Due processi sul fine vita, ieri, in Corte costituzionale. L’uno sui trattamenti di sostegno vitale, tema che per la terza volta torna a farsi soglia del suicidio accessibile. L’altro sulla legge 26/2025 della regione Sardegna, dedicata al “suicidio sanitario”. Sullo sfondo, una storia di giurisprudenza costituzionale sull’art. 580 del Codice penale: non viene più punito chi aiuta un suicida che è affetto da malattia irreversibile, fonte di sofferenze intollerabili, tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale, pienamente capace di prendere decisioni consapevoli.
La norma, che fuor di questa eccezione resta presidio della vita umana, dopo la mutilazione parziale del 2019 (sentenza 242) è stata riportata in sala operatoria per forzare la condizione della dipendenza dai sostegni vitali. Pareva chiaro, in origine, trattarsi di respiro, di circolo, e sia pure di nutrizione e idratazione artificiale, e simili; cioè a quei presidi mancando i quali la vita si spegne. La successiva sentenza 135 del 2024 riempì d’altro il paniere terapeutico “vitale” affiancando ai trattamenti le “procedure” (fatte da infermieri o caregivers familiari, con qualche realistico esempio di evacuazione manuale, di inserimento di cateteri urinari o aspirazione del muco dalle vie bronchiali). Cose che in concreto occorrono alla vita, e se omesse conducono alla morte. Una rilettura disomogenea, ma neppure bastevole a evitare una nuova sala operatoria nell’anno successivo (sentenza n.
66/2025) per dire che il sostegno vitale può anche non esserci perché rifiutato in anticipo.
I eri la questione si è posta di nuovo, perché per i fautori della libera morte volontaria questo requisito della dipendenza da quel dato oggettivo è un impaccio, una remora. E ha un bel dire, la Corte, ogni volta che si piccona la breccia con le ordinanze di rimessione, che c’è il rischio di abusi a danno delle persone deboli e vulnerabili, e che le «persone malate, depresse, psicologicamente fragili, ovvero anziane e in solitudine» potrebbero essere «facilmente indotte a congedarsi prematuramente dalla vita», invece che richiedere le cure, cui hanno diritto. E se finalmente irrompe la parola “cura” vien da fare un’osservazione paradossale: che la vita, la nostra vita, la vita di ciascuno di noi, malato o sano che sia, dipende da ciò che gli altri fanno per noi. Curioso che la sentenza 135 del 2024 accomuni sanitari e caregivers “familiari”: ma è la profonda inespressa intuizione del vero, che “la vita sono gli altri”, la vita è il nostro reciproco prenderci cura, in reciproca dipendenza; e se ciò manca si muore, ci sono molti modi di morire, anche da vivi, nel clima dei reciproci abbandoni.
La questione della legge 26/2025 della Regione Sardegna, così simile nel suo impianto alla legge della Regione Toscana, già passata al vaglio della Consulta con una sentenza di illegittimità costituzionale parziale, si presta a un ragionevole pronostico di ripetizione del già detto, di cui vorremmo rammentare il punto essenziali. Le Regioni possono «dettare norme a carattere meramente organizzativo e procedurale » ma le norme civili e penali di sostanza può farle solo lo Stato. Vuol dire che non possono introdurre come “legge” quella stessa “disciplina” detta dalla Corte (le quattro condizioni necessarie a scriminare l’aiuto al suicidio). Singolare davvero questo punto, e rivelatore della relazione fra l’autore delle leggi (il Parlamento) e il giudice delle leggi (la Corte costituzionale). Quest’ultima dice che la “sua” disciplina posta nel 2019 sull’art. 580 non può esser cristallizzata in “legge” come fanno le Regioni che la richiamano, perché il potere dello Stato non è usurpabile. Ciò dovrebbe riportare a chiarezza (e purezza giuridica) il senso della modifica apportata nel 2019 dalla Consulta all’art. 580 «in certe situazioni e a certe condizioni».
