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L'ascia nel cuore

Morte Medicalmente Assistita

L’analisi

NELLA MORTE A CURA DELLA SANITÀ LA SCONFITTA DELLE ISTITUZIONI

ROBERTO

COLOMBO

La recente morte del 59nne Domenico Zuccarella, affetto da sclerosi multipla progressiva (una forma clinica della malattia neuroinfiammatoria caratterizzata da accumulo ingravescente di disabilità), è avvenuta attraverso la procedura del cosiddetto “Suicidio medicalmente assistito”, recentemente rinominata dalla Regione Lombardia “Morte medicalmente assistita” (Mma). Un escamotage terminologico per tentare di sfuggire alla criticità etica, deontologica e giuridica dell’aiuto al suicidio da parte del personale sanitario, e che si avvale di una cosmesi semantica non difficile da smascherare.

Ampia parte dei media ha presentato la morte di Domenico al termine di una procedura interamente gestita dal Servizio sanitario regionale come una novità positiva, un successo della sanità lombarda che sarebbe stata in grado, per la prima volta di realizzare in proprio l’intero iter previsto per la “Mma”: dall’accettazione e dal vaglio della richiesta del paziente sino alla definizione delle modalità operative, dei tempi e della sede di esecuzione.

Il tutto senza ricorrere, come in altre Regioni italiane, a competenze, professionisti o strutture esterne a un ospedale pubblico. Un risultato fatto apparire come una delle conquiste di quella “eccellenza della sanità italiana ed europea” di cui si è sempre vantata la Lombardia, e giustamente in diversi settori dell’assistenza ai cittadini malati delle sue province o che provengono da altrove.

La bella notizia che molti attendevano sarebbe stata un’altra: che nessun malato inguaribile e affetto da patologia degenerativa e invalidante avesse fatto ricorso in Lombardia alla “Mma”. E questo perché avevano ricevuto – grazie ai contributi, all’organizzazione, alle strutture e al personale del servizio sanitario regionale – le cure palliative, l’attenzione alla persona in tutte le sue dimensioni fisiche, psicologiche, spirituali e affettive, e la dedizione incondizionata professionale, amicale e sociale che aiutano a ritrovare il senso del vivere anche quando tutto cospira (in noi e fuori di noi) a pensare alla morte anticipata come sola uscita di sicurezza da una vita che sembra impossibile continuare a vivere.

La morte indotta su richiesta del paziente attraverso il concorso dei medici può anche venire depenalizzata attraverso una modifica della legislazione nazionale, come chiesto dalle sentenze della Corte costituzionale per alcune circostanze, ma questo non trasforma la “Mma” in una nuova conquista della medicina.

Procurare la morte resta sempre una sconfitta, non una vittoria. Non solo per il singolo professionista sanitario ma anche per il sistema sanitario di uno Stato o di una Regione, che rappresenta tutti i cittadini nel loro dovere morale e civico di prendersi cura di quanti tra loro soffrono a causa di una malattia. Il Servizio sanitario siamo noi: è espressione della tensione individuale e sociale alla prossimità e solidarietà con chi soffre, della fraternità che abbraccia la vita, la sostiene, la ama sino alla fine.

Fino a quando non sarà fatto tutto il possibile per offrire ai malati inguaribili e ai disabili – con opportunità concrete di cura integrale della persona, gesti, parole e anzitutto testimonianza – una strada percorribile di ricomprensione del significato e del valore della vita per loro stessi e per gli altri non potremo invocare come soluzione al dramma della sofferenza patologica, psicologica e spirituale l’istituzionalizzazione dell’aiuto medicale al suicidio come prassi ordinaria della pratica clinica e dell’assistenza sociosanitaria.

Non tutta la cura e l’amore della persona sofferente è delegabile alla professionalità e umanità di medici e infermieri e all’organizzazione della sanità pubblica e privata. E sarebbe ingiusto scaricare su di loro quanto spetta ai congiunti, agli amici e alla solidarietà sociale. A ciascuno il suo compito. Ma quello che non possiamo esimerci dal chiedere alle istituzioni legislative e governative è di non regolamentare la morte prima di aver garantito a tutti e sostenuto concretamente le opportunità di non restare soli nel tempo della malattia, della sofferenza e della disabilità.

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da”Avvenire” 01.09.26

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