Stimolato a rientrare in me stesso, sotto la tua guida, entrai nell’intimità del mio cuore, e lo potei fare perché tu ti sei fatto mio aiuto (cfr. Sal 29, 11). Entrai e vidi con l’occhio dell’anima mia, qualunque esso potesse essere, una luce inalterabile sopra il mio stesso sguardo interiore e sopra la mia intelligenza. Non era una luce terrena e visibile che splende dinanzi allo sguardo di ogni uomo. Direi anzi ancora poco se dicessi che era solo una luce più forte di quella comune, o anche tanto intensa da penetrare ogni cosa. Era un’altra luce, assai diversa da tutte le luci del mondo creato. Non stava al di sopra della mia intelligenza quasi come l’olio che galleggia sull’acqua, né come il cielo che si stende sopra la terra, ma una luce superiore. Era la luce che mi ha creato. E se mi trovavo sotto di essa, era perché ero stato creato da essa. Chi conosce la verità conosce questa luce. O eterna verità e vera carità e cara eternità! Tu sei il mio Dio, a te sospiro giorno e notte. Appena ti conobbi mi hai sollevato in alto perché vedessi quanto era da vedere e ciò che da solo non sarei mai stato in grado di vedere. Hai abbagliato la debolezza della mia vista, splendendo potentemente dentro di me. Tremai di amore e di terrore. Mi ritrovai lontano come in una terra straniera, dove mi pareva udire la tua voce dall’alto che diceva: «Io sono il cibo dei forti, cresci e mi avrai. Tu non trasformerai me in te, come il cibo del corpo, ma sarai tu ad essere trasformato in me». Cercavo il modo di procurarmi la forza sufficiente per godere di te, e non la trovavo, finchè non ebbi abbracciato il «Mediatore fra Dio e gli uomini, l’Uomo Cristo Gesù» (1 Tm 2, 5), «che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli» (Rm 9, 5). Egli mi chiamò e disse: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14, 6); e unì quel cibo, che io non ero capace di prendere, al mio essere, poiché «il Verbo si fece carne» (Gv 1, 14). Così la tua Sapienza, per mezzo della quale hai creato ogni cosa, si rendeva alimento della nostra debolezza da bambini. Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Ed ecco che tu stavi dentro di me e io ero fuori e là ti cercavo. E io, brutto, mi avventavo sulle cose belle da te create. Eri con me ed io non ero con te. Mi teneveno lontano da te quelle creature, che, se non fossero in te, neppure esisterebbero. Mi hai chiamato, hai gridato, hai infranto la mia sordità. Mi hai abbagliato, mi hai folgorato, e hai finalmente guarito la mia cecità. Hai alitato su di me il tuo profumo ed io l’ho respirato, e ora anelo a te. Ti ho gustato e ora ho fame e sete di te. Mi hai toccato e ora ardo dal desiderio di conseguire la tua pace.
Non sapete quanto è bello vedere tutti voi qui insieme. E siete solo una piccola parte, perché dall’altra parte ce ne sono di più. Bravissimi!
Grazie, grazie! Gli applausi più forti devono essere per Gesù Cristo: siamo tutti discepoli di Gesù!
Grazie! Ci sono tante opportunità qui per riflettere sulla nostra vita, sulla società, sulla fede. Ne ho appena visto una, che parla della vita di Sant’Agostino, che parla dell’amore.
L’amore è la forza che può veramente cambiare il mondo. «Se noi tutti vogliamo cambiare il mondo, cominciamo con noi stessi», dice Sant’Agostino. Il vostro cuore, il nostro cuore, che è così grande, così capace di amare, non deve essere mai chiuso. Cerchiamo tutti la strada per camminare insieme, per costruire un mondo di pace e di amore.
Grazie a voi! Continuate con questo bellissimo cammino. Vivete sempre con questo entusiasmo e vedrete che possiamo davvero costruire un mondo di pace e di amore.
Tanti auguri!
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Saluto spontaneo del Santo Padre al Villaggio ragazzi
Buongiorno a tutti!
Grazie! Grazie! Grazie per essere qui; grazie per questa accoglienza e per questo entusiasmo che è segno dello Spirito!
Ascoltate un momento … Anni fa San Giovanni Paolo II disse: «Se il mondo di oggi ha bisogno di qualcosa, è la comunione».
Ancora oggi possiamo ripetere le stesse parole. E se ci sarà comunione nel mondo, comincia con voi giovani, perché voi sapete costruire la comunione con l’amicizia, sapete rispettarvi gli uni gli altri per costruire la pace e il mondo ha bisogno di voi, del vostro entusiasmo, della vostra carità, della vostra fedeltà.
Dio benedica tutti voi e che siate sempre fedeli a Gesù Cristo.
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Discorso del Santo Padre
Cari fratelli e sorelle!
Sono felice di incontrarvi a Rimini, negli ambienti che vi sono cari per l’impegno, la creatività e il dialogo che il vostro appuntamento di fine agosto da anni è in grado di mobilitare. Ringrazio il Presidente Scholz e il Dottor Prosperi per il loro saluto.
In questo momento storico comprendiamo più profondamente la profezia che quasi mezzo secolo fa venne inscritta nel nome dato a queste giornate: “Meeting per l’amicizia fra i popoli”. Come vi disse San Giovanni Paolo II, «già solo il pronunciare queste parole rallegra il cuore: “Incontro”! “Incontro di amicizia”! “Amicizia tra i popoli”! Parole che acquistano un particolare significato in queste ore, spesso drammatiche, della storia del mondo» (Discorso al III Meeting per l’amicizia tra i popoli, Rimini, 29 agosto 1982).