Il target non è il diritto del suicida a essere aiutato a uccidersi (nessuno potendo essere obbligato a praticarlo) ma l’esonero da pena dell’aiutante nei casi definiti. Così vi si intreccia l’invito, detto e gridato in tutte le pronunce, al Parlamento perché stabilisca lui, come a lui solo compete, le regole acconce. Anche diverse da quelle che la Corte affermò in quella sua originaria decisione. L’inerzia del legislatore si fa ignavia se non si dà cura di proteggere la vita dei malati e dei fragili o lascia trasformare la sanità in un ufficio che somministra la morte.
Orientamento sessuale e iden- tità di genere non sono più un impedimento, per fare il capo scout educatore di gio- vani e ragazzi? Domanda sfidante. Ce la rivolge la lettera che trovate pubblicata a pag. 31 di questo giornale. Rimando lì per una risposta più direttamente attinente al mondo scout. Vorrei qui soltanto porre alcuni punti fer- mi della questione. Il tema è anzitutto l’accoglienza e l’inclu- sività nei confronti delle persone con orientamento omosessuale o disforia di genere. Chiaro che i gruppi cattolici – e tanto più una realtà come l’AGESCI, per definizione realtà aperta, plurale, «di con- fine» rispetto all’identità cattolica – devo- no essere aperti a tutti, e capaci di racco- gliere la sfida del confronto con ogni di- versità, singolarità, storia personale. Anzi, già quel «nei confronti di» segnala che stiamo partendo col piede sbagliato: come se si trattasse di soggetti strani, o in qual- che modo non normali. In realtà gay e le- sbiche sono persone amate da Dio e figli della Chiesa, e hanno il diritto e il dovere di sentirsi a casa nella comunità cristiana. Hanno anche il diritto – e questo è il ver- sante socio-culturale della battaglia con- tro l’omofobia – di non essere più oggetto di ingiuste e odiose discriminazioni a mo- tivo del loro orientamento sessuale (vio- lenze fisiche o verbali, penalizzazioni nel- le carriere o negli ambienti di lavoro etc.). Cose, peraltro, un tempo vistosamente presenti anche nelle comunità cristiane (che erano specchio della società civile del tempo), ma di cui oggi fatico francamente a trovare tracce consistenti nelle odierne comunità cristiane. Ad ogni modo, il tema dell’inclusività e del confronto con le di- versità è certamente all’ordine del giorno, non solo dell’AGESCI, ma della Chiesa tutta. Precisato questo, rimane però da dire che eterosessualità e omosessualità non sono uguali sul piano del valore. A dirlo sono tre dati di realtà inaggirabili. Affermando i quali non si pecca di discriminazione: al contrario, cadremmo nell’egualitarismo, se li dovessimo ignorare. Il primo dato di realtà è che l’omosessua- lità non genera figli. Se non ricorrendo ad acrobazie tecnologiche (tipo la maternità surrogata), sulla cui disumanità c’è poco da discutere. Il secondo dato di realtà ri- guarda la relazione omosessuale. La ricer- ca scientifica, psicologica in particolare, ci ha molto aiutati a metterla meglio a fuoco, contribuendo a ridefinirne il senso (un tempo catalogato senza distinzioni come «vizio» di sodomia). Sappiamo perciò oggi che una relazione omosessuale può essere espressione di vero amore, affetto, cura re- ciproca, condivisione di vita. Dentro di es- sa, però, l’azione omoerotica – letta nella prospettiva del linguaggio del corpo ma- schile e femminile, e priva com’è dell’aper- tura procreativa – conserva un inelimina- bile e intrinseco disordine oggettivo. Co- me tenerne conto? Quanto cioè questo disordine oggettivo configura anche una colpa soggettiva, ossia un peccato? A questo riguardo il «minimo sindacale», secondo la morale cattolica, è di non auto- assolversi e di non presumere di essere già a posto, ma di tenere aperto un «discerni- mento personale e pastorale» (compiuto cioè in confessione con un pastore della Chiesa), così come chiesto dall’Esortazio- ne Amoris laetitia di papa Francesco (n. 300). Resta infine il fatto – terzo dato di re- altà – che una coppia omosessuale, man- cando del dimorfismo corporeo maschile e femminile e della capacità procreativa, non può celebrare un matrimonio sacra- mentale: non può essere segno dell’amore di Cristo per la Chiesa. Restano ovviamen- te le possibilità previste dalla legislazione civile, dove si oscilla, a seconda degli Stati, fra il matrimonio civile e i sistemi di regi- strazione pubblica (le «unioni civili»). Riassumendo: accoglienza e inclusività per tutti, ma figli (FI), sesso (S) e sacra- mento (SA), rimangono tre differenze di valore non aggirabili, fra eterosessualità ed omosessualità. Di cui tener conto, se vogliamo che i percorsi di inclusione e di accoglienza avvengano nel perimetro del- la verità umana e dell’antropologia cristia- na, e non diventino invece adeguamento al qualunquismo de «basta l’amore», e conformismo agli stereotipi mondani del «gender fluid». Notate che non ho ancora risposto alla questione del poter fare o no il capo, e su questo rimando a pag. 31. Ma i punti fermi di un discernimento mi sem- brano quelli esposti. Naturalmente il mio è solo il parere di un giornalista e teologo morale. Pronto quindi a fare marcia indie- tro, se il Magistero della Chiesa mi dicesse che mi sto sbagliando. Ma la mia doman- da è: sono solo mie «fisse», o dobbiamo tener ferma questa FI.S.SA?
