AQM Percorso 2025/2026 – Cappellina AMORIS LAETITIA di Muggiò
IL FINE È LA CARITA’
LA CURA DEI PROPRI CARI (1Timoteo 5, 1-8)
Martedì 12 maggio 2026 – Preghiera AQM – Maria e Rino
“Chi non si prende cura dei propri cari rinnega la fede.”
Maria
La parola di San Paolo questa sera ci provoca. Stiamo comprendendo che prendersi cura non è un
obbligo ma un modo di somigliare a Dio. Curare non è solo “fare”. È esserci. È quel tempo regalato
quando vorremmo soltanto riposare o pensare a noi stessi.
Rino
Insegnaci Signore la cura che custodisce, protegge e costruisce la pace nelle famiglie e nel mondo.
Maria
Aiutaci a capire che l’Eucaristia che adoriamo non è separata dalla nostra cucina, dal nostro divano
o dai corridoi dove ci prendiamo cura di chi soffre. La nostra famiglia è il nostro primo altare.
Rino
Come Gesù si spezza per noi nell’Eucaristia, così anche noi siamo chiamati a “spezzare” il nostro
tempo, la nostra pazienza e il nostro amore per chi ci vive accanto.
Maria
Signore Gesù, prima di metterci in adorazione davanti a Te, vogliamo consegnarti la nostra vita così
com’è, come una piccola testimonianza del tuo amore nelle nostre famiglie. Non una vita perfetta,
ma una vita vera. Una vita fatta di amore e di fatica, di giorni luminosi e di giorni pesanti, di fragilità,
di paure, ma anche di tanti piccoli gesti di cura.
Rino
Quando abbiamo letto la Parola di San Paolo, all’inizio abbiamo pensato subito alla cura dei genitori
anziani, alla malattia, alla fragilità fisica. Ma poi abbiamo capito che il Signore ci stava chiedendo
qualcosa di più profondo.
A volte pensiamo che la fede sia qualcosa di grande, quasi eroico. Invece abbiamo scoperto che la
fede si gioca soprattutto lì nelle nostre case, nelle cucine disordinate, nelle notti senza sonno, nelle
parole da trattenere, nelle mani da tendere quando si è già stanchi. Abbiamo capito che la carità non
è un’idea. È presenza. È restare.
Maria — Ci sono stati momenti in cui la vita ci ha chiesto di fermarci e di farci vicini in modo più
profondo. Quando abbiamo accolto in casa i miei genitori, e mio padre ha iniziato il difficile
cammino dell’Alzheimer, abbiamo toccato con mano tutta la fragilità della vita. È stata una scelta
d’amore, ma anche una strada fatta di stanchezza, di smarrimento e di giornate in cui il cuore si
sentiva sopraffatto. Vedere un padre che non ti riconosce più è qualcosa che attraversa
profondamente il cuore. Eppure, dentro quella malattia c’erano ancora piccoli attimi di luce.
Momenti di tenerezza. Momenti in cui riaffiorava la sua umanità fragile. E tutto questo ci parlava
ancora di amore. Nello stesso tempo cercavo di essere madre, moglie e lavoratrice…e non è stato
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semplice. E poi c’erano anche le mie fragilità. La depressione. Il panico. Io li chiamavo quasi
“compagni di viaggio”.
E proprio lì, Signore, sono iniziate le mie lunghe chiacchierate con Te. A volte parlavo arrabbiata.
A volte stanca. A volte senza nemmeno trovare le parole. Ma quelle chiacchierate mi aiutavano a
sentirti vicino.
Rino — E in mezzo a tutto questo, Tu c’eri davvero Signore. Silenziosamente. Senza fare rumore.
Ci sostenevi giorno dopo giorno, anche quando non ce ne rendevamo conto.
Maria — Poi, dopo mio padre, anche mia madre ha avuto bisogno di noi. Come un passaggio di
testimone. Ancora cura. Ancora presenza. Ancora imparare a restare. E oggi possiamo dirlo con
sincerità, Signore: non sempre abbiamo amato bene. E questo lo portiamo ancora nel cuore.
Rino — Ma forse abbiamo capito proprio questo che amare non significa essere perfetti. Amare è
continuare ad esserci. Anche fragilmente. Anche quando ci si sente piccoli.
Maria — E anche oggi, davanti alla fragilità di mio fratello, ci ritroviamo ancora una volta chiamati
ad esserci, a prenderci cura e a non tirarci indietro. Ci accorgiamo però che qualcosa è cambiato.
C’è più pace. Più accoglienza. Forse un amore un po’ più maturo.
Rino — Signore, oggi non veniamo a dirti che siamo stati capaci. Veniamo a dirti
che abbiamo provato ad amare. Con i nostri limiti, le nostre fragilità e tutta la nostra umanità.
Maria — E vogliamo dirti grazie. Perché Tu non ci hai mai lasciati soli.
Abbiamo voluto pensare ad un simbolo!
Rino — Abbiamo portato un grembiule e un pane.
Maria — Il grembiule rappresenta tutte quelle forme di amore silenzioso che spesso nessuno vede:
la cura, il servizio, la pazienza, il rimboccarsi le maniche ogni giorno.
Rino — Il pane invece ci ricorda che amare significa anche lasciarsi spezzare un po’ per gli altri,
come fa Gesù per noi.
Maria — E alla fine della preghiera, vorremmo condividere questo pane con voi. Perché questa
sera ciascuno non porti a casa soltanto delle parole, ma anche un piccolo segno concreto di fraternità
e di cura reciproca.
Maria e Rino insieme
Ti affidiamo, Signore, la nostra vita, i nostri figli, i nostri nipoti,
le nostre famiglie e tutte le persone che ci hai donato.
Insegnaci ad amare ogni giorno di più,
con una presenza vera, con un cuore più paziente, più umile e più capace di cura.
Fa’ che nelle nostre case la carità diventi vita concreta.
Perché alla fine, Signore, non ci verrà chiesto quanto siamo stati forti,
ma quanto abbiamo saputo amare…proprio lì, dove la vita ci ha chiesto di restare.
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