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cap 1,LIBRO DI ESTER Preghiera di testimonianza Elisa e Massimo Lombardi. L’ ILLUSIONE DEL POTERE 13 ottobre 2026

CAPITOLO 1 – LIBRO DI ESTER
13 Ottobre 2026
Famiglia Lombardi – Don Alberto Fasola
Assuero è un uomo potente, abituato ad essere ascoltato e obbedito. E quando Vasti dice di no,
quel rifiuto sembra mettere in discussione non soltanto una sua richiesta, ma la sua stessa
autorità. La risposta è trasformare quel conflitto in una regola, in un ordine che valga per tutti.
Questo racconto ci fa riflettere sulla nostra esperienza di genitori.
Ci siamo accorti che forse la sfida più grande non è insegnare alle nostre figlie ad obbedire, ma
insegnare loro ad essere libere. A discernere, a capire perché una cosa è giusta o sbagliata, ad
affidarsi, ad ascoltare una voce diversa dalla propria e, quando è necessario, anche a dire di no.
Vorremmo che imparassero a rispettare l’autorità senza esserne dipendenti, a riconoscere le
regole senza smettere di interrogarsi sul loro significato. Vorremmo che diventassero donne
capaci di scegliere, non semplicemente di eseguire.
Per questo cerchiamo di offrire loro esperienze diverse: gli scout, l’oratorio, lo sport. Esperienze
che hanno in comune una cosa: sono luoghi di relazione, nei quali si scopre che non siamo soli,
che le nostre scelte hanno conseguenze sugli altri e che la nostra libertà si vive sempre insieme a
qualcuno.
Anche la scelta di un’educazione cattolica nasce da qui.
Per noi la fede non può essere soltanto un insieme di regole o di risposte già pronte. Le scritture
ci provocano, ci fanno domande, ci chiedono di spostare lo sguardo: dal nostro interesse all’altro,
dal successo al servizio, dalla paura all’accoglienza.
E crediamo che questo possa accadere soprattutto dentro una comunità. Perché da soli è facile
costruirsi una fede su misura, fatta delle cose che confermano ciò che già pensiamo. In una
comunità, invece, incontriamo persone, storie e sensibilità diverse dalle nostre. E siamo chiamati
a confrontarci.
Leggendo questo capitolo, ci viene allora naturale mettere a confronto due modi molto diversi di
intendere l’autorità.
Da una parte c’è Assuero: il potere che si manifesta nello sfarzo, nella ricchezza, nella necessità di
essere riconosciuto e obbedito.
Dall’altra c’è Gesù, che sceglie un modo completamente diverso di esercitare la propria autorità:
non attraverso il potere, ma attraverso il servizio; non mettendosi al di sopra degli altri, ma
facendosi vicino.
È un’autorità che non chiede semplicemente obbedienza, ma si mette al servizio dell’altro.
C’è poi un altro aspetto di questo capitolo che ci ha colpito. Assuero vive un problema personale:
Vasti non risponde alla sua richiesta come lui vorrebbe. Ma quel problema diventa una questione
che riguarda l’intero regno. Da un conflitto personale nasce una regola generale.
Ciò ci ha fatto pensare a quanto sia facile passare dalla persona alla categoria, dall’esperienza
concreta alla generalizzazione. Abbiamo scelto di vivere l’affido di un ragazzo migrante e di ospitare un rifugiato; non perché
pensiamo di avere trovato una risposta al problema delle migrazioni, ma perché crediamo che ci
sia una differenza profonda tra parlare dell’altro e incontrare l’altro.
Un migrante può diventare “i migranti”. Un rifugiato può diventare “i rifugiati”. Una persona
diversa da noi può diventare semplicemente “l’altro”.
Ma quando quella persona entra nella tua casa, quando conosci il suo nome, ascolti la sua storia,
condividi una difficoltà, le categorie iniziano a sgretolarsi.
E questo ci sembra importante in un tempo nel quale è facile costruire la propria sicurezza
attraverso la contrapposizione: noi e loro, dentro e fuori, chi appartiene e chi non appartiene.
Forse accogliere non significa soltanto aprire una porta. Significa accettare che l’altro possa
mettere in discussione la nostra idea del mondo.
Ed è qui che questo capitolo torna a toccarci personalmente.
Perché forse la nostra difficoltà più grande non è educare, ma lasciarci educare.
Come uomo e come donna, come marito e moglie, quanto siamo realmente capaci di lasciarci
mettere in discussione?
Quanto è difficile, quando qualcuno ci dice qualcosa che non vogliamo sentire, non reagire come
Assuero? Non trasformare subito il dissenso in una minaccia alla nostra autorità, ma fermarci,
ascoltare e chiederci se nell’altro ci sia qualcosa che non avevamo visto.
Forse il pensiero critico non è avere sempre un’opinione, ma essere disponibili a mettere alla
prova le proprie opinioni.
Questo è ciò che vogliamo costruire nella nostra famiglia: non uno spazio nel quale tutti devono
pensarla allo stesso modo, ma un luogo nel quale ciascuno possa pensare, parlare, ascoltare e
anche cambiare senza perdere la relazione.
Allora la nostra preghiera è semplice.
Signore, aiutaci a non confondere l’autorità con il potere e l’obbedienza con la libertà.
Aiutaci a trasmettere una fede non fatta soltanto di regole, ma capace di aprire domande,
generare responsabilità e spingerci verso gli altri.
Fa’ che le nostre esperienze di comunità, di servizio, di accoglienza e di fede non siano soltanto
attività da fare, ma occasioni per imparare a vivere più profondamente.
Aiutaci a non avere paura dell’altro e a non chiuderci nelle nostre certezze. Fa’ che la nostra casa
possa essere un luogo nel quale si accoglie, si discute, si ascolta e, quando serve, ci si lascia
cambiare.
Aiutaci a non avere sempre bisogno di avere ragione, a non trasformare ogni dissenso in una
minaccia, a lasciare uno spazio nel quale l’altro possa ancora sorprenderci.
E insegnaci, Signore, che la libertà che desideriamo per i nostri figli comincia proprio da noi: dalla
libertà di ascoltare, di cambiare, di chiedere perdono e di lasciarci trasformare dall’incontro con
l’altro.
Perché forse è proprio lì, in quello spazio di libertà che possiamo incontrare Te.Amen

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Omelia don Alberto Dolcini 11 ottobre 2026 XXVIII domenica T.O.

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PERCORSO DI PREGHIERA Comunità alle Querce di Mamre 2026/2027 aperto a tutti

PERCORSO DI PREGHIERA 2026-2027 DELLA COMUNITÀ DI FAMIGLIE
ALLE QUERCE DI MAMRE APERTO ALLA DIOCESI DI COMO.


Luogo: cappella Amoris Letizia presso la
chiesa S. Maria Regina di Albate Muggiò
Quando: secondo martedì del mese


Filo conduttore:
QUELLO CHE SIAMO, BASTA! Il Libro di Ester e l’arte di esserci davvero


Viviamo in un’epoca in cui il tema dell’esposizione è diventato talmente pervasivo da
trasformarsi spesso in una trappola. Tutti noi, in ogni ambito della vita, siamo chiamati a
mostrarci e indossare maschere, in una tensione costante tra il nascondersi e il rivelarsi
che rischia di offuscare il nostro vero volto. Il libro di Ester ci racconta la storia di una
giovane donna, orfana e senza potere, appartenente a un popolo minoritario, abituata a
stare nell’ombra, che per compiere il proprio cammino di vita deve imparare prima a
celarsi e poi a svelarsi. Si tratta di un itinerario spirituale e narrativo che ci aiuta a capire
come essere visti senza diventare vittime dello sguardo altrui, come esporci senza
perderci e come comunicare – e comunicarci – senza deformarci. La vicenda della giovane
donna diventata regina non nega il male né la violenza del potere. Mostra come, nel cuore
dell’ingiustizia, possano riaffiorare dimensioni dimenticate – la discrezione, il pudore, la
vulnerabilità, il silenzio – in cui è possibile donarsi, in piena libertà.

PERCORSO:
Giorno Titolo Tematico Brano Biblico Focus Spirituale/Esistenziale


13/10 L’Illusione del Potere Cap. 1 Fragilità dell’apparire e dell’ego
10/11 Un’Orfana alla Corte Cap. 2:1-18 L’integrità nei luoghi del compromesso
12/01 Il Volto del Pregiudizio Cap. 2:19 – 3:15 Il male legalizzato dalla burocrazia
09/02 La Scelta Coraggiosa Cap. 4:1-17 Il rifiuto dell’indifferenza e del silenzio
09/03 La Forza del Grido Cap. 4:17a-17 La preghiera che trasforma l’angoscia
13/04 Diplomazia e Orgoglio Cap. 5 La pazienza strategica contro la cecità
11/05 La Svolta nella Notte Cap. 6 L’ironia divina che ribalta i ruoli
08/06 Il Giorno della Luce Cap. 7 – 8:9 Il trionfo della giustizi

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IL CORAGGIO DI DISTURBARE…

IL CORAGGIO DI DISTURBARE….

mercoledì 09 settembre 2026

Chiesa di Napoli

News

“DOBBIAMO AVERE IL CORAGGIO DI DISTURBARE…”

Don Mimmo Battaglia scuote Napoli nell’Omelia della celebrazione per i dieci anni da vescovo

“Sorelle e fratelli carissimi,

sono felice di essere qui stasera per riprendere con voi il cammino di questo nuovo anno pastorale e, nello stesso tempo, per esprimere la mia gratitudine al Signore e a voi, suo popolo, per questi dieci anni di servizio e di episcopato vissuti insieme. Il mio cuore questa sera non gronda di anni, ma di volti, di storie, di ferite, di gioie. E forse è proprio questo il modo più vero di vivere un anniversario: non contare il tempo che è passato, ma riconoscere i volti che quel tempo ci ha consegnato. Volti incontrati, volti amati, volti autentici, volti che hanno lasciato una traccia. Volti che, spesso senza nemmeno saperlo, sono diventati Vangelo. Oggi la Chiesa celebra la memoria di san Gregorio Magno, un pastore che ha saputo tenere insieme la contemplazione e la strada, la profondità della fede e la concretezza della storia.