da IL SETTIMANALE DELLA DIOCESI DI COMO N 24. 18.06.26
LETTERE E CONTRIBUTI
Lettere al direttore
Carissimo don Angelo, Le scrivo da persona che allo scautismo cattolico deve molto. Non intervengo quindi da os- servatore esterno, né con spirito polemico fine a sé stesso, ma con la preoc- cupazione di chi ha conosciuto dall’interno la forza educativa dello scoutismo quando esso sa essere davvero ciò che promette: una strada di crescita umana e cristiana dentro la Chiesa, non ai margini della sua proposta. La recente discussione interna all’AGESCI sul tema dell’identità di genere e dell’orientamento sessuale dei capi edu- catori merita, a mio giudizio, una riflessione franca. È una vicenda che non riguarda sol- tanto l’associazione scout, ma scoperchia un clima più ampio, presente anche nella no- stra Diocesi, dove certe sensibilità pastorali
penso, ad esempio, alla nota e ben pubbli- cizzata “Equipe LGBTQ+” – sembrano tal- volta assumere categorie e linguaggi più mutuati dal dibattito culturale contempora- neo che dalla tradizione cristiana. Lo dico con chiarezza: non è in discussione la dignità di alcuna persona. Ogni uomo e ogni donna meritano rispetto, ascolto e ac- compagnamento. Sarebbe gravissimo pen- sare il contrario. Il punto decisivo, però, è un altro: quale antropologia intende oggi pro- porre un’associazione che porta nel proprio nome l’aggettivo “cattolica”? Il problema di fondo è che si rischia di scar- dinare il nesso tra coerenza oggettiva della proposta educativa e idoneità al ruolo, in nome di una pastorale dell’accoglienza ele- vata a criterio assoluto. Ma quando l’acco- glienza diventa la “virtù delle virtù”, senza più essere misurata dalla verità della propo- sta cristiana, ogni criterio di discernimento appare fatalmente come un residuo autori- tario, una chiusura, un’imposizione. Qui sta il nodo. O si ammette che certe scelte introducono un criterio difficilmente com- patibile con la struttura ecclesiale e con l’an- tropologia cattolica, oppure bisogna pren- dere atto – con dolore – che attraverso silen- zi, cautele e assensi impliciti si apre un pro- cesso destinato a rendere sempre più fragile ogni distinzione tra vita vissuta, dottrina professata e ruolo educativo o ministeriale. L’incoerenza di sistema è ormai evidente: o la dottrina torna a essere misura della vita, oppure la vita, nel suo vissuto soggettivo, di- venta progressivamente misura della dottrina. Colpisce anche il linguaggio utilizzato. Ne- ologismi come “omolesbobitransfobia”, o l’insistenza sul correggere sentimenti e at- teggiamenti definiti secondo categorie ide- ologiche contemporanee, sembrano sposta- re il baricentro. La domanda, invece, do- vrebbe essere un’altra: come aiutare ogni scout – dai Lupetti e dalle Coccinelle fino ai Rover e alle Scolte – ad avere in sé “gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù”, se- condo l’invito di san Paolo nella Lettera ai Filippesi? Cosa direbbe un don Andrea Ghetti di fronte a questo testo? Cosa avreb- be scritto il nostro don Titino? È questo il criterio cristiano. Non l’adesione al lessico del momento, non la rincorsa alla sensibilità dominante, non la paura di ap- parire arretrati. Essere Chiesa significa cu- stodire una parola esigente, talvolta scomo- da, ma capace di orientare. Significa non confondere l’adeguamento culturale con la profezia evangelica. Il problema, sia chiaro, non è l’esistenza di percorsi scout diversi. In Italia non esiste