Anche oggi la pace è custodita e diffusa da persone che amano incontrarsi e non temono di confrontarsi. Papa Francesco con l’Enciclica Fratelli tutti ci ha insegnato a coltivare l’amicizia sociale, che rappresenta il volto pubblico, dinamico e concreto della fraternità. Riconoscendoci, infatti, nella dignità di figli di Dio, veniamo a contatto con ciò che accomuna originariamente gli esseri umani, al di là di ogni diversità, separazione o conflitto. Possiamo immedesimarci l’uno nell’altro, ascoltarci e diventare amici, tra persone e quindi anche tra popoli. Prima di confini, definizioni e istituzioni ci sono sempre le persone. Questa consapevolezza è al cuore del cristianesimo: voi lo sapete, perché siete stati educati a leggere il Vangelo come rivelazione di Dio che si fa incontro, avvenimento, sguardo, esperienza, risvegliando in ciascuno il desiderio di essere amato e di amare. In tal modo, non avete fatto del “Meeting” una sorta di enclave: al contrario, esso è diventato un crocevia per la Chiesa e per la società, un incontro che moltiplica gli incontri e ispira nuovi cammini.
Ringraziamo il Signore per questa eredità viva, che vi dà una grande responsabilità storica, nella comunione più grande della Chiesa, a servizio di un’umanità che ha fame e sete di giustizia. Come ci ha insegnato il Concilio Vaticano II, infatti, «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore» (Cost. past. Gaudium et spes, 1). Sì, cari amici, è l’ora della responsabilità, specialmente per chi molto ha ricevuto da una millenaria tradizione di fede che si fa cultura. Le diverse edizioni del “Meeting”, in effetti, hanno saputo attingere al grande patrimonio del passato le ragioni che vi impegnano oggi nel confronto con l’arte, la musica, la letteratura, la scienza, l’economia e con ogni espressione dell’animo umano. Anche il titolo scelto per questa edizione, tratto dall’ultimo verso della Divina Commedia, ci sospinge verso la storia di cui Dio è Signore. «L’amor che move il sole e l’altre stelle» non è scomparso, non ha perso vigore, né intensità, sebbene sia un amore che rimane volentieri silenzioso, a differenza delle forze rumorose che sconvolgono la terra, il cielo e tutte le creature.
Sì, l’amore muove! «Fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (Mt 5,45). Così Gesù descrive la perfezione di Dio, manifestando lo scarto tra la generosità del suo agire e la ristrettezza dei pensieri umani. La realtà soffoca nei nostri calcoli e respira nella gratuità di Dio. Non a caso i miei Predecessori – San Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco – hanno tutti indicato la misericordia divina come punto di impatto tra il Vangelo e le “cose nuove” di quest’epoca drammatica e meravigliosa. Seguire Gesù Cristo dopo le tragedie e le ripartenze del XX secolo implica, infatti,una lucida consapevolezza: il male non si combatte col male. Come in cielo, così in terra l’amore è la legge della vita, il metodo della redenzione, del Messia crocifisso. Al falso realismo, che riarma le menti, le parole e le nazioni, la cultura cattolica ha oggi da opporre il realismo della misericordia, per il quale non possono esistere nemici e tutti, anche gli avversari, sono fratelli e sorelle da guardare negli occhi e incontrare nella verità. Il peccato esiste, certo, ma più forte è l’amore redentore di Cristo, che ci impegna a purificare pensieri, interessi, abitudini, frequentazioni, progetti, investimenti – ogni aspetto della vita – da tutto ciò che la cultura della potenza ha inquinato.
Tra voi non mancano competenze, responsabilità e risorse da mettere a servizio di un’autentica conversione di popolo. «L’ossessione di preservare la propria gloria, la propria “dignità”, la propria influenza non deve far parte dei nostri sentimenti. Dobbiamo perseguire la gloria di Dio, e questa non coincide con la nostra. La gloria di Dio che sfolgora nell’umiltà della grotta di Betlemme o nel disonore della croce di Cristo ci sorprende sempre» (Francesco, Discorso al V Convegno Nazionale della Chiesa Italiana, Firenze, 10 novembre 2015). Liberiamo, dunque, la convivenza dal sospetto, la cultura dalla prepotenza, l’educazione dall’ideologia, il lavoro dall’idolatria del profitto, la tecnologia e la finanza dai business della morte. A partire dalle organizzazioni che abbiamo generato e nelle quali operiamo, smascheriamo i rapporti di potere ingiusti, alla radice di povertà e diseguaglianze, della guerra e dei disastri ambientali. Disarmiamo lo sviluppo tecnologico quando si fa pervasivo e distruttivo. Occorrono pionieri coraggiosi, che comincino dalla propria inversione di rotta a rendere convincente e credibile la conversione richiesta a tutti.
Non ci sia soltanto chi soffia sul fuoco della stanchezza e della disperazione; ci sia anche chi riaccende sogni e visioni! Le due strade sono incompatibili, perché una sfrutta la divisione, l’alienazione e la disperazione, l’altra serve il Regno di Dio e la sua giustizia. «In un mondo attraversato da tante manovre che puntano a conquistare mercati e spazi di influenza, spesso rivestite da retoriche rassicuranti e costruzioni ideologiche seducenti, il nostro cuore avverte il bisogno di scoprire un disegno diverso, sapiente e benevolo, simile a quello che Maria contempla nel Magnificat, quando proclama che di generazione in generazione la misericordia di Dio si stende su quelli che lo temono. Questo disegno di misericordia attraversa la storia anche oggi, dentro i passaggi più rapidi e inquieti segnati dagli algoritmi, dalle reti globali, e diventa la bussola per un’esistenza evangelica nell’era digitale. Al centro sta il mistero dell’Incarnazione» (Lett. enc. Magnifica humanitas, 230-231).