È quello che ho cercato di fare, con tutti i miei limiti e le mie fragilità, in questi dieci anni. Dieci anni da quel giorno in cui l’olio crismale ha profumato la mia testa e le mie mani, chiamandomi a un servizio che ho sempre vissuto con il tremore nel cuore. Ma se guardo indietro, non vedo scadenze, traguardi o bilanci. Vedo frammenti preziosi di vita, incastonati dallo Spirito in un mosaico ancora incompiuto. Vedo la terra amata di Cerreto Sannita, Telese e Sant’Agata de’ Goti, dove ho imparato a essere un pastore che cammina in mezzo alla gente, respirando il profumo dei campi e il silenzio dignitoso delle aree interne. Vedo paesi che custodiscono una sapienza antica e, insieme, la ferita silenziosa dello spopolamento. Vedo anziani rimasti soli, famiglie che resistono, giovani che partono, comunità che cercano ostinatamente ragioni per restare.

E poi vedo questa nostra Napoli, diventata carne della mia carne. Una città ferita e bellissima, dove ogni giorno la croce e la risurrezione sembrano sfiorarsi nei vicoli, nelle periferie, nei condomini, nelle piazze, negli occhi di chi cade e trova qualcuno disposto a rialzarlo. Una città che non ti permette di restare spettatore. Napoli ti prende, ti scuote, ti mette davanti alla vita e alle sue contraddizioni. Ti chiede di scegliere da che parte stare. Ti chiede, chiede a noi, Chiesa di Dio, di essere incontrata sul serio, senza infingimenti. E l’incontro, lo sappiamo, porta sempre con sé il profumo dell’inatteso, ma anche la polvere della strada, la fatica del cammino, qualche ferita sulle ginocchia e tante domande rimaste senza risposta. Se Cerreto mi ha insegnato la teologia della prossimità, il valore delle relazioni autentiche, dove ognuno si chiama per nome, Napoli mi sta chiedendo di gridare questa Parola dai tetti, di farne uno strumento di liberazione per un popolo che ha sete di giustizia e di dignità.

Questa sera, allora, non celebriamo il mio anniversario. Celebriamo piuttosto la fedeltà di Dio che continua a passare attraverso la nostra fragilità, attraverso i nostri limiti, attraverso le nostre povere mani. E lo facciamo mettendo al centro l’unica bussola possibile: il Vangelo. Il Vangelo nudo e crudo. Sine glossa, come direbbe il Poverello di Assisi.

Il Vangelo è Parola viva. È Parola che entra nella carne, che brucia, che consola e insieme inquieta. E il Vangelo di questa sera ci porta sulla riva del lago. Ci porta lì dove la notte è appena finita e, forse, la notte non è finita affatto. Pietro e gli altri hanno lavorato tutta la notte. Hanno gettato le reti. Hanno faticato. Hanno aspettato. E non hanno preso nulla. È una pagina che conosce bene la vita di ciascuno di noi. Ci sono notti in cui getti le reti e tornano vuote. Notti di lavoro senza frutto e di preghiere senza risposte. Notti in cui ti chiedi se ne sia valsa la pena. Notti in cui anche la fede sembra una rete strappata tra le mani. E Gesù arriva proprio lì. Non quando tutto funziona e le barche sono piene. Arriva sulla riva della nostra stanchezza. E dice a Pietro: «Prendi il largo». È una parola semplice, ma è una parola che fa paura. Perché il largo è il luogo in cui non controlli più tutto. Il largo è dove la riva non si vede bene. Il largo è dove devi affidarti. E Pietro risponde con una frase che, forse, contiene tutta la fede possibile per un uomo fragile: «Abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». E lo fa senza garanzie. Solo perché si fida di quella voce, di quello sguardo, di quella Parola. Forse, dopo dieci anni, è proprio questo che posso dire di avere imparato: che la fede non consiste nell’avere sempre il vento a favore. Consiste nel continuare a prendere il largo quando il vento sembra contrario. Consiste nel gettare ancora le reti quando siamo tentati di dire: «Abbiamo già provato». Consiste nel credere che la notte non ha mai l’ultima parola.

Quando leggo questa pagina, la prima cosa che sento addosso non è l’odore del miracolo, ma l’odore della stanchezza. Vedo quegli uomini sulla riva del lago di Gennesaret. Non stanno esultando. Stanno lavando le reti. E lavare le reti, per un pescatore, significa una cosa sola: la giornata è finita, il tentativo è fallito, si torna a casa a mani vuote.

Quante volte ci sentiamo esattamente così? Quante volte la nostra vita assomiglia a quella riva? Penso alle nostre famiglie, ai nostri giovani, a chi abita le periferie esistenziali e geografiche delle nostre città. Penso a chi bussa alle porte delle nostre comunità portando sul volto i segni di una notte in cui ha “faticato senza prendere nulla”. La notte della disoccupazione, la notte della malattia, la notte di un amore che si è spezzato, la notte dell’indifferenza che spegne ogni speranza. Lavare le reti significa rassegnarsi. Significa dire a se stessi: “Ci ho provato, non è cosa, non cambierà mai niente”.

Ma guardate cosa fa Gesù. Si fa spazio tra la folla e sale proprio su quella barca. La barca di Simone, un uomo deluso, stanco, che probabilmente in quel momento voleva solo essere lasciato in pace con la sua frustrazione. Gesù non aspetta che la nostra vita sia perfetta o che la nostra barca sia piena di successi per salirci a bordo. Chiede di abitare la nostra povertà. Chiede a Simone di staccarsi un poco da terra. Gli chiede una fiducia minima, uno spazio piccolo per poter parlare alla gente.

Poi, l’ordine che ribalta ogni logica umana, scientifica e professionale: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca».

Se fossimo stati al posto di Pietro, avremmo risposto con un sorriso di sufficienza. Simone, da pescatore esperto, glielo dice: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla…». È il grido del realismo ferito. È la voce della logica di questo mondo, quella logica umana, strategica e prudente di cui ci parlava san Paolo nella prima lettura di oggi. Pietro sta mettendo davanti a Gesù i suoi dati, le sue statistiche, l’evidenza scientifica del mare: di giorno non si pesca, se la notte è stata sterile, il giorno lo sarà ancora di più. Calare le reti a mezzogiorno, sotto il sole battente, è tecnicamente una stoltezza.

Ma Simone non si ferma lì. E in quel “ma” c’è tutta la svolta della fede: «…ma sulla tua parola getterò le reti». Qui, fratelli miei, il Vangelo si sposa magnificamente con il grido dell’Apostolo Paolo: «Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente; perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio».

Pietro accetta di fare la figura dello stolto. Accetta di smentire la sua stessa competenza, la sua stessa esperienza, l’ovvietà del buon senso umano, per obbedire a una Parola che per il mondo non ha senso. Accetta il rischio del ridicolo davanti agli altri pescatori che lo guardano dalla riva. Ed è precisamente in questa “stoltezza”, in questo fidarsi contro ogni evidenza, che si spalanca lo spazio per il miracolo.

Questa è la stessa, identica logica della Croce. Che cos’è la Croce se non il fallimento più totale secondo i criteri del mondo? Un uomo nudo, sconfitto, morente su un legno di infamia, abbandonato da tutti: per la logica dell’efficienza, della forza e del potere di questo mondo, la Croce è la notte più buia, la pesca fallita per eccellenza. Eppure, proprio su quel legno di sconfitta, Dio ha gettato la rete più grande della storia, pescando l’umanità intera dal baratro della morte. La sapienza di Dio abita ciò che il mondo scarta; la forza di Dio si manifesta nella nostra debolezza più cruda.

Finché restiamo aggrappati alla nostra presunta sapienza, alle nostre reti perfettamente calcolate, ai nostri piani pastorali ineccepibili ma privi di profezia, le nostre barche rimarranno vuote. Dio non si muove dentro i recinti delle nostre rassicuranti certezze umane. Dio ci chiede di avere il coraggio di essere “stolti per Cristo”.

Cosa significa questo per noi oggi, in questa nostra terra?

Significa avere il coraggio di amare dove c’è l’odio. Significa perdonare dove la logica del mondo grida vendetta. Significa spendere la vita per gli ultimi, per chi non ha voce, per chi non può ricambiare, quando tutta la società ci spinge a investire solo su ciò che produce profitto, visibilità e potere. Amare fino in fondo, servire senza chiedere nulla in cambio, scommettere sui giovani delle nostre periferie difficili quando tutti dicono che “tanto non cambieranno mai”: ecco la nostra stoltezza! Ecco la follia della Croce che si fa carne nei nostri vicoli!

Quando Pietro accetta questa stoltezza, avviene il miracolo. Le reti si riempiono fino a rompersi, tanto da dover chiedere aiuto ai compagni dell’altra barca. La grazia di Dio non è mai un fatto privato o egoistico. La grazia costringe a fare rete, a condividere, a riscoprirsi fratelli. Non ci si salva da soli. Quella pesca miracolosa diventa possibile perché c’è una comunità che impara a muoversi insieme, accettando la follia del Vangelo.

Di fronte all’abbondanza dell’amore, Simone cade in ginocchio, spaventato dalla propria inadeguatezza: «Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore». Sente il peso dei suoi limiti. Ma Gesù non si allontana. Gesù non si è mai allontanato da una ferita, non si è mai scandalizzato della nostra debolezza. Gesù gli risponde con le parole che vorrei che ciascuno di voi sentisse risuonare oggi nell’anima: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini».

Non temere. Non avere paura dei tuoi vuoti. Non avere paura della notte che hai attraversato. Diventare pescatori di uomini significa questo: Simone, tu che hai accettato di farti stolto calando le reti di giorno, ora vai a tirare fuori gli altri dalle acque della disperazione, della solitudine, della rassegnazione. Vai a usare la stessa “follia d’amore” che ho usato io con te per sanare i cuori spezzati.

Oggi la Parola ci chiede un sussulto di coraggio. Ci chiede di smettere di lavare le reti con l’atteggiamento nostalgico di chi pensa che il meglio sia già passato e che non valga più la pena rischiare. Ci chiede di non cedere al cinismo.

Gettiamo le reti, Chiesa mia. Gettiamole fidandoci non delle nostre forze umane, ma unicamente della Sua Parola. Lasciamo le nostre sponde sicure. Diventiamo orgogliosamente stolti per il mondo, ma sapienti dell’amore di Cristo. Perché tutto è vostro – come ci ha ricordato Paolo – il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio.

