiamo capito anche quello che stava urlando dentro di te per uscire, e abbiamo capito che bisogna scegliere in tempo, non arrivarci per contrarietà.
Anche il Signore non sopportava i dogmi e i pregiudizi che colpivano il prossimo, i nuovi protagonisti, i rampanti, i furbi e i prepotenti, i re, i militanti severi, la gente vuota, i preti che non sanno guardarsi nel cuore, i materialisti col chiodo fisso che Dio è morto e che l’uomo è solo in questo abisso, ma anche i giacobini visionari e i martiri dell’odio e del terrore, quelli che ti paralizzano dicendo che è per amore, i manichei che gridano o con noi o contro di noi. Le ideologie confondono, fanno male. Hai ragione. Servono giganti, e quelli che piacciono al Signore non sono i grandi di questo mondo ma quelli con il cuore grande, con tanta umanità, gratuita, che condivide e non calcola, che dona e non possiede. La poesia è sempre regalare tutto di sé. Discrezione, garbo, eleganza antica, timidezza ma radici di sapienza antica, “cresciuto tra i saggi ignoranti di montagna, che sapevano Dante a memoria e improvvisavano di poesia”.
Alieno all’esibizione, eppure delicatissimo nel comunicare. Parlando e riparlando del tempo e dei giorni andati, e del mistero del tempo che ha una spiegazione nei nostri legami di amore per cui è sempre vero per tutti che “io non sono quando non ci sei”. È la migliore definizione di Dio, perché Dio si capisce solo nell’amore, interrogandoci su quale sapore nuovo abbia l’universo, perché la domanda della vita è sempre proprio questa. Che l’oggi restasse senza domani o che domani potesse tendere all’infinito? Non si è rassegnato ad essere cattivo e non hai smesso di sognare e di cercare le ali. Questa domanda per Francesco, e per tutti, è l’intuizione che è porta apertissima nel cuore: Dev’esserci, lo sento, in terra o in cielo un posto dove non soffriremo e tutto sarà giusto e dove troveremo il per sempre.
«E la mia vita cade in altra vita ed io mi sento solamente un punto, lungo la retta lucida e infinita di un meccanismo immobile e presunto» (Vite). In questi termini amavi parlare della tua vita, ma non era retorica, era l’umiltà, contrario dell’hybris, che appartiene soltanto ai grandi, a chi non ha la supponenza e l’arroganza di avere raggiunto traguardi, ma si muove nelle strade della vita al pari di un pellegrino dall’andatura precaria. Ci hai parlato dell’«eterno gocciolare del tempo», del «rintocco scaglioso dei momenti» (Vite), della «musica dell’oggi che se n’è andato dove è andato l’ieri» e non sapremo mai dove (Un altro giorno è andato). Il tempo è «come quel male a cui non si dà il nome, un’ossessione circolare fra la volontà ed il non potere» (Canzone per Anna). Ti sei domandato – e tutti noi con te – «ma il tempo, il tempo chi me lo rende?» (Lettera) e anche come essere nel tempo, ad esempio quando l’uomo deve imparare a vivere senza ammazzare, amarissima considerazione che ha trovato drammaticamente in questi tempi tante ulteriori domande. La precarietà della storia e del tempo ti ha sempre arrovellato, mistero e tormento, come l’orologio che enfatizza ogni secondo. Non hai mai avuto la presunzione di trovare risposte definitive: ogni giorno, dicevi, «son lì ad aspettarmi le mie domande, il mio niente, il mio male» (Canzone per Piero).