Cari amici, la bellezza disarmata di questo Mistero domanda di correre “il rischio educativo” di cui vi parlò don Giussani. Egli intuì che «il metodo educativamente più capace di bene non è quello che vive di fuga dalla realtà, per affermare separatamente il bene, ma quello che vive della promozione del bene nel mondo». [1] E insisteva: «Nel mondo significa nel confronto con la realtà intera, confronto rischioso, se così lo si vuol chiamare; ma meglio sarebbe dire impegnativo». [2] Fratelli e sorelle, assumiamoci adesso questa responsabilità, che è impegno con Cristo e impegno con il nostro mondo!
Cari giovani, siete tanti qui, parecchi come volontari. Siete segno che il futuro è una promessa, non una minaccia! Molti non lo credono più, sia fra gli adulti, sia fra i giovani. Silenziosamente, però, «l’amor che move il sole e l’altre stelle» sospinge ancora alla speranza. L’ho avvertito intensamente fra i vostri coetanei in Libano, in Africa e in Spagna. L’amore muove, urge, risveglia dal torpore, suscita nuove vocazioni e chiama a rischiare. Mettetevi in gioco! Apritevi a una vera cattolicità, allargando i vostri legami oltre ogni appartenenza troppo ristretta. Il Movimento, i gruppi, le comunità siano un trampolino da cui tuffarvi nell’intera realtà. Contrastate ciò che vorrebbe allontanarvi da fratelli e sorelle di culture, sensibilità e provenienze diverse, specialmente dai più poveri. Uscite, invece, incontro a tutti!
Ad ogni latitudine, in particolare ai margini e fra coloro che soffrono, troverete chi è già pronto a costruire la civiltà dell’amore. Non permettete a nessuno di sminuire questa parola, che è il nome stesso di Dio: «Dio è amore» (1Gv 4,16). Nell’amore non c’è mai costrizione, indottrinamento; mai seduzione, inganno, arruolamento. C’è amore solo nella libertà, nel confronto vivo, nel dono generoso di sé.
Cari giovani, oggi il mondo sembra stupirsi della vostra adesione a Cristo, dell’attrazione che sentite per Lui e per la sua Parola, della vostra appartenenza alla Chiesa. Che siate cristiani è oggi per molti una sorpresa! Eppure, senza clamore, «per mezzo vostro la parola del Signore risuona» (1Ts 1,8). Lo scriveva san Paolo alla giovanissima comunità di Tessalonica. E continuava: «La vostra fede in Dio si è diffusa dappertutto, tanto che non abbiamo bisogno di parlarne» (ibid.). Non è una questione di numeri, sebbene commuovano le migliaia di vostri coetanei che chiedono il Battesimo in società considerate tra le più secolarizzate del mondo. È una questione di libertà: la verità si incontra solo nella libertà.
Lo stiamo comprendendo sempre meglio, entro circostanze storiche che riattivano le domande più umane e un desiderio infinito di senso, di giustizia e di pace. Così, una certa perdita di influenza, che noi adulti abbiamo forse temuto e combattuto, doveva rivelarci che possiamo stimare di più la potenza del Vangelo, dei legami che genera, della logica che accende, della vita che fa sorgere. Come hanno ripetuto più volte i miei Predecessori, «la Chiesa non fa proselitismo. Essa si sviluppa piuttosto per attrazione». [3] È l’attrazione per un modo di abitare il mondo, a proposito del quale don Giussani provocatoriamente domandava: «Si può vivere così?». [4]
Già nel II secolo, d’altra parte, l’anonimo autore della Lettera a Diogneto riconosceva che i cristiani «si propongono una forma di vita meravigliosa e, indubbiamente, paradossale» (V, 4). Certo, dobbiamo ammettere che portiamo questo tesoro “in vasi di creta” (cfr 2Cor 4,7) e che spesso la credibilità della nostra testimonianza personale e comunitaria è segnata dal limite e dal peccato. Ma è il Signore che ci rialza sempre, come singoli e come comunità!
Cari amici, amate sempre la Chiesa! Amate e preservate l’unità. Merita di pronunciarlo di nuovo “Amate sempre la Chiesa!”. Cari amici, amate e preservate l’unità della “compagnia” attraverso la quale Cristo vi ha raggiunti e vi attrae a sé. Come ebbe a dirvi Papa Francesco in occasione del centenario della nascita del vostro fondatore, «anche i momenti difficili possono essere momenti di grazia e possono essere momenti di rinascita. Comunione e Liberazione nacque proprio in un tempo di crisi, quale fu il ’68. In seguito, don Giussani non si è spaventato dei momenti di passaggio e di crescita della Fraternità, ma li ha affrontati con coraggio evangelico, affidamento a Cristo e in comunione con la madre Chiesa» (Francesco, Discorso ai membri di Comunione e Liberazione, 15 ottobre 2022).
Ebbene, carissimi, proprio nel travaglio del cambiamento d’epoca, in questo mondo lacerato da molteplici crisi, possiamo riscoprire «il “gusto spirituale” di essere Popolo di Dio, riunito da ogni tribù, lingua, popolo e nazione, che vive in contesti e culture diverse […] ancora pellegrinante nel tempo e già in comunione con la Chiesa del cielo» (XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, Documento finale, n. 17). In questi ultimi anni, abbiamo riscoperto la dimensione sinodale e missionaria del nostro essere Chiesa, che ci chiama anzitutto a imparare ad ascoltarci a vicenda. Il dono dell’ascolto è qualcosa che, penso, tutti riconosciamo, ma che spesso si è perso in alcuni settori della Chiesa. Dobbiamo continuare a scoprire quanto è prezioso, a cominciare dall’ascolto della Parola di Dio, dall’ascolto reciproco, dall’ascolto della saggezza che troviamo in uomini e donne, in membri della Chiesa e in quanti sono alla ricerca della verità, ma che ancora non sono, e forse non saranno mai membri della Chiesa» (Discorso ai partecipanti al Giubileo delle Equipe sinodali e degli Organismi di partecipazione, 24 ottobre 2025).