Alziamoci, prendiamo il largo insieme, e camminiamo incontro all’alba, sapendo che sul legno della Croce, così come sulla barca di Simone, la debolezza dell’uomo diventa lo spazio in cui Dio compie la sua meraviglia più grande.

Ho davanti in questo momento i nostri ragazzi, i giovani: spesso fanno fatica a vedere l’aurora, a causa di un mondo adulto che ha loro occultato l’orizzonte. Ma i giovani sono il presente. Sono il presente della storia e, soprattutto, della Chiesa. Sono il termometro della nostra autenticità.

Penso ai ragazzi incontrati nelle piazze di Cerreto, nelle comunità di recupero dove ho speso gran parte della mia vita sacerdotale. E penso ai ragazzi dei quartieri di Napoli: della Sanità, di Scampia, di Forcella, dei Quartieri Spagnoli. Ragazzi dai destini sospesi. Ragazzi sedotti dalle sirene della criminalità, quando la criminalità diventa l’unica promessa di appartenenza. Ragazzi schiacciati dalla mancanza di lavoro, di opportunità, di adulti capaci di credere in loro. Ragazzi che portano dentro un deserto emotivo, ma insieme una sete di vita così grande da fare paura.

Sorelle e fratelli, dobbiamo aiutare i nostri giovani a non lasciarsi rubare la speranza. E ai giovani dico: non permettete a nessuno di dirvi che siete sbagliati, di convincervi che per voi non c’è spazio. Siate giovani capaci di sognare in grande e di lottare perché questa società possa davvero cambiare. Credete in voi, nella forza della vita che c’è dentro di voi. Quella forza è la tenerezza di Dio. Non datevi mai per vinti, cambiare è possibile. Amate Cristo, amate la vita, e amate i poveri! Amate coloro che il mondo scarta e che il Vangelo mette al primo posto.

Se questa sera guardo a questi dieci anni da vescovo, posso dirvi con assoluta certezza che i miei veri maestri di teologia non sono stati soltanto i libri. Sono stati i poveri. Quelli che non hanno voce. Quelli che nessuno ascolta. Quelli che spesso non entrano nelle nostre statistiche, ma sono nel cuore di Dio. Sorelle e Fratelli miei, i poveri non sono un “problema sociale” da delegare alla Caritas o alle istituzioni. I poveri sono il corpo di Cristo. Se celebriamo il Pane spezzato e non spezziamo la nostra vita per chi ha fame di pane, di giustizia, di dignità, di affetto, allora la nostra comunione diventa una menzogna. Dobbiamo avere il coraggio di chiamare per nome le strutture di peccato che generano la povertà. Dobbiamo avere il coraggio di disturbare. Perché una Chiesa che non disturba il potere quando il potere schiaccia i deboli è una Chiesa che ha smesso di assomigliare al suo Signore.

Sorelle e fratelli miei, non perdiamo la profezia! E lo dico soprattutto alle sorelle e ai fratelli delle Equipe di Comunione che oggi ricevono il mandato. Voglio guardare negli occhi ciascuno di voi che fate parte di queste Equipe. Sentite la responsabilità, ma sentite soprattutto la bellezza di questo mandato. Voi siete chiamati a essere artigiani di comunione. Voi avete un compito grande nel nuovo progetto pastorale: essere sentinelle. Il vostro primo obiettivo non è organizzare eventi, ma tessere relazioni. Per questo vi chiedo tre atteggiamenti precisi, che devono diventare lo stile delle nostre Equipe: il primo è l’Ascolto disarmato, che significa ascoltare tutti, anche chi critica, anche chi è lontano, senza il bisogno immediato di dare risposte preconfezionate. Spesso la vicinanza silenziosa vale più di mille parole. Il secondo è la mistica del noi: superare ogni forma di individualismo. Nella Chiesa non esistono navigatori solitari. Si cammina insieme, si decide insieme, si soffre insieme, si gioisce insieme. E poi la predilezione per gli ultimi. E al centro il Vangelo. Sempre!

Dio non sceglie i forti per fare le sue opere; sceglie i deboli perché sia chiara la forza del suo amore. Non abbiate paura di osare. Non abbiate paura di sbagliare. Preferisco mille volte una Chiesa accidentata perché è uscita per strada, piuttosto che una Chiesa malata perché è rimasta chiusa nei suoi schemi protettivi. E proprio per questo, questa sera, nel giorno in cui facciamo memoria di questi dieci anni e rendiamo grazie per il cammino compiuto, vi lascerò un piccolo segno, che verrà consegnato alla fine della celebrazione.

Una cordicina e un moschettone. Poche cose, semplici, quasi povere. Ma dentro questa semplicità c’è un’immagine che vorrei rimanesse con noi: quella della cordata. Chi conosce la montagna sa che, quando la salita si fa più difficile, quando il sentiero si restringe, quando la roccia diventa più esigente e la stanchezza comincia a farsi sentire, non si cammina da soli. Ci si lega gli uni agli altri. La corda non serve soltanto a proteggerci da una caduta. La corda dice che la vita dell’uno è affidata alla vita dell’altro. In una cordata nessuno può dire: «Io vado per conto mio». Se uno rallenta, gli altri rallentano. Se uno ha paura, gli altri gli restano accanto. Se uno scivola, gli altri tendono la corda. Se qualcuno rimane indietro, la cordata non lo abbandona. E quando finalmente si raggiunge una cima, la gioia non appartiene a uno soltanto: appartiene a tutti. Vorrei che quel piccolo segno vi ricordasse questo: che la Chiesa è una cordata. Che il cammino pastorale è una cordata. Che la comunione è una cordata. Che il Vangelo ci lega gli uni agli altri non per limitarci, ma per salvarci. Perché nessuno si salva da solo:

Signore Gesù, insegnaci a camminare insieme, in cordata, legati non dalla paura, ma dall’amore. Insegnaci a salire verso l’alto senza lasciare indietro nessuno. Quando qualcuno inciampa, fà che la nostra corda si tenda e la nostra mano si allunghi. Quando qualcuno si ferma, insegnaci a non tirare oltre, ma ad aspettare. Quando la nebbia nasconde la cima, donaci occhi capaci di vedere più lontano e piedi capaci di continuare il cammino. Liberaci dagli individualismi e donaci il coraggio di essere una comunità in cordata, dove il passo del più fragile diventa il ritmo di tutti. Maria, Donna del cammino, mettiti alla testa della nostra cordata e insegnaci la profezia del “noi” e la bellezza della fraternità. E quando finalmente saremo in cima, fà che nessuno possa dire: “Sono arrivato io”, ma soltanto: “Siamo arrivati insieme”. Amen.

Napoli, Chiesa Cattedrale

3 settembre 2026

+ don Mimmo Battaglia

Cardinale Arcivescovo

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Discorso alla città Oscar Cantoni vescovo di Como 30 agosto 2026

2 Settembre 2026

Diocesi di Como

Diocesi di Como

  

Basilica di Sant’Abbondio, 30 agosto 2026

Lupi o agnelli? Il Vangelo disarmante della pace

Il Messaggio del Vescovo Oscar nella solennità di Sant’Abbondio

Basilica di Sant’Abbondio | Como | 30 agosto 2026
Primi Vespri nella solennità del Patrono Sant’Abbondio

LUPI O AGNELLI?

Il Vangelo disarmante della pace

Messaggio agli abitanti della Città di Como e alle Autorità
nella solennità di Sant’Abbondio, nostro Patrono

(Qui il testo formato pdf)

Cari fratelli e sorelle,
illustri Autorità, cristiani delle Comunità ecclesiali di Como,
fedeli di altre Confessioni, donne e uomini tutti di buona volontà,
cari amici.

Come da tradizione, nella festa di sant’Abbondio, desidero rivolgere a tutti voi, abitanti della Città di Como e alle Autorità civili un nuovo messaggio, l’ultimo, a motivo della prossima conclusione del mio ministero episcopale nella Diocesi di Como.

Mi sono interrogato su cosa potesse essere più utile per questo tempo, tanto conflittuale a livello mondiale, nel quale tutti noi, siamo chiamati, secondo le nostre responsabilità e competenze, ad uscirne, diventando personalmente artigiani di pace, tessitori di dialogo e di fraternità.

Lo diventeremo nella misura in cui avremo imparato a tenere lo sguardo su Gesù, che ci rende capaci di guardare i volti degli altri, su quanti incontriamo nel nostro cammino quotidiano, considerati non più come nemici o estranei, ma come fratelli, in un tempo in cui, invece, si moltiplicano messaggi e linguaggi intonati per lo più a ostilità e violenza.

Gesù è un maestro mite e umile, ma anche deciso ed esigente. È lui che ci chiede di disarmarci, e con la forza efficace della sua mitezza e del suo amore, ci trasforma in donne e uomini di pace e di riconciliazione, capaci di sviluppare una cultura dell’incontro.

“Una società adulta dovrebbe saper accogliere il dibattito senza scivolare nell’esecuzione sommaria, mentre invece accade qualcosa di inquietante: non appena un’opinione diverge dalle altre, ecco scendere la ghigliottina. Non si cerca più di discutere, ma di squalificare; non più di dialogare, ma di distruggere”[1].

In un tempo di così crescente aggressività è allora urgente annunciare la profezia evangelica della non violenza con tenacia e umiltà. Questo appello, quindi, è rivolto non solo ai credenti, ma a tutti gli uomini e donne di buona volontà. Come pastore, ho il compito di riproporlo, proprio oggi, nella festività del nostro Patrono, sant’Abbondio, assertore e difensore dell’umanità di Cristo: chi vive il vangelo, aumenta in pienezza di umanità, come ci ha ricordato il Concilio Vaticano II: «Chiunque segue Gesù Cristo, uomo perfetto, diventa lui pure più uomo»[2].

Dobbiamo ripetercelo gli uni gli altri: soprattutto in questo tempo, contro il rischio della disumanizzazione, impariamo a diventare promotori di vera umanità! Lavoriamo insieme, respingiamo la violenza, anche quella verbale, la contrapposizione, diventiamo tessitori di unità. Coltiviamo una vita comune all’insegna della fraternità, della comprensione e del rispetto reciproco.

A sostegno e a conferma di questo compito irrinunciabile che Dio oggi ci affida, ci può essere di aiuto la testimonianza esemplare di san Francesco di Assisi, di cui quest’anno ricorre l’ottocentesimo anniversario della morte.