L’etica dell’umano, la dignità della politica, allergica ai dogmatismi vuoti, proprio perché etica e con al centro l’umano, per non avere «paura del diverso e del contrario, di chi lotta per cambiare, paura delle idee di gente libera, che soffre, sbaglia e spera» (Canzone per Silvia); con il tuo don Chisciotte tu “fiero del mio sognare e di questo eterno mio incespicare”, ci hai costretto a chiederci «dovrei tirarmi indietro perché il Male ed il Potere hanno un aspetto così tetro? Dovrei anche rinunciare ad un po’ di dignità e accettare che sia questa la realtà?» per poi invitarci a «sputare il cuore in faccia all’ingiustizia giorno e notte». Non smette di stupirci la vita, com’è fatta e come uno la gestisce, e i mille modi e i tempi, poi le possibilità, le scelte, i cambiamenti, il fato, le necessità. Ora Francesco, come hai detto con parole struggenti a Van Loon – babbo Ferruccio, avrai «tanto tempo per pensare»; avevi «i bagagli già pronti da tempo, come ogni uomo prudente», troverai un tuo luogo, una tua storia, i tuoi libri, i vecchi amici e, finalmente, l’infinito (Van Loon).
Ma non ti mancherà il controcanto ironico che ti è sempre appartenuto e ti permetteva di comunicare leggerezza anche nelle circostanze più buie; e sorriderai ricordando agli amici che ritroverai e ti faranno una gran festa le parole che tu, come pochi altri, riuscivi a pronunciare con spirito pungente e insieme con garbo: «se e quando moriremo, ma la cosa è insicura, avremo un paradiso su misura, in tutto somigliante al solito locale, ma il bere non si paga e non fa male». E che Dio «ci sopporti, ci lasci ai nostri giochi, cosa che a questo mondo han fatto in pochi» (Gli amici). Shomèr ma mi-llailah, shomèr ma mi-lell, shomèr ma mi-llailah, ma mi-lell: sono le voci che hai fatto tue, brusìo e infinita eco di Dio. È la nostra realtà: sospesa tra la notte che sta per finire, vegliare sempre, insistere, ridomandare, senza stancarci. “Ora capisco il mio non capire, che una risposta non ci sarà, che la risposta sull’avvenire è in una voce che chiederà: Shomèr ma mi-llailah”. Oggi incontri la risposta, che in realtà era nella nostalgia, nella ricerca di luce e nello stupore per l’umanità che hai descritto nei tanti personaggi e incontri che ci hai fatto conoscere. Il dubbio era il modo di stare davanti alle cose senza barare, in modo integro. Non hai smesso di chiedere e di ascoltare. Chi fa sua la domanda dell’umano, scopre sempre la presenza di Dio. Traina, che so cara a Raffaella, agnostico lascio questa poesia postuma, che è anche una confessione di fede: “Quando starò davanti a te, Signore, se non perdonerai chi non si è unito al coro degli osanna, forse perdonerai chi ha confessato, Signore, di soffrire la tua assenza”. “Bisogna continuare a domandarsi, anche quando non c’è una risposta», dicevi. “Starem a veddre”.
Mi aiutano queste parole: “Stamane pensavo: il bambino nel ventre della madre sta caldo e probabilmente è felice. Crede che quel breve spazio tiepido sia un universo, ove nulla gli manchi. Dell’universo che conosciamo noi, che sospetto può avere lui? Nessuno? Ammettendo che ci si possa mettere in comunicazione col bambino che ancora non è nato, che nozioni potremmo dargli di quello che è un libro, una casa? Nemmeno la più piccola. Ci troviamo nella stessa situazione in rapporto al mondo dell’aldilà che si stende intorno a noi e che non raggiungiamo se non con la morte. In realtà stiamo anche noi dentro una cavità buia ove ci parliamo e noi non nasceremo che gridando, quando morremo. Allora scopriremo un universo d’una bellezza indicibile e passeggeremo liberamente in mezzo agli astri”.
Ecco, la fede dà parole e certezza a quell’intuizione dell’amore, del cuore, tutt’altro che palliativo, per cui “vogliamo ricordarti com’eri. Pensare che ancora vivi. Voglio pensare che ancora mi ascolti. Che come allora sorridi”. La risposta è Dio che non solo è dentro di noi ma anche fuori, è un Tu, è l’amore senza il quale non siamo e che oggi nel suo mistero si rivela.