È un cammino che richiede anche il rinnovamento di ogni realtà associativa e movimento ecclesiale. Vi invito, sia all’interno del Movimento di Comunione e liberazione, sia nelle Chiese particolari a cui ognuno di voi appartiene, a fare questa esperienza del camminare insieme: ognuno ascolta, si lascia trasformare dalla fede altrui e insieme, sotto la guida dei pastori, si maturano nuove consapevolezze, passi ulteriori, obbedienze coraggiose allo Spirito Santo. Sinodalità non è il nome di un processo, ma la natura di un popolo che nell’amicizia e nell’incontro con l’altro avverte di appartenere a Dio solo. Allora l’autorità si converte in servizio, che onora le diversità e ne facilita l’armonia. Questo stile costituisce in quest’epoca travagliata un vero e proprio segno dei tempi. Testimoniamo che ogni carisma è per l’utilità comune, che ogni ricchezza si moltiplica se condivisa, che ogni paura può essere superata: dobbiamo renderlo tangibile, credibile, desiderabile. Saprete farlo, cari amici, sulla scia del vostro fondatore, coltivando l’unità tra voi, con coloro che sono chiamati a guidare il Movimento, con la Sede Apostolica che vi ha riconosciuto e con il Successore di Pietro. Lo Spirito Santo ci educhi alla pratica della comunione. Ce ne doni il gusto, la stima, la speranza. Continui a guidarci, cari fratelli e sorelle, quell’Amore “che move il sole e l’altre stelle”. Grazie!
Grazie! Grazie!
Elemento fondamentale in ogni comunità cristiana è la preghiera. Allora, adesso, invito tutti a pregare la Preghiera che Gesù ci ha insegnato:
Padre Nostro…
Benedizione
Grazie e buon cammino!
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[1] L. Giussani, Il rischio educativo, Milano 2014, 106.
“ La tua bontà mi ha fatto crescere, il tuo farti piccolo mi ha fatto diventare grande” Sal. 18
La piccolezza è arrivare a capire che c’è una direzione per far crescere la propria umanità.
Noi, spesso imbarazzati, nascondiamo la piccolezza agli occhi degli altri. I nostri tratti di debolezza, rappresentano in realtà il nostro tesoro perchè quando sei piccolopuoi incontrare gli altri. Non possiamo apparire fragili, incerti, confusi, perché significherebbe avere bisogno degli altri, perché vorrebbe dire che alcune cose importanti ce le dovrebbero dare gli altri.
Poter essere piccoli davanti agli altri, più piccoli di quanto pensavamo, meno performanti!
Noi vorremmo sempre dare agli altri un aiuto, un servizio ai “ piccoli”, stando dalla parte di “ chi fa”, per sentirci buoni e bravi.
Ricevere ci piace di meno. Cristiani che chiedono aiuto ad altri!
La via della piccolezza è una strada. Allargare la mano e chiedere aiuto, per permettere ad altri di entrare nella vita eterna, dando ad altri la possibilità di fare del bene. Quindi non solo amare, ma lasciarsi amare, farsi amare. Saremo giudicati su “ se ci siamo lasciati amare” non solo se abbiamo amato, se abbiamo avuto l’umiltà di lasciarci amare.
Se ci riconciliamo con la nostra piccolezza, diventeremo amabili ( come bambini o anziani) senza accorgercene. Noi abbiamo ancora qualche possibilità di grandezza e la sfruttiamo fino all’ultimo.
C’è un antidoto alla società pervasa da parametri di forza. Essere piccoli, camminare senza paura e vergogna, con il coraggio di percorrere la via della piccolezza che rende capaci di costruire la comunione, non più spaventati dalla piccolezza.
Piccolezza come libertà che possiamo prenderci per riconciliarci con il nostro limite, con la nostra nudità ( sulla Croce Gesù è nudo. La sua una morte minuscola, il Suo un corpo nudo che però può amare!)
La nudità è la condizione di chi ama, di chi si lascia vedere così com’è. Ciò significa mettersi davanti all’altro nudi come se dicessimo: ho bisogno di te, in atteggiamento massimo di verità! Fare come ha fatto Gesù, andando verso gli altri dicendo : io, da solo, non ce la faccio. Smettere di avere paura della propria piccolezza, imbarazzati di ammettere che abbiamo bisogno dell’altro e che soli non possiamo vivere ( siamorelazione con l’altro).
La piccolezza è una strada non un vanto, un lusso. La vita ci dice che siamo polvere e piccoli, bisognosi degli altri. Così la morte ci farà meno paura. Percorrere il cammino che ci sta davanti con piccolezza. Una strada che aspetta i passi di ciascuno, con l’umiltà di chi non smette di imparare, con l’umiltà di percorrere una strada nuova.