  1. Francesco d’Assisi e il lupo

San Francesco ha fatto del Vangelo l’unica sua regola, assomigliò a Gesù tanto da meritare il titolo di “Alter Christus”. Nella sua vita, nelle sue parole, nei suoi gesti e perfino nel suo corpo, ricalcando Cristo, è divenuto testimone di pace e di fraternità, figura universale, capace di affascinare credenti, non credenti e anche donne e uomini di diverse fedi.

Dalla biografia di questo Santo vorrei riprendere un episodio esemplare, nel quale riecheggia la stessa mitezza di Gesù. Mi riferisco al noto racconto di san Francesco e il lupo, inserito al capitolo XXI dei “Fioretti”. Il testo narra che san Francesco, avendo compassione degli abitanti di Gubbio, terrorizzati da un «lupo grandissimo, terribile e feroce», uscì dalle mura della città per incontrarlo senza armi. Alzò su di lui le mani, non per colpirlo, ma per benedirlo. Chiamandolo «frate lupo», lo ammansì e stipulò un patto di pace: il lupo non avrebbe più attaccato nessuno e, in cambio, i cittadini se ne sarebbero presi cura, accogliendolo e nutrendolo. Il testo racconta i fatti con particolari di grande tenerezza: il lupo, all’ascolto delle parole di san Francesco, chiuse la bocca e si mise ai suoi piedi come un agnello, acconsentì alla proposta con l’inchinare del capo e siglò il patto alzandosi in piedi sulle due zampe e porgendo le altre sopra la mano di san Francesco, dandogli così – dice l’autore – un segno che di lui poteva aver fiducia. Il racconto si conclude con il lupo che per due anni visse pacificamente tra la gente di Gubbio accolto ed amato. Quando, al termine della sua vita, morì di vecchiaia, fu pianto da tutta la Comunità, che in lui aveva ormai trovato un compagno ed un amico: “frate Lupo”[3].

Gli studiosi sono concordi nell’attribuire a questa storia il valore della metafora. Senza escludere qualche storicità dell’episodio, il racconto ci consente, però, di comprendere che il lupo non rappresenterebbe solo un animale feroce, ma quelle forze interne ed esterne a noi che ci minacciano, tutto ciò che ci intimorisce e che emarginiamo volentieri, compresi i nostri conflitti interiori e le nostre paure.

I lupi sociali dell’epoca erano gli usurai e i briganti e non è da escludere l’interpretazione che vede nel lupo, più che un animale, un uomo che minacciava con le sue cattive azioni la sicurezza e la pace. Oggi, come allora, il lupo è ogni persona quando la iscriviamo in una categoria chiusa di estraneità e di minaccia, incapaci di riconoscere in lei il volto del fratello. Al contrario, san Francesco esprime la forza della fiducia, il coraggio del dialogo, pronto a trasformare la paura e la violenza in fratellanza e pace. La sua vittoria sul male passa attraverso l’incontro e l’assunzione di una responsabilità condivisa: a convertirsi, infatti, non è solo il lupo che desiste dal male, ma anche l’intera città di Gubbio, non più chiusa nelle sue mura come una fortezza.

Il messaggio è evangelico: la forza vittoriosa è quella della mitezza, che non schiaccia il nemico, ma abbraccia il fratello. Oggi la violenza verbale non si nasconde più, esplode e s’impone nel minimo scambio; ma a renderci più sicuri non è l’innalzamento dei muri, né la chiusura nei nostri confini. Occorre piuttosto uscire dalle mura, superando pregiudizi e barriere. Con fiducia possiamo farci incontro a tutti, disarmati di armi e di zanne, darci la mano e stringere alleanze. È finta la pace che si crea quando tutti hanno le armi contro. Non è infatti la forza della guerra a renderci più protetti e sicuri, questa è piuttosto una paura che, lo avvertiamo sempre più, ci tiene schiavi sotto una costante minaccia. I muri possono crollare, i confini si possono aprire, le porte delle nostre città e delle nostre case si possono spalancare per uscire e per entrare, creando così, nell’amicizia possibile, lo spazio dell’incontro e della pace.

San Francesco è, come Gesù, un uomo credibile e autorevole, perché ogni suo insegnamento è preceduto dall’esempio della vita. Significativo è anche un altro episodio della sua biografia. Sempre nei “Fioretti” si legge che un giorno si presentarono alla porta di un convento tre uomini, noti nella zona per essere ladri e briganti. Bussarono, chiedendo qualcosa da mangiare. Il frate guardiano, conoscendo la reputazione di quegli uomini, li allontanò, riprendendoli aspramente. Avendolo saputo, san Francesco andò da quel guardiano e mettendogli nelle mani pane e vino, gli comandò di cercarli «per monti e per valli», finché non li avesse ritrovati, gli ingiunse di sfamarli, di inginocchiarsi davanti a loro, umiliandosi per come li aveva trattati e infine di pregarli perché non facessero più alcun male a nessuno. Questo perché – dice san Francesco – gli uomini si riportano meglio a Dio con la dolcezza, piuttosto che con crudeli rimproveri[4].

San Francesco ripudia la violenza anche di fronte alle minacce e alle ingiustizie che sperimenta anzitutto su di sé. È significativo che nella “Leggenda dei tre compagni” – una delle fonti storiche più interessanti, perché più vicina alla vita del Santo – la metafora del lupo e dell’agnello è usata per descrivere i rimproveri che egli subisce dal suo stesso padre, Pietro di Bernardone, che non poteva accettare la sua conversione. Così si racconta: «Perduto ogni controllo, gli si avventò contro come un lupo sulla pecora, e fissandolo con occhio torvo e con la faccia contratta, gli mise spietatamente le mani addosso. Trascinatolo fino a casa, lo rinchiuse in un bugigattolo oscuro per più giorni, facendogli di tutto, a parole e a botte, per ricondurlo alla vanità mondana»[5]

San Francesco è uomo di pace, allo stesso modo di Gesù, che con la sua vita, morte e risurrezione, ci insegna la forza mite e vittoriosa della non violenza. È lui il vero Agnello, che con la sola potenza dell’amore «toglie il peccato del mondo e dona a noi la pace». Egli ha attraversato l’odio, la violenza, il crucifige del mondo, ha subito l’ingiustizia, disarmato e disarmante, ed è risorto. Gesù, ci dice la Scrittura, «insultato, non rispondeva con insulti, maltrattato, non minacciava vendetta» (1Pt 2,23). È colui che nella carne del suo corpo, ha abbattuto il muro di separazione dell’inimicizia (cfr. Ef 2,14). Gesù abbatte i muri e questa novità del Vangelo si inserisce nella storia, oggi come duemila anni fa. Per san Francesco ciò ha significato attraversare le mura di Gubbio, che tenevano separati i suoi abitanti da frate Lupo. Per noi significa compiere scelte evangeliche di pace, perché è inutile dirsi cristiani se quello che si proclama è un cristianesimo svuotato di vangelo. È un dono che dobbiamo chiedere, perché da soli ci mancano le forze! Solo sperimentando l’amore e l’accoglienza diventiamo capaci di accogliere e di amare. Solo con l’aiuto di Dio possiamo diventare persone migliori, costruire Comunità accoglienti e sinodali e percepire il prossimo come un fratello e non come un nemico.

  1. Fratello Lupo è ancora tra noi

Il lupo oggi è tristemente tornato tra noi. Lo constatiamo ogni giorno, e in diverse modalità, nella violenza e nell’aggressività crescente. Le guerre che insanguinano il mondo sono il segno che qualcosa di umano ha ceduto, il dialogo è stato abbandonato e si è scelto di rispondere alla paura con la distruzione. Ma il lupo lo scorgiamo, purtroppo, anche più vicino a noi, dentro le nostre case e nella nostra Città: nelle parole poco edificanti della politica, quando si trasforma in scontro e disprezzo personale, nel commento aggressivo sui social o nella parola tagliente, anche in famiglia, dopo una giornata difficile. Voglio sottolineare l’appello che papa Leone, il 20 giugno scorso, in visita alla nostra terra lombarda, a Pavia, ha pronunciato con forza: «Basta con le parole di odio, basta con gli insulti, con il bullismo, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi»[6]. Vediamo tornare il lupo là dove c’è sopraffazione dell’uno sull’altro, degli uomini sulle donne, assenza di comunicazione tra le generazioni, nell’indifferenza verso chi ha bisogno e nella diffidenza con cui si guarda allo straniero o al diverso, che non appartiene al nostro stesso gruppo. Quanta aggressività diffusa, sottile e quotidiana, che ferisce e lacera il tessuto della nostra convivenza, lasciando cicatrici nell’anima delle persone e delle comunità.

Tutto questo lo constatiamo, ma non sempre lo osserviamo in profondità. È ciò che invece seppe fare san Francesco, quando incontrando lo sguardo del lupo vide qualcosa che i cittadini non aveva voluto vedere: il lupo aveva fame, anch’egli aveva paura, era tristemente solo. Anche questa è una verità che il Vangelo ci chiede di ascoltare: dietro molta aggressività umana ci sono ferite non curate. C’è la paura di non essere considerati, di perdere qualcosa, di non essere visti e stimati abbastanza. C’è la solitudine di chi non appartiene a nessuna Comunità, di chi non ha un volto che lo riconosce. Accettare questo non significa giustificare la violenza, ma comprenderla, per curarla fin dalla radice. Ciascuno esamini sé stesso: anche noi, quando siamo feriti o spaventati, possiamo diventare aggressivi.

Condivido quanto ha scritto il mio confratello cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme: «Viviamo come immersi in un mare di parole violente, che si sono trasformate in linguaggio comune. E anche noi cristiani rischiamo di cadere in questa trappola».[7] La violenza è sempre più giustificata e sembrano sgretolarsi quei limiti morali e giuridici che la civiltà umana ha conquistato. Mi preoccupa l’eredità che stiamo consegnando alle generazioni future: un mondo a pezzi, dove la guerra, in ogni sua forma, torna ad essere lo strumento di risoluzione delle controversie. La diplomazia è scomparsa, come quell’ordinamento internazionale di regole e istituzioni costruite per non ripetere le tragedie dello scorso secolo, tutto appare “disatteso se non addirittura calpestato”[8].