“Tu sei, lo so, ma dove, chi può dirlo? In me ti rassomiglia ciò che vedo…. Lasciamo creder dunque che sei qui. E quando verrà l’ora del timore chiuderà questi miei occhi umani, aprimene, Signore, altri più grandi per contemplare la tua immensa face e la morte mi sia un più grande nascere”. (Eugenio Montale)
Francesco è morto nel giorno della Festa della trasfigurazione, la gloria di Dio che si rivela nell’umano, nel giorno in cui ricordiamo Hiroshima e chiediamo che quell’orrore faccia scegliere consapevolmente la difesa e non il riamo, il dialogo e non lo scontro. Perché dobbiamo imparare a vivere senza ammazzare. È anche il giorno della morte di Paolo VI. “Ecco, mi piacerebbe, terminando, d’essere nella luce. Di solito la fine della vita temporale, se non è oscurata dall’infermità, ha una sua fosca chiarezza: quella delle memorie, così belle, così attraenti, così incomplete, così nostalgiche e così chiare ormai per denunciare lì loro passato irrecuperabile e per irridere al loro disperato richiamo. La scena del mondo è un disegno, oggi tuttora incomprensibile per la sua maggior parte, di un Dio creatore, che si chiama il Padre Nostro che sta nei cieli! Grazie, o Dio, grazie e gloria a te, o Padre in quest’ultimo sguardo mi accorgo che questa scena affascinante e misteriosa è un riverbero, è un riflesso della prima ed unica luce; è una rivelazione naturale di una straordinaria ricchezza e bellezza, la quale doveva essere una iniziazione, un preludio, un anticipo, un invito alla visione dell’invisibile Sole”. (Paolo VI)
Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome. Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi dànno sicurezza. Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici; cospargi di olio il mio capo. Il mio calice trabocca. Felicità e grazia mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita, e abiterò nella casa del Signore per lunghissimi anni.
“Signore tu sei la vita senza fine nella patria per tutti gli uomini che tu stesso hai preparato. Tu sei la lampada della casa che illumina dolcemente, sei il giorno che non conosce tramonto; tu sei la luminosa stella del mattino. Tu sei la casa di tutti i poveri, gli stanchi e gli affaticati; tu sei il pastore del gregge disperso, che raduni dalla divisione, fonte di misericordia e di pace; tu sei dolcezza infinita. Tutti coloro che ti appartengono ti seguono là dove tu sei, e tu ci sei per sempre, non vai più via, dirigi in eterno la danza dei tuoi figli sui prati gioiosi”. Chi ti appartiene, Signore? Chi è stato giusto, chi ha avuto fame e sete della giustizia, chi non ha smesso d cercarti. (Quodvultdeus)
Benedizione
Padre delle misericordie e Dio di ogni consolazione, che ci ami di eterno amore e trasformi l’ombra della morte in aurora di vita, Sii tu, o Signore, il nostro rifugio e conforto, perché dal lutto e dal dolore siamo sollevati alla luce e alla pace della tua presenza. Ascolta la preghiera che ti rivolgiamo nel nome del tuo Figlio, nostro Signore, che morendo ha distrutto la morte e risorgendo ci ha ridato la vita; e fa’ che al termine dei suoi giorni Francesco possa andare incontro a Lui, per riunirsi ai nostri fratelli nella gioia senza fine, là dove ogni lacrima sarà asciugata e i nostri occhi vedranno il Tuo volto. Per Cristo nostro Signore».
Hadjadj: «La salvezza è alleanza, non salvataggio»
Il filosofo francese rilegge il racconto biblico del diluvio come una storia di responsabilità, libertà e speranza.
Riflette sull’arca e sulla necessità di ritrovare parole capaci di rendere possibile l’incontro, custodendo differenze e diversità
EUGENIO
GIANNETTA
Filosofo e scrittore, Fabrice Hadjadj insegna filosofia e letteratura a Tolone e il 24 agosto sarà tra i protagonisti del Meeting di Rimini, dove interverrà all’incontro “Per l’umano e per l’eterno: l’amor che genera”, insieme ad Anna Chiara e Gigi De Palo, Gabriella Gambino e Monica Santamarina. Uno degli spunti di partenza sarà il libro Noè. Cominciare alla fine del mondo (Libreria Editrice Vaticana, pagine 112, euro 12,00), in cui Hadjadj propone una rilettura del racconto biblico del diluvio, mettendo al centro il tema della distinzione come principio della creazione, dell’arca come luogo di custodia della diversità e dell’alleanza come promessa di speranza.
