Categorie
La Strada News

Ritiro di AVVENTO 2025 appunti delle meditazioni

RITIRO SPIRITUALE DI AVVENTO            29-30 Novembre 2025

   Eremo di San Salvatore , erba (co)     Don Roberto Secchi

                    —————————————————-

La virtù della PAZIENZA        ( sintesi di appunti non visionati dal relatore)

 Pazienza verso Dio e verso gli altri; qualunque  attesa ha un legame con la pazienza. 

                                ——————————

(primo giorno)

La cura dell’anima

La pazienza affonda le proprie radici non nella volontà,  ma nell’anima, nel profondo di noi stessi. ( cfr: Breve storia dell’anima , G. Ravasi).

Oggi, in questo momento di silenzio e ascolto, abbiamo la possibilità di prenderci cura della nostra anima. Prendiamo, ad esempio, l’esperienza di Mosè sul monte. Togliamoci i calzari e lasciamo perdere tutto il resto, per entrare, in punta di piedi, nella nostra anima.

Il riferimento evangelico è : Mt 10, 26-33

Se l’anima scende dal suo gradino, la terra muore” ( M. Gualtieri).

Curare l’anima , anzitutto,significa  fermarsi ( da cosa e per cosa?).Chiediamoci: dov’è la tua anima?  Quando ti sei preso cura della tua anima?L’anima è scesa dal suo gradino?Cosa facciamo per prenderci cura dell’anima?

La pazienza ha le radici nell’anima, la nostra vita interiore.

Quali le paure della mia anima? Mette paura all’uomo ciò che divide( il divisore)  che soffoca l’anima. Tutte le paure, bloccando l’anima, generano inquietudine. L’amore, invece, desidera anche ciò che sembra impossibile.

Colui che ha il potere di curare l’anima è Dio. Tutte le porte sono ”sante” se portano a Dio e agli altri. Ci son  mancanze dell’anima che generano inquietudine. “Quando sei disperato, significa che qualcuno ti sta rubando l’anima “( D.M. Turoldo).Dio è speranza, non disperazione.

L’ADORAZIONE è tempo dedicato all’incontro con Dio, è prendersi cura dell’anima davanti alla  PRESENZA, di Colui che ha cura della tua anima e rimuove da essa le paure.

E’ richiesta però la libertà dell’uomo.

Liberare l’anima da tutto ciò che la spegne, come sopprimere una farfalla (psichè, farfalla; in Dante: angelica farfalla). Non lasciamoci rubare l’anima! La cura dell’anima è questione di umanità.

                                                ——————————–

( secondo giorno)

La virtù della pazienza

Riferimento evangelico : Lc 13, 6-9 (L’albero di fichi)

Considerata immagine di vita e prosperità, benedizione, dolcezza, tenerezza..

La pazienza ha le radici nell’anima, in ciò che è dentro di noi. Pazienza esprime  desiderio, attesa di qualcosa, qualcuno . Desiderio che quel certo frutto porti frutto. Se c’è desiderio può esserci pazienza: si radica nell’anima e si nutre di desiderio.

Se il Vangelo non parla alla vita è sprecato” ( D. Bonhoeffer)

Un Dio che porta vita.  E’ bene avere un desiderio di qualcosa che debba essere compiuto. Quale desiderio? Qualcosa di incompiuto ma che speri arriverà.

La pazienza è la virtù dei credenti. Dio, una mano che sostiene :”vedremo se porterà frutto per l’avvenire”.

Vedrai è il verbo della pazienza.

Forse :la pazienza è nutrita dalla parola forse. La linfa della pazienza e il forse, che offre la possibilità di non perdere la speranza.

Cura :se curo la mia anima qualcosa cambia, se curo la mia relazione qualcosa può cambiare.

La pazienza ha sempre dentro un forse che è la speranza. Il rischio è “tagliare”quando non si ha speranza. Forse… non tutto è così configurato come lo vediamo noi.

La farfalla si è posata sul fico dei forse e vedrai….  meno schemi.. più fede.