È un’escalation di violenza che non può non preoccupare. Ci sentiamo così più soli e spaventati, ciascuno chiuso nel proprio dolore e nel proprio risentimento, incapaci di ascoltare il vissuto degli altri. In questo clima sembra impossibile aprire cammini di ascolto e di riconciliazione. Tutti vogliono avere l’unica ragione. Purtroppo, dobbiamo riconoscerlo sinceramente, questo stile poco evangelico, segna a volte anche alcune dinamiche nelle nostre Comunità ecclesiali, gruppi, associazioni e parrocchie. Come ci ricorda papa Leone nella sua recente enciclica: “Tutti dobbiamo fare un esame di coscienza sulle parole che usiamo, sui pregiudizi, di cui esse sono impregnate, e sulla aggressività, aperta o larvata, che le abita”[9].

Non vorrei però limitarmi ad elencare solo le negatività, ma anche incoraggiare e gioire per chi invece percorre le vie del bene. Per chi, come san Francesco, attraversa frontiere e costruisce ponti di dialogo tra popoli e anche nel tessuto concreto della nostra Città.

Penso a molte realtà, cristiane e non, ad alcune associazioni, che nel nostro territorio, con creatività e impegno, si spendono per costruire la pace, esponendosi a forti rischi. Anche là dove il conflitto non sembra lasciare altro che macerie, ci sono germogli di speranza. Perché il cuore di ogni persona e i popoli del mondo desiderano ardentemente la pace. A questa chiamata, di Dio e dell’uomo, dobbiamo rispondere coraggiosamente.

  1. Quattro passi per la pace

Se questo è vero, occorre invertire la rotta, cioè convertirci. Papa Leone è con noi attraverso il suo “magistero della pace”. Nella recente visita a Lampedusa, lo scorso 4 luglio, ha detto che non abbiamo più scuse, che «siamo entrati in un millennio in cui dare forma spirituale, culturale, giuridica, politica, economica alla civiltà dell’amore. L’enormità del dolore che osserviamo ci faccia cogliere la radicalità di questa chiamata»[10]. Vorrei allora, in modo sintetico e concreto, proporre a tutti “quattro passi di pace”. così da camminare meglio insieme «sulla via della pace» (Lc 1,79).

  • Il primo passo da compiere è quello di educarci alla complessità, rifiutando ogni visione dogmatica o ideologica della realtà. Essa, infatti, non è mai monolitica, ma complessa e plurale. La verità è sinfonica e difficilmente un solo sguardo è capace di comprenderla per intero. Quasi mai, nelle nostre discussioni e controversie, tutte le ragioni stanno in capo ad una sola parte. Per questo, solo con il dialogo e l’ascolto attento delle diverse prospettive, è possibile cogliere la complessità dei fenomeni e così anche addivenire a scelte possibili, più condivise e lungimiranti. La realtà è superiore alle nostre idee e questo tempo in particolare chiede un discernimento più preciso e mirato. Papa Francesco ci ha insegnato che il dialogo non è una strategia, ma una necessità per leggere la complessità del mondo.
  • Il secondo passo che ci attende è il dovere di ammansire il lupo che è in ciascuno di noi, lo dobbiamo ammettere con profonda umiltà. Sarebbe un errore credere che il mondo si divida in lupi ed agnelli. La realtà è, appunto, più complessa. Il lupo e l’agnello, infatti, convivono in ciascuno di noi e ogni giorno ci è data l’occasione di decidere se scegliere di nutrirci attraverso la mitezza, o piuttosto coltivare la nostra aggressività. “Ognuno dispone di un proprio ambito di azione, e lì, non altrove, è chiamato a scegliere se alimentare la logica della forza, oppure custodire la logica della pace con verità, sobrietà, prossimità, cura”[11]. I Padri del deserto ci hanno insegnato che la vera lotta non è esterna a noi, contro il mondo, ma nel silenzio e nel segreto del cuore. Tocca a noi, in una lotta spirituale, disarmare il nostro “lupo interiore”, cioè la collera, l’invidia, la gelosia, la tristezza, l’orgoglio, il risentimento, l’arroganza. Chi vincerà? Il lupo o l’agnello che è in noi? Quello che avremo nutrito di più!
  • Il terzo passo da percorrere è di sentirci tutti un “noi che include”. San Francesco non vive la santità come un’avventura solitaria, ma cammina nella via del Vangelo insieme a dei compagni che volle si chiamassero tra loro frati, cioè fratelli. Senza distinzioni, tutti fratelli e sorelle. La nostra è, invece, una società di figli unici, non tanto nel senso biologico, ma lo è ogni volta che fatichiamo a comprendere che l’amore sa allargarsi senza diminuire. Di fronte ai gesti ostili, ai discorsi carichi di rancore, alle vendette quotidiane, occorre ricostruire con pazienza e umiltà i ponti spezzati. La fraternità è espansiva. San Francesco aprì così tanto il cuore da riconoscere non solo in ogni persona, ma anche in ogni creatura che è nel mondo un fratello e una sorella. Il Cantico delle Creature è una splendida lode a Dio e insieme un inno alla fraternità universale. Rispetto a ciò si gioca oggi per noi una sfida decisiva. Siamo invitati a respingere ciò che è contrario a una vera crescita e a riconoscere in tutti dei fratelli e delle sorelle, unici compagni nello stesso cammino della vita. L’altro non è un concorrente ostile, né un nemico da combattere, ma un figlio prezioso e amato da Dio, allo stesso modo con cui Dio ama me. La vera forza si nasconde nei gesti semplici, negli sguardi benevoli, nella pazienza dei giorni. Nel cuore dei discepoli di Gesù non c’è spazio per supremazie degli uni sugli altri. Dobbiamo uscire da questa ambiguità: ogni volta che diciamo “prima io”, “prima noi” è tradito il vangelo di Gesù. La storia ci ha già insegnato dove conduce la strada della supremazia di uomini su altri uomini. Torno a citare la lettera pastorale del Patriarca di Gerusalemme: «Tutti noi siamo una sola famiglia, non un arcipelago di isole. Accoglienza significa guardare all’altro, qualsiasi altro, non come ad un estraneo da tollerare, ma come un dono. Significa lasciarsi interrogare dalla sua diversità, lasciarsi arricchire. Significa uscire dalla logica del “noi” e “loro”, per entrare in quella dell’unico “noi” che include»[12].
  • Quarto e ultimo passo per la promozione della pace è quello di disarmarci e disarmare, scegliendo parole e gesti non violenti. In una società complessa e molteplice, come in ogni comunità civile o religiosa, è inevitabile che ci siano conflitti, è naturale, e ciò non deve spaventare. Non si tratta di evitare il conflitto, ma di imparare ad affrontarlo come momento di crescita, senza paura. La stessa democrazia vive del confronto tra idee diverse che, pur all’interno di comuni valori, si confrontano anche vigorosamente. Ciò su cui occorre vigilare è la distinzione tra legittimo confronto e delegittimazione reciproca, tra critica e disprezzo. C’è una soglia che non deve essere varcata: quella in cui l’avversario viene considerato un nemico e l’altro viene espulso dallo spazio comune.

Ad insegnarci il disarmo è Gesù che a ciascuno di noi, come a Pietro, comanda di rimettere «la spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno» (Mt 26,52). Gesù ci avverte che la violenza innesca una spirale che è poi difficile fermare. Occorre che qualcuno – e sono i forti e i grandi della Storia – scelga di spezzare questa catena. «Chi semina vento raccoglie tempesta» (Os 8,7), al contrario, invece «per coloro che fanno opera di pace viene seminato nella pace un frutto di giustizia» (Gc 3,18).

La non violenza non è passività, né ingenuità. Al Concistoro dello scorso 27 giugno ho ascoltato da papa Leone queste parole: la non violenza «è una forma profondamente evangelica di abitare la storia, frutto della contemplazione del modo di agire di Gesù. Non consiste nella rinuncia al conflitto, né in un atteggiamento passivo, ma nello scegliere di affrontarlo senza riprodurne la logica. Essa non rinuncia alla verità, né tace il male, ma rifiuta di difenderla con la violenza e di trasformare l’altro in un nemico: comincia disarmando se stessi. Essa rivela così la logica della Pasqua, nella quale l’amore si manifesta più forte dell’odio e il perdono spezza la spirale della vendetta. È questa la forza del Crocifisso risorto: una forza che non distrugge il nemico, ma rende possibile ritrovare un fratello»[13].

È ciò che ha fatto san Francesco, aiutandoci a comprendere che la vera sicurezza è nel disarmare il nemico trasformandolo in un amico. Non è in dubbio la difesa, pur legittima, nei limiti della morale e della legge. Il male non si vince contrastandolo con le stesse armi, piuttosto sradicandolo nelle sue radici. Scrive san Paolo: «se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere (…) Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene» (Rm 12,20-21).

Conclusione

Nell’enciclica “Magnifica Humanitas”, papa Leone ci incoraggia a costruire la pace prendendo forza dall’esempio di tanti testimoni che «hanno contribuito a rendere più umana la storia». Tra questi indica alcune donne, miti e forti: madre Teresa di Calcutta, Dorothy Day e l’educatrice italiana Maria Montessori[14]. In questo tempo di conflitti e di crisi drammatica della diplomazia, mi piace ricordare anche la splendida figura dell’ambasciatore Luca Attanasio, cresciuto a Limbiate (provincia di Monza) e ucciso in Congo nel febbraio 2021 a soli quarantatré anni. Un giovane cristiano credibile che ha fatto dell’amicizia tra i popoli la sua ragione di vita, di studio e di lavoro. La nostra gente, e i giovani soprattutto, sanno riconoscere con un fiuto particolare i costruttori di pace e la forza profetica dei testimoni della fede.

In conclusione, vorrei ricordare un uomo colmo di mitezza, che proprio in questa nostra Città è stato un testimone tenace di fraternità, capace di avvicinare tutti, specialmente i più emarginati: don Roberto Malgesini, di cui abbiamo avviato l’iter per la beatificazione. Il suo esempio di dolcezza e mansuetudine, ci consola con la certezza che la santità di Dio, come ai tempi di san Francesco, ancora cammina sulle nostre strade.

Anche a noi è data la responsabilità gravosa di scegliere come percorrere le strade della vita: con l’aggressività dei lupi o con la mitezza degli agnelli? La voce di Gesù, che risuona nel Vangelo, non ci lascia dubbi e ancora ci affida il dono e l’impegno della pace. «Ciascuno faccia della pace la causa della propria vita»[15].