Nei tre versetti che concludono il primo capitolo della lettera ritroviamo parole e riflessioni già sentite nelle prime due “puntate”. Anzitutto, la relazione paterna tra l’apostolo e il suo collaboratore/successore Timoteo (“§figlio mio”); cfr. l’inizio dello scritto: «Paolo… a Timoteo, vero figlio mio nella fede». Paolo è il padre della fede di Timoteo; lo afferma senza arroganza o presunzione, dal momento che nei vv. precedenti (12-17) ha ribadito la sua assoluta indegnità e assenza di credenziali davanti a Dio. La totale dipendenza da Dio – egli è «apostolo di Cristo Gesù per comando di Dio…» (v. 1) – porta Paolo a condividere con Timoteo lo stesso dovere verso la comunità: «Questo è l’avvertimento/ordine che ti do…». Che cosa Paolo ordini è stato detto all’inizio: «ti raccomandai di rimanere a Èfeso perché tu ordinassi a taluni di non insegnare dottrine diverse e di non aderire a favole e a genealogie interminabili, le quali sono più adatte a vane discussioni che non al disegno di Dio, che si attua nella fede» (vv. 3-4). L’insistenza sulla “dottrina” (orto-dossia) non è fine a se stessa: «lo scopo del comando è la carità» (v. 5); come “tradurre” oggi questa chiarezza circa il nesso verità-carità?
Paolo ricorda poi a Timoteo le «profezie fatte» su di lui, fondamento stabile e sicuro. Di che cosa si tratta? Forse le preghiere pronunciate nella sua ordinazione. In senso più ampio e generale, possiamo pensare a tutti gli scritti dei profeti – nei quali lo Spirito Santo parlò (cfr. Credo) – e, estendendo ancora, a tutto l’AT: Legge, Profeti e Salmi (cfr. Lc 24,44). Una menzione particolare merita il libro dei 150 Salmi, cioè di quei canti che hanno formato la preghiera cristiana e che dovrebbero risuonare con più forza e frequenza nelle nostre assemblee, al posto di canzonette sdolcinate, adolescenziali e autoreferenziali. I primi sedici versetti del Salmo 118/119 – «il più lungo del salterio […, lode estesa e ripetuta alla parola di Dio, […] tentativo di esprimere la complessità e la varietà dell’esistenza umana alla luce di quella Parola che, sola, in profondità fa vivere il credente in alleanza con il Signore» (L. Monti) – che abbiamo pregato sono un limpido esempio della ricchezza inesauribile contenuta in questi componimenti; e la ripresa di tre frasi nel corso della testimonianza di Mady ed Elena ne è la prova: «Beato chi è fedele ai suoi insegnamentie lo cerca con tutto il cuore… Con tutto il cuore ti cerco:non farmi deviare dai tuoi precetti… Nella tua volontà è la mia gioia; mai dimenticherò la tua parola».
Tutto ciò è in vista della «buona battaglia» che Timoteo dovrà battagliare, non improvvisando ma con una strategia precisa (così il verbo greco). Ma chi è il “nemico”? Non gli altri, non chi insegna falsità, nemmeno Imeneo e Alessandro citati dopo (temporaneamente “in panchina”, in attesa di un loro ravvedimento). La battaglia che Timoteo deve sostenere è verso se stesso: è l’impegno di conservare (non ripudiare) «una buona coscienza», per non fare «naufragio nella fede». Interessante anche questo accento sulla coscienza “buona”, già presente nel v. 5: «Lo scopo del comando è però la carità, che nasce da un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede sincera». Qui l’accento pare spostarsi dalla fede “della Chiesa” (insegnata, trasmessa, professata) alla fede “personale”. Oggi parliamo molto di “fede”: che c’è o non c’è; che c’è in tutti a prescindere… arrogandoci a volte il diritto di misurarla, in noi stessi e negli altri. Paolo ci invita a considerare il nesso tra questa fede e la coscienza (cioè – per dirla con il catechismo antico – la «capacità di distinguere il bene dal male», che caratterizza l’età “di ragione”); e addirittura a vedere quasi il primato della “coscienza” (umana) e della sua formazione sulla “fede” (cristiana): è infatti per aver “ripudiato/rinnegato” la prima che Imeneo e Alessandro «hanno fatto naufragio nella fede». L’intreccio tra le due realtà va pensato, di nuovo. Non sempre è facile: la testimonianza di Mady ed Elena ce ne dà un esempio.
10 MARZO – SIAMO NELLA CHIESA (3,14-16)
Il v. 16 è il più importante: «Non vi è alcun dubbio che…»; il «mistero» è in concreto Gesù («egli»), la cui vicenda Paolo ricorda ai lettori riportando una parte di un inno utilizzato nella preghiera comunitaria, reliquia (insieme ad altre sparse nelle lettere) della prima produzione catechistica e liturgica. Nella «carne umana» e glorificata di Gesù risorto («nello Spirito») si manifestò una volta per tutte l’amore di Dio per il genere umano nella sua totalità («le genti… nel mondo»). Frutto di questa manifestazione è la «vera religiosità», rivolta indissolubilmente a Dio (adorazione, venerazione, contemplazione, culto) e, in Dio, a tutti e tutto; la portata di questa eusèbeia (pietas) – la religione/devozione come coinvolgimento di se stessi – è ampia, e molto concreta: si legga al riguardo 6,3-10 (e i vv. dell’incontro precedente: 17-19).
Il comportamento segnalato nel testo ci riporta al v. 15 («voglio che tu sappia come comportarti»), che ne precisa l’ambito: la «Chiesa/comunità del Dio vivente», che è al tempo stesso la Sua «casa/famiglia» e la «colonna e sostegno/basamento della verità». La tensione tra l’ambiente domestico (luogo di relazioni ‘corte’, di condivisione e di intimità) e i vocaboli ‘duri’ della verità (colonna, basamento…) si risolve appena ci ricordiamo che qui si parla di Dio, che «vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità» (2,4). Rispetto all’umanità intera la comunità di Gesù è il riferimento sicuro, stabile e visibile della Sua verità in quanto riceve, custodisce e trasmette la fede dei primi discepoli; in questa Chiesa noi siamo, e vogliamo rimanere. Nell’ambito del servizio alla verità dell’evangelo comprendiamo – come ci testimoniano Gabriella e Roberto – l’esigenza di verità che proprio l’amore per il coniuge porta con sé.