Dio suggerisce di non tagliare ma di curare … forse…. La vita è una speranza. Dio è piu’ grande dei miei schemi. Curare e non tagliare. Se abbiamo pazienza secondo Dio, ciò che abbiamo seminato, fiorirà.

Di fronte all’inquietudine dell’anima: fermarsi, raccogliersi.

Ricordare tre verbi : accorgersi (vigilanza, attenzione),attendere,sospettare (guardare dal basso in alto).

Categorie
L'ascia nel cuore

Non conquista ma crollo di civiltà

Non conquista,
ma crollo di civiltà
don Angelo Riva. IL SETTIMANALE DELLA DIOCESI DI COMO n 44 27 nov.2025


Di una cosa dobbiamo essere grati alle gemelle Alice
ed Helen Kessler: di averci fatto capire dove ci porte-
rà tutta la querelle sul suicidio assistito. Ci porterà al
suicidio libero. S’intende: non buttandoci da un ponte o sotto
un treno, ma con l’aiuto dello Stato che ci somministra, gra-
tis, un veleno adatto allo scopo. Tutto l’annoso dibattito sul
fine-vita conduce dritti lì: alla legalizzazione della libertà di
suicidarsi, di disporre della propria vita, al «diritto alla mor-
te» come ultima fruttificazione del catalogo (ormai quasi un
«menu à la carte») dei cosiddetti diritti civili. Avendo come
unico e sufficiente requisito la libertà della decisione (capa-
cità di intendere e di volere, assenza di pressioni esterne etc.).
Del resto, che sia questo il punto di caduta di tutta la questio-
ne, lo si capisce osservando la traiettoria di quei paesi che
per primi hanno intrapreso la via della legalizzazione, per
es. l’Olanda. Presso il Parlamento olandese giace un dise-
gno di legge che prevede la possibilità di richiedere il suici-
dio clinico (in struttura o a domicilio) per la pura e semplice
«stanchezza di vivere». Cioè la vecchiaia. Non quindi per la
presenza di una malattia in stadio terminale, dolori incoerci-
bili, cancro, SLA, sclerosi multipla, o altro, ma semplicemente
per…«vecchiaia»: decadimento fisico e cognitivo, umiliazione
di non essere più giovani, belli, performanti, sportivamente
tonici e sessualmente attivi, desiderio di non gravare su figli
e nipoti, paura del futuro (magari, se si è due gemelle, l’an-
goscia di non poterlo affrontare insieme). Perfetta fotografia
delle gemelle Kessler.
A questo punto c’è da chiedersi se abbia ancora senso conti-
nuare a discutere su quelle cautele suggerite dalla nostra Cor-
te Costituzionale nell’ipotesi (caldeggiata dalla stessa corte)
che anche in Italia si arrivi a legalizzare il suicidio assistito.
Le ricordiamo, tali cautele: il candidato al suicidio assistito
deve versare in malattia grave; provare dolori incontenibili;
dipendere dall’ausilio di mezzi di sostegno vitale. E’ ovvio che,
se il punto d’arrivo è quello mostrato dal caso Kessler, queste
distinzioni appaiono già superate. Quasi fossero il tentativo
di mettere un argine quando sta già L’ascia nel cuorevenendo giù la diga. Ali-
ce ed Helen non hanno avuto bisogno di essere gravemente
malate (salvo che per malattia grave si intenda anche la vec-
chiaia), non avevano dolori incoercibili, non erano collegate
a mezzi di sostegno vitale. Eppure, hanno chiesto e ottenuto
dal servizio sanitario tedesco il suicidio assistito. Puntellare
la frana (sembra di riascoltare la legge 194, laddove subor-
dinava la legittimità dell’aborto all’esistenza di un «pericolo
terapeutico») sembra a questo punto fiato sprecato.
Che fare? Distinguiamo il confronto pubblico nella società
civile da quello interno alla Chiesa. Nel dialogo col mondo il
messaggio da dare è che il suicidio assistito, benché propa-
gandato come «conquista di civiltà», rappresenta in realtà un
«crollo di civiltà». Se si diserta, anziché lottare, di fonte alla
vita difficile (la vecchiaia!), non verrà meno anche il coraggio
di vivere la vita facile? Una civiltà che non sa più affrontare
il dolore e la morte, è destinata a diventare incompetente e
afona anche sulla felicità e sulla vita. Dopata com’è dall’illu-
sione di poter scansare le asperità del vivere abbandonando
il campo. Ripensateci, amici laici. Non è un mondo più libero,
quello dove si può scegliere la morte a comando. È semplice-
mente un mondo più povero, che smette di lottare e non sa
più sperare. Necrofilo e necroforo. Per quanto riguarda invece
il confronto all’interno della Chiesa, ne parliamo a pag. 2…