Oscar card. Cantoni

Vescovo di Como

Basilica di sant’Abbondio, Como, 30 agosto 2026

[1] F. Bustillo, La necessità di riparare. Oltre la violenza nelle relazioni, San Paolo, 2026, p.24.

[2] Concilio Vaticano II, Costituzione Gaudium et spes, n.41.

[3] Cfr. Fioretti, cap. XXI, FF 1852.

[4] Cfr. Fioretti, cap. XXVI, FF 1858.

[5] Leggenda dei Tre Compagni, cap. VI, FF 1417.

[6] Papa Leone XIV, Visita Pastorale a Pavia, 20 giugno 2026.

[7] P. Pizzaballa, Tornarono a Gerusalemme con grande gioia, Lev 2026, p. 95.

[8] Leone XIV, Visita pastorale alla Repubblica di san Marino, 22 agosto 2026.

[9] Leone XIV, Magnifica Humanitas, n. 214.

[10] Leone XIV, Visita pastorale a Lampedusa, 4 luglio 2026.

[11] Leone XIV, Magnifica Humanitas, n.212.

[12] P. Pizzaballa, cit., Lev 2026, p.99.

[13] Leone XVI, Discorso alla conclusione del Concistoro Straordinario, 27 giugno 2026.

[14] Leone XIV, Magnifica Humanitas, nn.124-125.

[15] Leone XIV, Disarmata e disarmante. La pace è un dono, LEV 2026

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Lettera cardinale Battaglia

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Lettera

Il cardinale Battaglia: «Angelo, amico, padre, fratello»

Don Casati, «poeta della tenerezza», nel ricordo personale dell’Arcivescovo di Napoli

del cardinale Domenico BATTAGLIAArcivescovo di Napoli1 Settembre 2026Don Angelo CasatiDon Angelo Casati

Caro Angelo,
domani aspetterò la tua telefonata.
So che non arriverà.
Ma la aspetterò lo stesso.
Perché il cuore ha una sua maniera di misurare il tempo, e non conosce la morte. Conosce le attese. Le presenze. Le voci. Conosce quel momento preciso della giornata in cui qualcuno arriva nella nostra vita e, semplicemente, c’è.
Tu c’eri.
Ogni giorno.
Una telefonata. Poche parole. Una benedizione.

Una carezza

E adesso dovrò imparare una cosa che non volevo imparare: che esistono silenzi che hanno esattamente la forma di una voce che abbiamo amato.
Ma questa sera, Angelo, mentre penso a te, mi attraversa un pensiero diverso.
Forse abbiamo sempre capito male il tempo.
Diciamo che un uomo vive settant’anni, ottanta, novanta, e poi entra nell’eternità.
Come se l’eternità cominciasse dopo.
Come se Dio aspettasse alla fine della strada.
Io invece oggi penso che sia il contrario.
Nel mistero di Dio, ogni giorno della nostra vita quaggiù è un giorno sottratto all’eternità
Un giorno che Dio prende dall’infinito e consegna al tempo.
Un giorno in più per incontrarci.
Per volerci bene.
Per sbagliare.
Per ricominciare.
Per dire una parola.
Per fare una telefonata.
Per benedire qualcuno.
E allora forse tu non sei entrato oggi nell’eternità.

Ci sei tornato

E improvvisamente capisco che tutti questi anni non sono stati il tempo che ti separava da Dio.
Sono stati il tempo che Dio ha sottratto a sé per regalarti a noi.
Questo cambia tutto.
Non diminuisce il dolore.
Lo rende, semmai, più preciso.
Perché significa che ogni giorno in cui ci sei stato era un dono che non ci spettava.
Anche ieri.
Anche l’ultima parola.
Anche l’ultima benedizione.
Perfino l’ultima volta in cui abbiamo detto «a domani» senza sapere quanto fosse immensa quella parola.

A domani

Forse tutta la fede cristiana sta lì.
Quando venni a trovarti, nella tua stanza vidi una fotografia appesa al muro.
Una sola.
David Maria Turoldo.
Eravate stati amici.
Ricordo quella fotografia perché oggi mi sembra quasi una profezia rimasta per anni appesa a una parete.
Lui aveva il fuoco nelle parole.
Tu avevi un altro dono.
La tenerezza.
Turoldo, poeta del fuoco.
Casati, poeta della tenerezza.
Ma la tua tenerezza non era il garbo innocuo degli uomini miti.
Era una cosa molto più seria.
Era il tuo modo di resistere.
Hai attraversato una Chiesa che qualche volta ha avuto paura delle domande continuando a fare domande.
Hai attraversato un mondo che alzava la voce continuando a parlare piano.
Hai incontrato uomini che chiedevano giudizi e hai preferito ascoltare.
Hai incontrato ferite e non hai avuto l’arroganza di spiegarle.
Ti sei avvicinato.
E forse, Angelo, tutto quello che hai scritto, predicato, cercato, alla fine può stare dentro un verbo soltanto:
avvicinarsi.
Perché è questo che fa Dio.
Si avvicina.
Forse il Vangelo è infinitamente più semplice di quanto siamo riusciti a farlo diventare.
Dio si avvicina all’uomo.
E l’uomo, quando finalmente lo comprende, comincia ad avvicinarsi agli altri.
Tu lo facevi.
Anche con una telefonata.
Ogni giorno mi benedicevi.
E oggi quella benedizione mi appare per ciò che veramente era.
Non una formula.
Non il gesto di un prete.

Una carezza

Era il tuo modo di dirmi: io so che ci sei.
E non c’è forse benedizione più grande.
Per questo oggi non voglio parlare del grande sacerdote, dello scrittore, dell’uomo spirituale, della voce libera della Chiesa.
Altri lo faranno.
Io voglio pronunciare tre parole molto più povere.
E molto più vere.
Amico.
Padre.
Fratello.
Amico, perché con te potevo arrivare senza prepararmi.
Padre, perché non mi hai mai chiesto di diventare simile a te.
Fratello, perché per parlarmi di Dio non sei mai salito un gradino più in alto.
Sei rimasto accanto.
Alla stessa altezza.
Quella degli occhi.
E forse è proprio lì che Dio preferisce farsi incontrare.
Non sopra le nostre teste.
All’altezza degli occhi.
Adesso rimane il silenzio.
Domani verrà il momento della giornata in cui il mio cuore aspetterà la tua voce.
Per un istante dimenticherò.
Poi ricorderò.
E farà male.
Ma proverò a pensare che non manca qualcosa al mio domani.
È stato dato qualcosa a tutti i miei ieri.
Un giorno sottratto all’eternità.
Poi un altro.
Poi un altro ancora.
Fino a fare una vita.
La tua.
Quella che Dio ha prestato al nostro tempo.
E che ora il tempo gli restituisce.
C’è ancora quella fotografia, Angelo.
Turoldo.
Una sola immagine sulla parete.
Mi piace pensare che adesso quella distanza non esista più.
Il poeta del fuoco e il poeta della tenerezza.
Chissà cosa vi sarete detti.
Anzi, spero niente.
Perché avete passato una vita a cercare parole capaci di dire Dio.
Adesso non servono più.
Adesso sapete.
E forse il Paradiso è proprio questo:
il luogo in cui finalmente tacciono tutte le parole su Dio,
perché resta soltanto Dio.
Vai, Angelo.
O forse no.
Torna
Torna a quell’eternità alla quale, per tutti questi anni, Dio ti aveva sottratto per donarci un amico, un padre, un fratello.
E domani, quando senza pensarci aspetterò ancora la tua telefonata, non dirò che non sei più qui.
Dirò soltanto che la tua benedizione deve aver trovato un’altra strada.
Perché certe carezze non finiscono.
Cambiano distanza.
Ciao, Angelo.
Grazie per tutto il tempo che l’eternità ci ha regalato di te.

Mimmo

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S.Agostino

Dalle «Confessioni» di sant’Agostino, vescovo

(Lib. 7,10, 18; 10, 27; CSEL 33, 157-163. 255)

Eterna verità e vera carità e cara eternità!

     Stimolato a rientrare in me stesso, sotto la tua guida, entrai nell’intimità del mio cuore, e lo potei fare perché tu ti sei fatto mio aiuto (cfr. Sal 29, 11). Entrai e vidi con l’occhio dell’anima mia, qualunque esso potesse essere, una luce inalterabile sopra il mio stesso sguardo interiore e sopra la mia intelligenza. Non era una luce terrena e visibile che splende dinanzi allo sguardo di ogni uomo. Direi anzi ancora poco se dicessi che era solo una luce più forte di quella comune, o anche tanto intensa da penetrare ogni cosa. Era un’altra luce, assai diversa da tutte le luci del mondo creato. Non stava al di sopra della mia intelligenza quasi come l’olio che galleggia sull’acqua, né come il cielo che si stende sopra la terra, ma una luce superiore. Era la luce che mi ha creato. E se mi trovavo sotto di essa, era perché ero stato creato da essa. Chi conosce la verità conosce questa luce.
     O eterna verità e vera carità e cara eternità! Tu sei il mio Dio, a te sospiro giorno e notte. Appena ti conobbi mi hai sollevato in alto perché vedessi quanto era da vedere e ciò che da solo non sarei mai stato in grado di vedere. Hai abbagliato la debolezza della mia vista, splendendo potentemente dentro di me. Tremai di amore e di terrore. Mi ritrovai lontano come in una terra straniera, dove mi pareva udire la tua voce dall’alto che diceva: «Io sono il cibo dei forti, cresci e mi avrai. Tu non trasformerai me in te, come il cibo del corpo, ma sarai tu ad essere trasformato in me».
     Cercavo il modo di procurarmi la forza sufficiente per godere di te, e non la trovavo, finchè non ebbi abbracciato il «Mediatore fra Dio e gli uomini, l’Uomo Cristo Gesù» (1 Tm 2, 5), «che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli» (Rm 9, 5). Egli mi chiamò e disse: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14, 6); e unì quel cibo, che io non ero capace di prendere, al mio essere, poiché «il Verbo si fece carne» (Gv 1, 14).
     Così la tua Sapienza, per mezzo della quale hai creato ogni cosa, si rendeva alimento della nostra debolezza da bambini.
     Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Ed ecco che tu stavi dentro di me e io ero fuori e là ti cercavo. E io, brutto, mi avventavo sulle cose belle da te create. Eri con me ed io non ero con te. Mi teneveno lontano da te quelle creature, che, se non fossero in te, neppure esisterebbero. Mi hai chiamato, hai gridato, hai infranto la mia sordità. Mi hai abbagliato, mi hai folgorato, e hai finalmente guarito la mia cecità. Hai alitato su di me il tuo profumo ed io l’ho respirato, e ora anelo a te. Ti ho gustato e ora ho fame e sete di te. Mi hai toccato e ora ardo dal desiderio di conseguire la tua pace.