12 MAGGIO – LA CURA DEI PROPRI CARI (5,1-8)
Il titolo scelto per l’incontro ci porta subito all’ultimo versetto: «Se qualcuno non si prende curadei suoi cari, soprattutto di quelli della sua famiglia, costui ha rinnegato la fede ed è peggiore di un infedele»; il verbo qui utilizzato (pronoèin) insiste sulla dimensione preventiva, e non solo emergenziale: si tratta di prevedere per tempo alcune situazioni, non di correre ai ripari il più tardi possibile. La delimitazione dei destinatari di questa cura – «soprattutto quelli della sua famiglia» – e la pesantezza del giudizio su chi non la offre sono coerenti con il principio fissato nel v. 4: «è cosa gradita a Dio adempiere i propri doveri verso quelli della propria famiglia e contraccambiare i genitori»; l’autore della lettera ribatte qui la convinzione che la fede (la pietas, la devozione) non va declamata ma va praticata, mettendosi a servizio di chi ha bisogno, a partire da chi ci ha dato la vita.
Il quarto comandamento conserva tutto il suo valore e la sua obbligatorietà: Maria e Rino ci ricordano che cosa significa onorare il padre e la madre, anche quando essi perdessero il senno (cfr. Sir 13,12-13); teniamo presente che “onorare” significa “dare spazio”, permettere a una persona di essere ancora attiva e di essere valorizzata…
Il genitore messo qui in evidenza è la propria mamma (nonna), vedova: «se una vedova ha figli o nipoti…» (v. 4). Delle vedove trattano i vv. 3-7, ma anche i successivi (9-16); l’ampiezza del “regolamento” che le riguarda (1/6 della lettera) è un riscontro della consistenza della loro presenza nelle prime comunità, con tutti i pro e i contro. La fattispecie della vedovanza e la sua fisionomia spirituale sono già presenti nell’AT; il vangelo di Luca ne identifica il valore nella profetessa Anna (Lc 2,36-38); Gesù le incontra e parla con loro. Detto ciò, le prime chiese dovettero operare un discernimento, sia sulle vedove – privilegiando quelle «non impiccione, quelle che se fanno una promessa di fedeltà al Signore la mantengono, che se hanno una famiglia se ne occupano e non si sentono sminuite perché non hanno il tempo per la parrocchia, il volontariato…» (B. Maggioni) – sia sulle modalità del loro sostentamento: «Il periodo dei comportamenti spontanei è passato, occorre agire con oculatezza per evitare che si sprechino sostanze o che qualcuno se ne approfitti». Di questa oculatezza dev’essere capace Timoteo, l’episkopos della comunità; a lui sono diretti i primi due versetti: «Non rimproverare duramente un anziano ma esortalo…»; se ciò che non deve fare completa il v. 12 («Nessuno disprezzi la tua giovane età» – e pensiamo qui ai diaconi che ci hanno accompagnato quest’anno…), l’invito ad esortare diventa per tutti noi un utile “esame di coscienza”: siamo (ancora) capaci di “esortare”? Oppure le nostre parole sono solo critica e correzione?
abbiamo già festeggiato la ricorrenza 37 volte ed ancora sono vivi e presenti quei momenti vissuti.
Circondati da tante persone a noi care, presenti nello stesso momento a festeggiare con noi con semplicità e spensieratezza, si percepiva l’affetto, l’amore che nutrivano nei nostri confronti, eravamo tutti in relazione, oserei dire in comunione tra noi.
avevamo da poco fatto una scelta determinante per la nostra vita
Ci eravamo scelti l’un l’altro davanti a tutti i nostri cari , nella chiesa, davanti a Dio e con Dio, promettendoci di vivere insieme il resto dei nostri giorni a noi concessi.
Un progetto importante , bellissimo ma anche impegnativo e faticoso.
Si dice che il giorno del matrimonio sia il giorno più bello della vita.
effettivamente lo è, ma non è l’unico, in maniera diversa tanti altri giorni vissuti insieme ci hanno regalato emozioni bellissime come la nascita dei nostri quattro figli, il matrimonio dei primi due, il giorno in cui siamo diventati nonni ecc ecc…
Siamo stati e siamo una coppia di persone fortunate e ricche.
Ma la vita si sa, è la ricerca di un continuo equilibrio tra gioia e dolore, tra ricchezza e povertà, tra riposo e fatica.
Partimmo in due e strada facendo ci ritrovammo in sei… che bello!!!!
ma quante fatiche, quante rinunce, quante notti insonni ma le gratificazioni che seguirono ci hanno ampiamente ripagato.
Ad esempio, ricordiamo una sera in cui seduti a tavola tutti insieme, ormai famiglia allargata, davanti a del buon cibo si discuteva e ci si raccontava e noi approfittammo quasi scusandoci con loro delle nostre fatiche per soddisfare le loro esigenze, di non essere riusciti a dar loro molto di più dell’ indispensabile.
In risposta ci sentimmo dire ( con grande meraviglia per noi) che loro non avevano percepito nessun vuoto dentro dovuto alla mancanza di qualcosa e che si erano sentiti sempre accolti ed amati.
