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L'ascia nel cuore

LGBTQ+ :evitiamo gli eccessi


STELLA POLARE | di don angelo riva

Perdurano i «rumors», in giorni di
Gay Pride e di aperture dell’AGE-
SCI (lo scoutismo cattolico) alla
presenza di capi educatori con
orientamento omosessuale o va-
riabilità di genere. «Rumors» proseguiti
questa settimana, dopo che, sullo scorso
numero del Settimanale (pag. 2 e 31), si è
cercato, in maniera spero non maldestra,
di mettere qualche punto fermo sulla que-
stione. Il nocciolo del tema sta in questo:
dobbiamo continuare a considerare la re-
lazione fra un uomo e una donna, aperta
alla procreazione, il modello elementare e
basico della sessualità, del matrimonio e
della famiglia, oppure dobbiamo dire che
si tratta solo di una delle tante varianti pos-
sibili dell’amore polimorfo, tutte ugualmen-
te valide sul piano del valore? Il legame
uomo-donna-generazione è solo un co-
strutto socio-culturale, o gli appartiene
qualcosa di unico e singolare, che ha a che
fare con la natura umana?
Nell’attesa dell’ulteriore sviluppo di questo
dibattito, potremmo però metterci d’accor-
do, perlomeno fra noi cattolici, su un paio
di eccessi sicuramente da evitare. Per
esempio: non sarebbe meglio evitare la di-
zione «LGBTQ+»? E’ un acronimo confusi-
vo, che mette insieme cose fra loro troppo
diverse. Un conto, infatti, è l’orientamento
sessuale («L» e «G», nell’acronimo): preva-
lentemente di questo dovremmo occupar-
ci. Già il transex e il transgender («T»), ossia
il tema del cambiamento di sesso e della
disforia di genere, sono realtà molto diver-
se, con risvolti anche di patologia clinica, e
meriterebbero un differente approccio. Se
poi andiamo sul bisessualismo («B») o l’i-
dentità sessuale stravagante («Q», cioè
queer), non vedo come queste realtà pos-
sano accordarsi con una corretta antropo-
logia cristiana: sono più che altro frutti del
relativismo sessuale dei costumi moderni.
Lasciamo quindi agli altri di usare la sigla
«LGBTQ+». Il «+» dell’acronimo spalanca a
troppe cose: nel pacchetto «l’amore non ha
sesso, il brivido è lo stesso» – canzone san-
remese di qualche anno fa – finiremmo per
dover includere anche la poligamia, il po-
liamore, lo scambismo…e andate avanti
voi.
Secondo eccesso da evitare: ci sono delle
richieste, avanzate dai vari «Pride», total-
mente irricevibili. Tipo la legalizzazione
della «maternità surrogata» per poter dare
un figlio alla coppia omosessuale (maschi-
le). E’ in gioco qui una evidente sgramma-
ticatura dell’umano elementare, sulla quale
che senso ha essere aperti e inclusivi? La
dignità di un bambino implica il rispetto
della sua identità biologica e gestazionale,
che non può essere sacrificata al sogno di
paternità di una coppia naturalmente infe-
conda. E poi come si concilia la dignità del
corpo femminile con l’affitto, temporaneo
e prezzolato, del suo ventre proletario, per
incubare, manco fosse un forno, un prodot-
to dell’ingegneria procreatica commissio-
nato da soggetti danarosi? E qui vorrei
esprimere un rincrescimento. Il mondo
scout, al quale appartengo, è sempre stato
una realtà anticonformista e controcorren-
te, capace, in nome dell’umano, di sfidare i
poteri forti e i «pensieri unici» delle ideolo-
gie disumane. Ora, come si fa a non vedere,
nella pratica della maternità surrogata
(ideologicamente ridipinta come «solida-
le»), una manifestazione spudorata e pac-
chiana del più bieco turbo-capitalismo bor-
ghese, che col potere dei soldi e della tec-
nologia presume di non avere limiti e di
potere tutto? Rincorrere le teorie della «flu-
idità di genere» (che hanno basi filosofiche
e scientifiche molto discutibili) rappresen-
ta oggi una delle massime espressioni del
conformismo di massa e del politicamente
corretto. Penso che il compito di un corret-
to discernimento sarebbe anche quello di
non andare dietro all’onda e di non farsi
portare dalle maree culturali. E se non sono
gli scout a farlo, chi altri?

don Angelo Riva

da IL SETTIMANALE DELLA DIOCESI DI COMO N 25, 25.06.26

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