Categorie
La Strada

Preghiera 11.11.25 Commento Luisella/Marco

Categorie
La Strada

Preghiera mensile Commento don Luigi

IL FINE E’ LA CARITA’

Giudicati degni di fiducia

                                      ( 11 Novembre 2025 )

       I° Timoteo 1,12-17                  Commento   don Luigi Savoldelli (sintesi)

 A    In questa sezione del I° capitolo della lettera a Timoteo Paolo parla di sé facendo un esercizio di confidenza.

Impariamo a metterci in gioco, superando la paura di parlare di sé. Come Dio è entrato nella mia vita e come mi ha cambiato?

B    Paolo si definisce un bestemmiatore, un persecutore, un violento. A Damasco accade una svolta, un cambiamento di rotta. Per Paolo avviene un cambio di prospettiva, una conversione. Una scelta che nasce da ciò che è bello. Infatti egli ringrazia e loda  il Signore per la bellezza e lo stupore di quella scelta.

Impariamo a fare memoria dello stupore del giorno in cui abbiamo fatto una scelta significativa ( matrimonio, vocazione in genere….).

C     “ Mi è stata usata misericordia”.  La misericordia è molto più del perdono. Essa rappresenta il piegarsi di Dio su di noi e rappresenta un gesto creativo che continuamente rinnova. Gesù ha voluto regalare la sua magnanimità intesa come grandezza d’animo che illumina il cammino che ci apre orizzonti nuovi.

                                                                    (appunti non rivisti dall’autore)

Categorie
Un Libro in Tasca

L’ARCOBALENO SUL RUSCELLO

UN LIBRO IN TASCA

      Rubrica bimestrale semiseria di presentazione libraria (2^uscita)

Occasionalmente in questi giorni, ci è capitato di incrociare una affermazione di S. Agostino, dottore e santo della Chiesa, che ha fornito lo spunto per la nuova proposta di lettura: “Noverim me, noverim te”, la conoscenza di sé e la conoscenza di Dio sono strettamente connesse.

Si capisce allora, che per conoscere Dio è necessario penetrare in quella stanza posizionata nel sotterraneo di casa nostra (magari mai esplorata)  rappresentata dalla dimensione interiore.

E’ da li’ che può sgorgare la  speranza che come ogni umana esperienza è fragile e si rivela agli occhi di chi è disponibile all’ascolto del mistero.Infatti “… non si può parlare della  speranza se non ci si allontana dalle distorsioni e dalle ambiguità della vita quotidiana e non si segue il cammino misterioso che porta alla nostra interiorità…”

Il saggio che presentiamo vuole essere un aiuto in questa direzione, senza fretta, step by step ( in dialetto: un basel per volta) per tentare di aumentare la  conoscenza  di sé al fine di intuire meglio il mistero di Dio.

Ci viene un aiuto uno noto psichiatra, già primario dell’Ospedale di Novara

                                     L’ARCOBALENO SUL RUSCELLO

                                            Figure della speranza 

                          di Eugenio Borgna, 1930 Raffaello Cortina Editore

Secondo il parere dell’autore la speranzaè il core, il nucleo centrale della cura e lo sguardo che trasforma l’esistenza generando luce anche nelle situazioni tristi e complesse della vita perché essa rinasce nella misericordia.

Il cammino interiore inteso come un percorso misterioso, è rintracciabile solo attraverso il raccoglimento, il silenzio e l’attenzione alle cose e all’altro. Solo così si può comprendere che la sofferenza non può essere accettata se non alla luce del mistero inteso come ricerca d’ infinito.