E che dire della nostra cara nuora che nella serata dell’addio al nubilato alla domanda delle sue amiche:
che cosa ti piace di più del tuo futuro sposo?
rispondeva:
il fatto che sia una persona umile molto concreta e profonda, capace di amare tanto perchè è stato tanto amato.
Che bello!!! non poteva dire cosa più bella.
Nostro figlio capace di amare grazie all’ amore ricevuto…
che ricchezza per noi e per chi condivide con lui la vita.
Grazie Signore di averci fatto a tua immagine e somiglianza.
Grazie per averci donato il tuo amore rendendoci a nostra volta capaci di amare.
Grazie per averci dato la capacità di condividere il tuo amore in famiglia facendo si che si moltiplicasse .
Tornando a noi:
la famiglia cresceva, crescevano le esigenze sia materiali che spirituali .
cresceva in noi sempre più la sensazione di essere avvolti in un vortice:
noi al centro e quattro satelliti che ruotavano attorno a noi a velocità crescente
Quanta bellezza!
Quanta ricchezza!
In contemporanea però aumentavano in noi le preoccupazioni, cresceva sempre più la consapevolezza dei nostri limiti, sentivamo forte la necessità di ricentrarci come coppia, di fare luce sul nostro cammino.
ci sentivamo svuotati, come due pile scariche che avevano bisogno di una ricarica.
Eravamo avvolti da tanta ricchezza ma dentro una grande povertà.
Era necessaria una svolta nella nostra vita.
Cominciammo a ritagliarci dei momenti nostri, di coppia,
come allontanarci dalla famiglia qualche giorno per gli anniversari, per fare memoria, per rinnovare la nostra scelta , per far luce sul nostro progetto.
Questo però non bastava , eravamo assetati…la messa domenicale non ci bastava più, il nostro cammino di fede si era immiserito.
Fu così che la provvidenza ci venne incontro, qualcuno stava già vegliando su di noi e avanzò la proposta di farci entrare in AQM.
Dopo un periodo di riflessione , meditazione e discernimento arrivammo al 4 giugno 2010 alla firma della regola.
La nostra seconda chiamata.
Chiamata alla condivisione della fede con altre famiglie in cammino.
Chiamata a vivere la comunione come grazia ricevuta in forma di visibile condivisione e di reciproco sostegno.
Un altro giorno importante da commemorare.
Un grande dono.
Una grande ricchezza per noi e la nostra famiglia.
Una grazia ricevuta
-Grazie signore per aver messo sulla nostra strada persone di fede che hanno saputo porgerci la mano e farci entrare a far parte di un progetto più grande e fecondo dove al centro ci sei tu e il tuo grande amore per tutti noi.
-Grazie signore per averci tenuti svegli e di non aver permesso che il lume della nostra fede si spegnesse
Nella regola di AQM nel paragrafo intitolato “la povertà” viene preso in esame l’aspetto della provvidenza del padre e della sobrietà che ci spinge a sapersi accontentare del necessario…
noi ci siamo spesso chiesti:
cos’è il necessario??
Riuscire a bilanciare il necessario dal superfluo è sempre stato un arduo compito.
Crediamo però che essere in tanti in famiglia abbia aiutato sia noi genitori che i nostri figli ad un allenamento naturale alla sobrietà, si è in parte avvantaggiati, si impara in famiglia la condivisione che nasce da una necessità e non sempre da una scelta per poi diventare uno stile di vita.
Spesso ci siamo sentiti in colpa nei confronti del mondo esterno alla nostra famiglia perché non avevamo la possibilità di andare incontro alle povertà sociali ma qualcuno ci è venuto incontro facendoci riflettere che la condivisione delle nostre risorse economiche l’abbiamo fatta in famiglia, con i nostri quattro figli, sostenendoli e accompagnandoli nel loro cammino di studi e in quelle iniziative che ci hanno aiutato ad educarli (vedi lo scautismo ecc. ecc.).
Una ricchezza materiale condivisa che si è trasformata in una ricchezza più grande,
la ricchezza dell’amore che si moltiplica.
Ti ringraziamo signore per averci accompagnati nel discernimento continuo
e per aver messo al fianco dei nostri ragazzi persone/educatori che ci hanno accompagnato nell’arduo compito di genitori.
Ti ringraziamo per la fede che ci ha sostenuto e ci sostiene nei momenti di difficoltà/povertà.
Sempre nella nostra regola si dice che la povertà non deve essere motivo di” “disperazione ……”
Non nascondiamo che in alcuni periodi della nostra vita di coppia ci siamo trovati sul punto di perdere la speranza …..ma questo insegnamento e la certezza di essere accompagnati ci ha aiutato e tuttora ci aiuta ad andare avanti .
Sapere che ci sono dei fratelli con cui condividere le nostre difficoltà, le fragilità umane e le nostre povertà spirituali , ci aiuta a non disperare e a confidare nella provvidenza divina.
La comunità ci viene incontro in momenti come questo dove ci si può fermare a riflettere e ricentrare il nostro cammino di fede.
I momenti di adorazione, di riflessione, rendono sempre più viva in noi l’immagine di Maria, capace di ”stare ”davanti alla sofferenza, al dolore della perdita, in silenzio, senza mai perdere la speranza.
Ti preghiamo Signore affinchè anche noi impariamo a stare davanti alle povertà della vita senza disperare ma con la pazienza della fede.
Ti preghiamo Signore di renderci sempre più assidui nella preghiera consapevoli che attraverso di essa possiamo orientare i nostri cuori .