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Discorsi del Papa al meeting di Rimini 22 agosto 2026

La Santa Sede

the holy see

INCONTRO DEL SANTO PADRE
CON I PARTECIPANTI AL
47° “MEETING PER L’AMICIZIA FRA I POPOLI”

Fiera di Rimini
Sabato, 22 agosto 2026

[Multimedia]

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Saluto spontaneo del Santo Padre all’Auditorium

Saluto del Santo Padre ai partecipanti al Meeting (Villaggio Ragazzi)

Discorso ai partecipanti al Meeting (Grande Auditorium)

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Saluto spontaneo del Santo Padre all’Auditorium

Buongiorno!
Ciao, ragazzi! Buongiorno!

Non sapete quanto è bello vedere tutti voi qui insieme. E siete solo una piccola parte, perché dall’altra parte ce ne sono di più. Bravissimi!

Grazie, grazie! Gli applausi più forti devono essere per Gesù Cristo: siamo tutti discepoli di Gesù!

Grazie! Ci sono tante opportunità qui per riflettere sulla nostra vita, sulla società, sulla fede. Ne ho appena visto una, che parla della vita di Sant’Agostino, che parla dell’amore.

L’amore è la forza che può veramente cambiare il mondo. «Se noi tutti vogliamo cambiare il mondo, cominciamo con noi stessi», dice Sant’Agostino. Il vostro cuore, il nostro cuore, che è così grande, così capace di amare, non deve essere mai chiuso. Cerchiamo tutti la strada per camminare insieme, per costruire un mondo di pace e di amore.

Grazie a voi! Continuate con questo bellissimo cammino. Vivete sempre con questo entusiasmo e vedrete che possiamo davvero costruire un mondo di pace e di amore.

Tanti auguri!

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Saluto spontaneo del Santo Padre al Villaggio ragazzi

Buongiorno a tutti!

Grazie! Grazie! Grazie per essere qui; grazie per questa accoglienza e per questo entusiasmo che è segno dello Spirito!

Ascoltate un momento … Anni fa San Giovanni Paolo II disse: «Se il mondo di oggi ha bisogno di qualcosa, è la comunione».

Ancora oggi possiamo ripetere le stesse parole. E se ci sarà comunione nel mondo, comincia con voi giovani, perché voi sapete costruire la comunione con l’amicizia, sapete rispettarvi gli uni gli altri per costruire la pace e il mondo ha bisogno di voi, del vostro entusiasmo, della vostra carità, della vostra fedeltà.

Dio benedica tutti voi e che siate sempre fedeli a Gesù Cristo.

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Discorso del Santo Padre

Cari fratelli e sorelle!

Sono felice di incontrarvi a Rimini, negli ambienti che vi sono cari per l’impegno, la creatività e il dialogo che il vostro appuntamento di fine agosto da anni è in grado di mobilitare. Ringrazio il Presidente Scholz e il Dottor Prosperi per il loro saluto.

In questo momento storico comprendiamo più profondamente la profezia che quasi mezzo secolo fa venne inscritta nel nome dato a queste giornate: “Meeting per l’amicizia fra i popoli”. Come vi disse San Giovanni Paolo II, «già solo il pronunciare queste parole rallegra il cuore: “Incontro”! “Incontro di amicizia”! “Amicizia tra i popoli”! Parole che acquistano un particolare significato in queste ore, spesso drammatiche, della storia del mondo» (Discorso al III Meeting per l’amicizia tra i popoli, Rimini, 29 agosto 1982).

Anche oggi la pace è custodita e diffusa da persone che amano incontrarsi e non temono di confrontarsi. Papa Francesco con l’Enciclica Fratelli tutti ci ha insegnato a coltivare l’amicizia sociale, che rappresenta il volto pubblico, dinamico e concreto della fraternità. Riconoscendoci, infatti, nella dignità di figli di Dio, veniamo a contatto con ciò che accomuna originariamente gli esseri umani, al di là di ogni diversità, separazione o conflitto. Possiamo immedesimarci l’uno nell’altro, ascoltarci e diventare amici, tra persone e quindi anche tra popoli. Prima di confini, definizioni e istituzioni ci sono sempre le persone. Questa consapevolezza è al cuore del cristianesimo: voi lo sapete, perché siete stati educati a leggere il Vangelo come rivelazione di Dio che si fa incontro, avvenimento, sguardo, esperienza, risvegliando in ciascuno il desiderio di essere amato e di amare. In tal modo, non avete fatto del “Meeting” una sorta di enclave: al contrario, esso è diventato un crocevia per la Chiesa e per la società, un incontro che moltiplica gli incontri e ispira nuovi cammini.

Ringraziamo il Signore per questa eredità viva, che vi dà una grande responsabilità storica, nella comunione più grande della Chiesa, a servizio di un’umanità che ha fame e sete di giustizia. Come ci ha insegnato il Concilio Vaticano II, infatti, «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore» (Cost. past. Gaudium et spes, 1). Sì, cari amici, è l’ora della responsabilità, specialmente per chi molto ha ricevuto da una millenaria tradizione di fede che si fa cultura. Le diverse edizioni del “Meeting”, in effetti, hanno saputo attingere al grande patrimonio del passato le ragioni che vi impegnano oggi nel confronto con l’arte, la musica, la letteratura, la scienza, l’economia  e con ogni espressione dell’animo umano. Anche il titolo scelto per questa edizione, tratto dall’ultimo verso della Divina Commedia, ci sospinge verso la storia di cui Dio è Signore. «L’amor che move il sole e l’altre stelle» non è scomparso, non ha perso vigore, né intensità, sebbene sia un amore che rimane volentieri silenzioso, a differenza delle forze rumorose che sconvolgono la terra, il cielo e tutte le creature.

Sì, l’amore muove! «Fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (Mt 5,45). Così Gesù descrive la perfezione di Dio, manifestando lo scarto tra la generosità del suo agire e la ristrettezza dei pensieri umani. La realtà soffoca nei nostri calcoli e respira nella gratuità di Dio. Non a caso i miei Predecessori – San Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco – hanno tutti indicato la misericordia divina come punto di impatto tra il Vangelo e le “cose nuove” di quest’epoca drammatica e meravigliosa. Seguire Gesù Cristo dopo le tragedie e le ripartenze del XX secolo implica, infatti,una lucida consapevolezza: il male non si combatte col male. Come in cielo, così in terra l’amore è la legge della vita, il metodo della redenzione, del Messia crocifisso. Al falso realismo, che riarma le menti, le parole e le nazioni, la cultura cattolica ha oggi da opporre il realismo della misericordia, per il quale non possono esistere nemici e tutti, anche gli avversari, sono fratelli e sorelle da guardare negli occhi e incontrare nella verità. Il peccato esiste, certo, ma più forte è l’amore redentore di Cristo, che ci impegna a purificare pensieri, interessi, abitudini, frequentazioni, progetti, investimenti – ogni aspetto della vita – da tutto ciò che la cultura della potenza ha inquinato.

Tra voi non mancano competenze, responsabilità e risorse da mettere a servizio di un’autentica conversione di popolo. «L’ossessione di preservare la propria gloria, la propria “dignità”, la propria influenza non deve far parte dei nostri sentimenti. Dobbiamo perseguire la gloria di Dio, e questa non coincide con la nostra. La gloria di Dio che sfolgora nell’umiltà della grotta di Betlemme o nel disonore della croce di Cristo ci sorprende sempre» (Francesco, Discorso al V Convegno Nazionale della Chiesa Italiana, Firenze, 10 novembre 2015). Liberiamo, dunque, la convivenza dal sospetto, la cultura dalla prepotenza, l’educazione dall’ideologia, il lavoro dall’idolatria del profitto, la tecnologia e la finanza dai business della morte. A partire dalle organizzazioni che abbiamo generato e nelle quali operiamo, smascheriamo i rapporti di potere ingiusti, alla radice di povertà e diseguaglianze, della guerra e dei disastri ambientali. Disarmiamo lo sviluppo tecnologico quando si fa pervasivo e distruttivo. Occorrono pionieri coraggiosi, che comincino dalla propria inversione di rotta a rendere convincente e credibile la conversione richiesta a tutti.

Non ci sia soltanto chi soffia sul fuoco della stanchezza e della disperazione; ci sia anche chi riaccende sogni e visioni! Le due strade sono incompatibili, perché una sfrutta la divisione, l’alienazione e la disperazione, l’altra serve il Regno di Dio e la sua giustizia. «In un mondo attraversato da tante manovre che puntano a conquistare mercati e spazi di influenza, spesso rivestite da retoriche rassicuranti e costruzioni ideologiche seducenti, il nostro cuore avverte il bisogno di scoprire un disegno diverso, sapiente e benevolo, simile a quello che Maria contempla nel Magnificat, quando proclama che di generazione in generazione la misericordia di Dio si stende su quelli che lo temono. Questo disegno di misericordia attraversa la storia anche oggi, dentro i passaggi più rapidi e inquieti segnati dagli algoritmi, dalle reti globali, e diventa la bussola per un’esistenza evangelica nell’era digitale. Al centro sta il mistero dell’Incarnazione» (Lett. enc. Magnifica humanitas, 230-231).

Cari amici, la bellezza disarmata di questo Mistero domanda di correre “il rischio educativo” di cui vi parlò don Giussani. Egli intuì che «il metodo educativamente più capace di bene non è quello che vive di fuga dalla realtà, per affermare separatamente il bene, ma quello che vive della promozione del bene nel mondo». [1] E insisteva: «Nel mondo significa nel confronto con la realtà intera, confronto rischioso, se così lo si vuol chiamare; ma meglio sarebbe dire impegnativo». [2] Fratelli e sorelle, assumiamoci adesso questa responsabilità, che è impegno con Cristo e impegno con il nostro mondo!