Ai consueti “tre lettori” (di manzoniana memoria) l’augurio di un buon cammino “nel profondo” ……..                                       

                                                                                                                        MAJOR

Categorie
La Strada

PREGHIERA MENSILE 11.11.25

Categorie
CineAQM

The end

Diretto da Joshua Oppenheimer
DANIMARCA, GERMANIA, IRLANDA, ITALIA, SVEZIA, USA, 2024.

Carla Di Donato

The End, o il musical della fine del mondo, quindi film degli opposti – prima opera di finzione per il regista Joshua Oppenheimer –, è stato girato nel 2023 nelle miniere di salgemma Italkali in Sicilia, tra le più vaste d’Europa, in un set claustrofobico, da fantascienza, ed è proprio di questo che si tratta: è il racconto di una famiglia molto agiata che, per sopravvivere al disastro ambientale e a un conflitto che ha devastato la Terra, da vent’anni si è rifugiata in un bunker, in una miniera, dove ha portato una selezione di opere d’arte e ricchezze.

La storia è paradigmatica e universale; quindi, nessuno ha un nome (proprio); i personaggi di madre (Tilda Swinton), padre (Michael Shannon), amica (Bronagh Gallagher), maggiordomo (Tim McInnerny) e dottore (Lennie James) hanno tutti assaporato la vita all’esterno, mentre il più giovane, figlio (George MacKay), è cresciuto sottoterra, senza mai vedere altri esseri umani o la luce del sole. La loro routine prevede la contemplazione degli oggetti che sono riusciti a salvare, che però non fa che allargare sempre più l’enorme vuoto di figlio. Ma tutto cambia bruscamente, quando nel bunker arriva una persona dall’esterno: ragazza (Moses Ingram).

La fantascienza distopica è quindi inserita in un ambiente claustrofobico, reso sul grande schermo dall’ossimoro tra utilizzo della macchina da presa dinamico, come nel genere musical per assecondare le sequenze cantate e ballate, e uno più statico, quasi fisso, nelle altre scene.

L’ossimoro continua nella regolare ripetizione del salto tra temi drammatici, come la fine dell’umanità, la sopravvivenza in un ambiente deserto e sul punto di esplodere da un momento all’altro – un rumore di fondo costante che ci proietta verso un’estinzione ineluttabile – e l’esibizione della finzione propria del musical, con l’esplosione imprevista di canti e balli.

Lo spettatore è prigioniero in questa rete costruita da Oppenheimer che, a differenza dei tradizionali schemi di film apocalittici, si concentra non sugli eventi, ma sulle dinamiche interne tra i personaggi, come sospeso in un onirismo inquietante, che rende la visione elegantemente disturbante, seppur certamente originale. Infatti, l’eccellente cast, l’alta qualità stilistica dell’autore del lungometraggio data dalla ricercatezza compositiva e cromatica di ogni frame, arricchita dall’opulenza dei costumi di scena di Swinton (madre), dai quadri di Renoir o dai dolci consumati ogni giorno, tutte autentiche delizie non solo del palato, ma anche del gusto estetico e filmico, sono godibili pur nel permanente senso di orrore e vuoto inteso come «assenza dell’U-mano in quanto persona e senso dell’Altro».

Questa costante convivenza degli opposti, unita alla continua divergenza tra balli, canti e dramma della fine dell’esistenza così come la conosciamo, risulta straniante, affascina e sconvolge come lampi di una tempesta distante, dall’altra parte del promontorio, quando un brivido sottile e un’attrazione latente ci attraversano. Difficile forse da reggere per l’intera lunghezza del film, che richiede un reale impegno da parte dello spettatore nell’accompagnarne il percorso e l’effetto-specchio che ne è il cuore.

La famiglia è tutto, come la parte finale del film ribadisce, ma ovunque, anche in situazioni estreme, l’homo sapiens conferma il suo naturale istinto di salvare sé stesso, annullando l’altro, cioè l’Umano: homo homini lupus.