Nel suo libro, Noè è definito un «guastafeste» perché rifiuta di conformarsi allo spirito del suo tempo e invita a stabilire dei limiti. Che tempo è questo di Noè?
«Per elaborare il mio racconto mi sono basato sulla Bibbia, naturalmente, ma anche sulle più antiche interpretazioni rabbiniche, in particolare quella di Rashi di Troyes. Innanzitutto, c’è l’affermazione dello stesso Gesù in Matteo (24, 8-9): “In quei giorni che precedettero il diluvio, loro mangiavano e bevevano, si sposavano e davano in matrimonio, fino al giorno in cui Noè salì sull’arca; e non sospettarono nulla, finché non venne il diluvio e li portò via tutti”. Alcune traduzioni sostituiscono “gli uomini” con il termine “loro”. Eppure, qui, il “loro”, con il suo carattere indefinito, mi sembra molto importante. Gli uomini di “quei giorni che precedettero il diluvio” erano diventati impersonali, si abbandonavano a quella che era, più che una festa, una sorta di sbornia in cui stavano già iniziando ad annegare. Qual è il messaggio fondamentale della Genesi a loro riguardo (6, 12)? “Ogni essere vivente aveva corrotto la propria via sulla terra”. Non solo gli uomini, quindi, ma ogni “essere vivente”, allontanandosi dal proprio cammino, divergendo dalla propria natura. Ecco perché, nel Midrash, i rabbini ne deducono: “Questo insegna che la generazione del diluvio fece accoppiare animali domestici maschi con animali selvatici femmine, e maschi di animali selvatici con femmine di animali domestici, e tutti gli animali maschi con le donne, e gli uomini con tutte le femmine di animali…” Ecco cosa accadeva ai tempi di Noè: la commistione tra umano e non umano, selvatico e domestico».
Ecco perché lei sottolinea che Dio crea distinguendo le cose, mentre gli uomini del diluvio finiscono per confondere tutto, e descrive l’arca come uno spazio che preserva la diversità… «In nome dell’amore e della pace, tendiamo a parlare solo di unità, al punto da confondere la vera comunione con la fusione o l’osmosi. Ma la comunione è un’unione nella diversità. Lo stesso mistero della Trinità ci parla di un’unità assoluta della sostanza in una distinzione assoluta delle persone. Prima della prima parola creatrice, c’è il caos, l’informe e il vuoto. Dio crea parlando, ma anche sradicando l’uniformità iniziale, cioè separando: la luce dalle tenebre, le acque di sopra dalle acque di sotto, gli esseri viventi secondo la loro specie, l’uomo e la donna. Quando l’Eterno chiede a Noè di costruire l’arca, gli fornisce un progetto di costruzione, la cui architettura consente non solo la sopravvivenza, ma anche il ripristino delle differenze reali, sia orizzontali che verticali: “Disporrai quest’arca in compartimenti… costruirai un piano inferiore, un secondo e un terzo…”».
Dove vede oggi una confusione simile a quella del diluvio? Si tratta di una crisi ecologica, culturale, spirituale o di tutte queste cose insieme?
«Questo testo è un racconto, non un saggio. Il mio obiettivo è stato quello di aprire la Genesi, di ampliarne l’interpretazione, non di ridurla e applicarla alla nostra epoca. Naturalmente anch’io appartengo alla mia epoca, non ho potuto fare a meno di far emergere alcune risonanze, ma un narratore è lì innanzitutto per annunciare, non per denunciare. Non credo che ci troviamo in una crisi e nemmeno in una fase di decadenza. La decadenza presuppone che prima tutto fosse migliore. Il Vangelo, attraverso la parabola del buon seme e della zizzania, presenta la storia come un doppio sviluppo intersecato di bene e male. Tutte le dimensioni sono coinvolte: ecologica e culturale, materiale e spirituale, antropologica e cosmica. È del resto ciò che si vede nelle apocalissi sinottiche (come nell’Edipo re, d’altronde): uno squilibrio della natura impossibile da separare da un declino della cultura».