AQM Percorso 2025/2026 – Cappellina AMORIS LAETITIA di Muggiò IL FINE È LA CARITA’ LA CURA DEI PROPRI CARI (1Timoteo 5, 1-8) Martedì 12 maggio 2026 – Preghiera AQM – Maria e Rino “Chi non si prende cura dei propri cari rinnega la fede.” Maria La parola di San Paolo questa sera ci provoca. Stiamo comprendendo che prendersi cura non è un obbligo ma un modo di somigliare a Dio. Curare non è solo “fare”. È esserci. È quel tempo regalato quando vorremmo soltanto riposare o pensare a noi stessi. Rino Insegnaci Signore la cura che custodisce, protegge e costruisce la pace nelle famiglie e nel mondo. Maria Aiutaci a capire che l’Eucaristia che adoriamo non è separata dalla nostra cucina, dal nostro divano o dai corridoi dove ci prendiamo cura di chi soffre. La nostra famiglia è il nostro primo altare. Rino Come Gesù si spezza per noi nell’Eucaristia, così anche noi siamo chiamati a “spezzare” il nostro tempo, la nostra pazienza e il nostro amore per chi ci vive accanto. Maria Signore Gesù, prima di metterci in adorazione davanti a Te, vogliamo consegnarti la nostra vita così com’è, come una piccola testimonianza del tuo amore nelle nostre famiglie. Non una vita perfetta, ma una vita vera. Una vita fatta di amore e di fatica, di giorni luminosi e di giorni pesanti, di fragilità, di paure, ma anche di tanti piccoli gesti di cura. Rino Quando abbiamo letto la Parola di San Paolo, all’inizio abbiamo pensato subito alla cura dei genitori anziani, alla malattia, alla fragilità fisica. Ma poi abbiamo capito che il Signore ci stava chiedendo qualcosa di più profondo. A volte pensiamo che la fede sia qualcosa di grande, quasi eroico. Invece abbiamo scoperto che la fede si gioca soprattutto lì nelle nostre case, nelle cucine disordinate, nelle notti senza sonno, nelle parole da trattenere, nelle mani da tendere quando si è già stanchi. Abbiamo capito che la carità non è un’idea. È presenza. È restare. Maria — Ci sono stati momenti in cui la vita ci ha chiesto di fermarci e di farci vicini in modo più profondo. Quando abbiamo accolto in casa i miei genitori, e mio padre ha iniziato il difficile cammino dell’Alzheimer, abbiamo toccato con mano tutta la fragilità della vita. È stata una scelta d’amore, ma anche una strada fatta di stanchezza, di smarrimento e di giornate in cui il cuore si sentiva sopraffatto. Vedere un padre che non ti riconosce più è qualcosa che attraversa profondamente il cuore. Eppure, dentro quella malattia c’erano ancora piccoli attimi di luce. Momenti di tenerezza. Momenti in cui riaffiorava la sua umanità fragile. E tutto questo ci parlava ancora di amore. Nello stesso tempo cercavo di essere madre, moglie e lavoratrice…e non è stato 2 semplice. E poi c’erano anche le mie fragilità. La depressione. Il panico. Io li chiamavo quasi “compagni di viaggio”. E proprio lì, Signore, sono iniziate le mie lunghe chiacchierate con Te. A volte parlavo arrabbiata. A volte stanca. A volte senza nemmeno trovare le parole. Ma quelle chiacchierate mi aiutavano a sentirti vicino. Rino — E in mezzo a tutto questo, Tu c’eri davvero Signore. Silenziosamente. Senza fare rumore. Ci sostenevi giorno dopo giorno, anche quando non ce ne rendevamo conto. Maria — Poi, dopo mio padre, anche mia madre ha avuto bisogno di noi. Come un passaggio di testimone. Ancora cura. Ancora presenza. Ancora imparare a restare. E oggi possiamo dirlo con sincerità, Signore: non sempre abbiamo amato bene. E questo lo portiamo ancora nel cuore. Rino — Ma forse abbiamo capito proprio questo che amare non significa essere perfetti. Amare è continuare ad esserci. Anche fragilmente. Anche quando ci si sente piccoli. Maria — E anche oggi, davanti alla fragilità di mio fratello, ci ritroviamo ancora una volta chiamati ad esserci, a prenderci cura e a non tirarci indietro. Ci accorgiamo però che qualcosa è cambiato. C’è più pace. Più accoglienza. Forse un amore un po’ più maturo. Rino — Signore, oggi non veniamo a dirti che siamo stati capaci. Veniamo a dirti che abbiamo provato ad amare. Con i nostri limiti, le nostre fragilità e tutta la nostra umanità. Maria — E vogliamo dirti grazie. Perché Tu non ci hai mai lasciati soli. Abbiamo voluto pensare ad un simbolo! Rino — Abbiamo portato un grembiule e un pane. Maria — Il grembiule rappresenta tutte quelle forme di amore silenzioso che spesso nessuno vede: la cura, il servizio, la pazienza, il rimboccarsi le maniche ogni giorno. Rino — Il pane invece ci ricorda che amare significa anche lasciarsi spezzare un po’ per gli altri, come fa Gesù per noi. Maria — E alla fine della preghiera, vorremmo condividere questo pane con voi. Perché questa sera ciascuno non porti a casa soltanto delle parole, ma anche un piccolo segno concreto di fraternità e di cura reciproca. Maria e Rino insieme Ti affidiamo, Signore, la nostra vita, i nostri figli, i nostri nipoti, le nostre famiglie e tutte le persone che ci hai donato. Insegnaci ad amare ogni giorno di più, con una presenza vera, con un cuore più paziente, più umile e più capace di cura. Fa’ che nelle nostre case la carità diventi vita concreta. Perché alla fine, Signore, non ci verrà chiesto quanto siamo stati forti, ma quanto abbiamo saputo amare…proprio lì, dove la vita ci ha chiesto di restare.