Un film necessario? Per esserlo, dovrebbe essere oggetto di visione, non solo da parte di addetti ai lavori o critici. La sensazione è che, almeno al suo passaggio nelle sale, al di là delle proiezioni esclusive e masterclass, sia mancato proprio il suo specchio, il pubblico. Noi no. Confidiamo nella visione in streaming.

Categorie
L'ascia nel cuore

CAV escluso dall’ Ospedale di Cantù?

Lettere al direttore direttore.riva@libero.it
Egregio direttore,
come riportato con grande clamore dai media locali, il 31 ottobre la CGIL manifesterà davanti all’ospedale di Cantù per protestare contro la convenzione tra l’ospedale stesso (Azienda Socio Sanitaria Lariana) e il Centro Aiuto alla Vita. La motivazione è che questa presenza del CAV, nota associazione cattolica anti-abortista, in uno spazio laico come l’ospedale pubblico, violerebbe il principio di laicità dello Stato e soprattutto metterebbe «a rischio la libertà di scelta delle donne». Per la CGIL questo rappresenta «un rischio di interferenza con la
libertà di scelta e con la neutralità del servizio sanitario pubblico». I media locali stanno insensatamente sponsorizzando la posizione della CGIL. Di fatto la convenzione ha solo il pregio di attuare la legge 194, per lo più disattesa nelle premesse che garantiscono supporto e aiuto alle mamme in difficoltà. Mi sembrerebbe importante che almeno il Settimanale intervenga prendendo una posizione diversa e obiettiva.

Il bue che dà del cornuto all’asino è fiaba ricorrente nelle vicende umane, e l’iniziativa della CGIL nei confronti del Centro Aiuto alla Vita non fa che rinverdirla. L’accusa del sindacato ai volontari del CAV di ostacolare la libertà di scelta delle donne e di violare la laicità delle istituzioni pubbliche, ne è un perfetto esempio, perché tale accusa in realtà andrebbe rivolta a chi l’ha formulata.
I volontari del CAV non impediscono a nessuno di interrompere la gravidanza. Sono lì solo ad offrire un’altra possibilità, attraverso una vicinanza e un aiuto concreto. Sapendo che non raramente la decisione di abortire fiorisce nell’assenza di un’alternativa praticabile pro-vita. Quindi la presenza del CAV nell’ospedale non diminuisce affatto la libertà delle donne: semmai la incrementa. A diminuire la libertà delle donne è l’assenza di qualsiasi altra e diversa opportunità che non sia solo quella di abortire. A diminuire la libertà delle donne è l’espulsione, dallo spazio pubblico, di un’opinione diversa da quella del pensiero unico dominante, che qualcuno reputa essere obbligatorio per tutti. Col che abbiamo già risposto anche alla panzana della violazione della laicità di uno spazio pubblico qual è l’ospedale. Laicità vuole dire spazio aperto alle differenti opinioni e visioni della vita. Laicità è sinonimo di società aperta e inclusiva, di convivialità delle differenze, di «agorà» (piazza) dove affacciano le diverse interpretazioni della vita. Vietare la presenze del CAV in un ospedale è sinonimo di società chiusa, di pensiero unico totalitario. L’esatto contrario della laicità. Laicità è rileggere e attuare la legge 194 anche in quelle parti nelle quali è rimasta lettera morta. La legge, infatti, da una parte permette l’aborto, dall’altra promette (fin dall’art. 1) di tutelare la maternità: cioè la nascita, la vita, la mamma «con» (non necessariamente e sempre e solo «contro») il suo bambino. Le due cose, secondo la legge, vanno attuate entrambe, non l’una sì e l’altra no. Quindi la presenza dei volontari del CAV nell’ospedale non viola una legge dello Stato: piuttosto la attua. È la loro esclusione che viola lo spirito e la lettera della legge. Ma vabbè, forse stiamo solo sprecando fiato. Tanto il bue sarà sempre convinto che è l’asino ad avere le corna.

Categorie
CineAQM

programmazione ASTRA

Categorie
L'ascia nel cuore

IL SILENZIO