Cari giovani, siete tanti qui, parecchi come volontari. Siete segno che il futuro è una promessa, non una minaccia! Molti non lo credono più, sia fra gli adulti, sia fra i giovani. Silenziosamente, però, «l’amor che move il sole e l’altre stelle» sospinge ancora alla speranza. L’ho avvertito intensamente fra i vostri coetanei in Libano, in Africa e in Spagna. L’amore muove, urge, risveglia dal torpore, suscita nuove vocazioni e chiama a rischiare. Mettetevi in gioco! Apritevi a una vera cattolicità, allargando i vostri legami oltre ogni appartenenza troppo ristretta. Il Movimento, i gruppi, le comunità siano un trampolino da cui tuffarvi nell’intera realtà. Contrastate ciò che vorrebbe allontanarvi da fratelli e sorelle di culture, sensibilità e provenienze diverse, specialmente dai più poveri. Uscite, invece, incontro a tutti!

Ad ogni latitudine, in particolare ai margini e fra coloro che soffrono, troverete chi è già pronto a costruire la civiltà dell’amore. Non permettete a nessuno di sminuire questa parola, che è il nome stesso di Dio: «Dio è amore» (1Gv 4,16). Nell’amore non c’è mai costrizione, indottrinamento; mai seduzione, inganno, arruolamento. C’è amore solo nella libertà, nel confronto vivo, nel dono generoso di sé.

Cari giovani, oggi il mondo sembra stupirsi della vostra adesione a Cristo, dell’attrazione che sentite per Lui e per la sua Parola, della vostra appartenenza alla Chiesa. Che siate cristiani è oggi per molti una sorpresa! Eppure, senza clamore, «per mezzo vostro la parola del Signore risuona» (1Ts 1,8). Lo scriveva san Paolo alla giovanissima comunità di Tessalonica. E continuava: «La vostra fede in Dio si è diffusa dappertutto, tanto che non abbiamo bisogno di parlarne» (ibid.). Non è una questione di numeri, sebbene commuovano le migliaia di vostri coetanei che chiedono il Battesimo in società considerate tra le più secolarizzate del mondo. È una questione di libertà: la verità si incontra solo nella libertà.

Lo stiamo comprendendo sempre meglio, entro circostanze storiche che riattivano le domande più umane e un desiderio infinito di senso, di giustizia e di pace. Così, una certa perdita di influenza, che noi adulti abbiamo forse temuto e combattuto, doveva rivelarci che possiamo stimare di più la potenza del Vangelo, dei legami che genera, della logica che accende, della vita che fa sorgere. Come hanno ripetuto più volte i miei Predecessori, «la Chiesa non fa proselitismo. Essa si sviluppa piuttosto per attrazione». [3] È l’attrazione per un modo di abitare il mondo, a proposito del quale don Giussani provocatoriamente domandava: «Si può vivere così?». [4]

Già nel II secolo, d’altra parte, l’anonimo autore della Lettera a Diogneto riconosceva che i cristiani «si propongono una forma di vita meravigliosa e, indubbiamente, paradossale» (V, 4). Certo, dobbiamo ammettere che portiamo questo tesoro “in vasi di creta” (cfr 2Cor 4,7) e che spesso la credibilità della nostra testimonianza personale e comunitaria è segnata dal limite e dal peccato. Ma è il Signore che ci rialza sempre, come singoli e come comunità!

Cari amici, amate sempre la Chiesa! Amate e preservate l’unità. Merita di pronunciarlo di nuovo “Amate sempre la Chiesa!”. Cari amici, amate e preservate l’unità della “compagnia” attraverso la quale Cristo vi ha raggiunti e vi attrae a sé. Come ebbe a dirvi Papa Francesco in occasione del centenario della nascita del vostro fondatore, «anche i momenti difficili possono essere momenti di grazia e possono essere momenti di rinascita. Comunione e Liberazione nacque proprio in un tempo di crisi, quale fu il ’68. In seguito, don Giussani non si è spaventato dei momenti di passaggio e di crescita della Fraternità, ma li ha affrontati con coraggio evangelico, affidamento a Cristo e in comunione con la madre Chiesa» (Francesco, Discorso ai membri di Comunione e Liberazione, 15 ottobre 2022).

Ebbene, carissimi, proprio nel travaglio del cambiamento d’epoca, in questo mondo lacerato da molteplici crisi, possiamo riscoprire «il “gusto spirituale” di essere Popolo di Dio, riunito da ogni tribù, lingua, popolo e nazione, che vive in contesti e culture diverse […] ancora pellegrinante nel tempo e già in comunione con la Chiesa del cielo» (XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, Documento finale, n. 17). In questi ultimi anni, abbiamo riscoperto la dimensione sinodale e missionaria del nostro essere Chiesa, che ci chiama anzitutto a imparare ad ascoltarci a vicenda. Il dono dell’ascolto è qualcosa che, penso, tutti riconosciamo, ma che spesso si è perso in alcuni settori della Chiesa. Dobbiamo continuare a scoprire quanto è prezioso, a cominciare dall’ascolto della Parola di Dio, dall’ascolto reciproco, dall’ascolto della saggezza che troviamo in uomini e donne, in membri della Chiesa e in quanti sono alla ricerca della verità, ma che ancora non sono, e forse non saranno mai membri della Chiesa» (Discorso ai partecipanti al Giubileo delle Equipe sinodali e degli Organismi di partecipazione, 24 ottobre 2025).

È un cammino che richiede anche il rinnovamento di ogni realtà associativa e movimento ecclesiale. Vi invito, sia all’interno del Movimento di Comunione e liberazione, sia nelle Chiese particolari a cui ognuno di voi appartiene, a fare questa esperienza del camminare insieme: ognuno ascolta, si lascia trasformare dalla fede altrui e insieme, sotto la guida dei pastori, si maturano nuove consapevolezze, passi ulteriori, obbedienze coraggiose allo Spirito Santo. Sinodalità non è il nome di un processo, ma la natura di un popolo che nell’amicizia e nell’incontro con l’altro avverte di appartenere a Dio solo. Allora l’autorità si converte in servizio, che onora le diversità e ne facilita l’armonia. Questo stile costituisce in quest’epoca travagliata un vero e proprio segno dei tempi. Testimoniamo che ogni carisma è per l’utilità comune, che ogni ricchezza si moltiplica se condivisa, che ogni paura può essere superata: dobbiamo renderlo tangibile, credibile, desiderabile. Saprete farlo, cari amici, sulla scia del vostro fondatore, coltivando l’unità tra voi, con coloro che sono chiamati a guidare il Movimento, con la Sede Apostolica che vi ha riconosciuto e con il Successore di Pietro. Lo Spirito Santo ci educhi alla pratica della comunione. Ce ne doni il gusto, la stima, la speranza. Continui a guidarci, cari fratelli e sorelle, quell’Amore “che move il sole e l’altre stelle”. Grazie!

Grazie! Grazie!

Elemento fondamentale in ogni comunità cristiana è la preghiera. Allora, adesso, invito tutti a pregare la Preghiera che Gesù ci ha insegnato:

Padre Nostro…

Benedizione

Grazie e buon cammino!

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[1] L. Giussani, Il rischio educativo, Milano 2014, 106.

[2]  Ibid.

[3] Benedetto XVI, Omelia nella Messa inaugurale della V Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi, Aparecida (13 maggio 2007). Francesco, Catechesi (11 gennaio 2023).

[4] Cfr L. Giussani, Si può vivere così?, Milano 2007.

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San Francesco e la via della piccolezza

Padre Roberto Pasolini

Spunti da una meditazione del 05 Maggio 2026

SAN FRANCESCO E LA VIA DELLA PICCOLEZZA

“ La tua bontà mi ha fatto crescere, il tuo farti piccolo mi ha fatto diventare grande” Sal. 18

La piccolezza è arrivare a capire che c’è una direzione per far crescere la propria umanità.

Noi, spesso imbarazzati, nascondiamo la piccolezza agli occhi degli altri. I nostri tratti di debolezza, rappresentano in realtà  il nostro tesoro perchè quando sei piccolo puoi incontrare gli altri. Non possiamo apparire fragili, incerti, confusi, perché significherebbe avere bisogno degli altri, perché vorrebbe dire che alcune cose importanti ce le dovrebbero dare gli altri.

Poter essere piccoli davanti agli altri, più piccoli di quanto pensavamo, meno performanti!

Noi vorremmo sempre dare agli altri un aiuto, un servizio ai “ piccoli”, stando dalla parte di “ chi fa”, per sentirci buoni e bravi.

Ricevere ci piace di meno. Cristiani che chiedono aiuto ad altri!

La via della piccolezza è una strada. Allargare la mano e chiedere aiuto, per permettere ad altri di entrare nella vita eterna, dando ad altri la possibilità di fare del bene. Quindi non solo amare, ma lasciarsi amare, farsi amare. Saremo giudicati su “ se ci siamo lasciati amare” non solo se abbiamo amato, se abbiamo avuto l’umiltà di lasciarci amare.

Se ci riconciliamo con la nostra piccolezza, diventeremo amabili ( come bambini o anziani) senza accorgercene. Noi  abbiamo ancora qualche possibilità di grandezza e la sfruttiamo fino all’ultimo.

C’è un antidoto alla società pervasa da parametri di forza. Essere piccoli, camminare senza paura e vergogna, con il coraggio di percorrere la via della piccolezza che rende capaci di costruire la comunione, non più spaventati dalla piccolezza.

Piccolezza come libertà che possiamo prenderci per riconciliarci con il nostro limite, con la nostra nudità ( sulla Croce Gesù è nudo. La sua una morte minuscola, il Suo un corpo nudo che però può amare!)

La nudità è la condizione di chi ama, di chi si lascia vedere così com’è.  Ciò significa mettersi davanti all’altro nudi come se dicessimo: ho bisogno di te, in atteggiamento massimo di verità! Fare come ha fatto Gesù, andando verso gli altri dicendo : io, da solo, non ce la faccio. Smettere di avere paura della propria piccolezza, imbarazzati di ammettere che abbiamo bisogno dell’altro e che soli non possiamo vivere ( siamo relazione con l’altro).

La piccolezza è una strada non un vanto, un lusso. La vita ci dice che siamo polvere e piccoli, bisognosi degli altri. Così la morte ci farà meno paura. Percorrere il cammino che ci sta davanti con piccolezza. Una strada che aspetta i passi di ciascuno, con l’umiltà di chi non smette di imparare, con l’umiltà di percorrere una strada nuova.

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incontro con suor Benedetta e don Vincent Nagle, casa Simone di Cirene Buccinigo (Co) 06 giugno 2026 DOVE NASCE LA SPERANZA