Lei scrive che costruire l’arca significa anche decostruire gli idoli.
«I papi Francesco e Leone XIV hanno parlato del “paradigma tecnocratico”, che rappresenta l’attuale forma di idolatria. Che cos’è l’idolatria? Formalmente, è il fatto di rendere a una creatura il culto che spetta solo a Dio. Perché gli uomini non sono mai atei: quando fingono di esserlo, iniziano automaticamente a divinizzare qualsiasi cosa. Può trattarsi di una squadra di calcio, di una dieta dimagrante, del proprio giudizio. L’idolatria consiste anche nell’affidarsi all’opera delle nostre mani (o piuttosto delle mani di una moltitudine di schiavi che teniamo nascosti). Facciamo realizzare una statua, un dispositivo, un’intelligenza artificiale, e ci si sforza di credere che quel prodotto sia più grande di noi e che risolverà tutto, come se la vita fosse un problema in attesa di una soluzione, e non un mistero che attende la nostra preghiera (lode o supplica). Con l’idolo, si tratta sempre di liberarci della dimensione drammatica della vita, della nostra stessa responsabilità e della nostra dolorosa verticalità».
Attraverso un commento rabbinico, lei mostra un Dio che non solo non dimentica gli animali, ma non dimentica nemmeno coloro che sono annegati nel diluvio. Cosa rivela questa immagine?
«Fino in fondo all’abisso, fino al nostro ultimo istante, Dio fa di tutto per venire a cercarci. Ma vuole il nostro consenso. La salvezza non è un salvataggio passivo, è un’alleanza. Dio non è solo un assicuratore o un pompiere, è un padre e uno sposo. Vuole la nostra libertà. Vuole dei figli, non dei sudditi. La sua grazia ci dona la possibilità di dire sì, fino in fondo. Ma è sempre possibile, fino in fondo, dire no. Così, nella tradizione ebraica, durante la Pasqua, gli anziani digiunano in memoria della morte dei primogeniti d’Egitto (uomini e bestiame). Fanno penitenza per la salvezza del popolo nemico. Si nota qualcosa di analogo nel bellissimo adattamento cinematografico dell’Odissea di Christopher Nolan: Odisseo non si sente degno di tornare a casa dopo la distruzione di Troia. Certo, lui ne è direttamente responsabile: quella distruzione è avvenuta grazie all’astuzia del suo cavallo di legno e al sacrilegio di una falsa offerta ad Atena. Resta il fatto che egli continui a pensare non solo ai propri soldati morti senza sepoltura, ma anche alla sorte dei Troiani e dei loro focolari. Aspira a una redenzione comune. Si chiede: “Perché a me è stato concesso il ritorno, e agli altri no?”».
All’inizio del suo libro scrive che gli uomini del diluvio non parlano più veramente: producono una «marmellata di sillabe», mentre Noè conserva «le parole dell’origine ». La crisi del linguaggio precede la crisi del mondo?
«La storia di Noè precede quella di Babele, dove la lingua è un tema esplicito e centrale. Con Babele ci troviamo di fronte a una standardizzazione tecnologica del linguaggio: tutti comunicano, ma nessuno entra in comunione, perché la parola non è altro che un codice che deve consentire di costruire una torre che disprezza ogni trascendenza. La pena è dunque la confusione delle lingue e la dispersione dei popoli, e questa confusione e questa dispersione sono positive, poiché hanno una funzione correttiva. Con l’episodio del diluvio, in relazione all’idea che ogni essere vivente si sia allontanato dalla propria via, evoco ciò che è l’opposto della standardizzazione tecnologica: una confusione sentimentale. Oggi, queste due deformazioni opposte della parola procedono di pari passo. Siamo esseri di parola. Perdiamo il senso del mondo insieme al senso della parola. Quando parlo della perdita della parola, tuttavia, non penso a un abbassamento del livello letterario. Penso alla perdita del vocativo. Penso al fatto che parlare, prima di dire qualche cosa riguardo a qualcos’altro, prima di fornire un’informazione, consista nel permettere un incontro».