al- cun monopolio dello scautismo cattolico. Chi desidera una proposta educativa laica, pluralista, non legata alla dottrina della Chiesa, trova realtà storiche e rispettabili co- me il CNGEI, che hanno pieno diritto di muoversi secondo una propria impostazio- ne aconfessionale. Il punto diventa però de- licato quando categorie, linguaggi e prospet- tive proprie di una cultura secolare vengono introdotte dentro un’associazione ecclesia- le, presentandole quasi come naturale svi- luppo della fede. Se ci si definisce “cattolici”, non basta invo- care genericamente accoglienza, ascolto e rispetto. Tutto questo è certamente cristia- no, ma deve rimanere dentro una visione integrale della persona, della famiglia, del corpo, della sessualità e della vocazione educativa. La Chiesa non è una cornice emotiva da richiamare quando conviene: è madre e maestra, con un Magistero, un Ca- techismo, una tradizione viva e una respon- sabilità particolare verso i piccoli. In questo quadro, il ruolo degli assistenti ec- clesiastici diventa decisivo. Un sacerdote presente nello scautismo non è chiamato a fare da semplice accompagnatore benevolo, né da garante silenzioso di decisioni prese altrove. Il suo compito è aiutare il discerni- mento ecclesiale, richiamare alla fedeltà alla Chiesa, illuminare con chiarezza laddove la comunità educativa rischia di confondere l’accoglienza delle persone con l’accettazio- ne indistinta di ogni imposta zione antropologica. Il silenzio, in certi momenti, non è pruden- za: è abbandono educativo. I ragazzi non hanno bisogno di adulti che abbiano paura di dire una parola chiara. Hanno bisogno di testimoni credibili, capaci di unire carità e verità, misericordia e orientamento, vici- nanza e proposta. Il prezzo più alto di questa ambiguità ri- schiano di pagarlo le famiglie. Molti genitori iscrivono i figli ai Lupetti, agli Esploratori, alle Guide, ai Rover e alle Scolte proprio per- ché leggono nel nome AGESCI una garan- zia: “Associazione Guide e Scout Cattolici Italiani”. Per una famiglia credente, quell’ag- gettivo non è decorativo. È un patto. Signifi- ca poter confidare che l’educazione ricevuta nel gruppo sia coerente con quella proposta in casa, in parrocchia, nel catechismo, nella vita sacramentale. Se invece, senza un confronto limpido con le famiglie, si modificano progressivamente i presupposti educativi su temi tanto delica- ti, il rischio è quello di un cambio di identità non dichiarato. Non si tratta più soltanto di metodo scout, di vita all’aperto, di servizio, di responsabilità, di strada. Si entra nel cuo- re dell’educazione affettiva e morale dei ra- gazzi. E lì la chiarezza non è un lusso: è un dovere. Nessuno chiede durezza. Nessuno auspica esclusioni sommarie o giudizi sulle persone. Ma proprio perché ogni persona merita ri- spetto, serve altrettanta onestà sulla propo- sta educativa. Accogliere non significa dis- solvere i confini. Accompagnare non signi- fica rinunciare a indicare una direzione. Camminare insieme non significa smarrire la bussola. Lo scautismo cattolico ha forma- to generazioni di giovani perché ha saputo proporre una libertà esigente, non una liber- tà indistinta; una comunità fraterna, non una comunità senza verità; un servizio ge- neroso, non un adattamento continuo allo spirito del tempo. Per questo credo che l’AGESCI, se vuole onorare la propria storia, debba ritrovare il coraggio della chiarezza. Chi desidera per- corsi educativi diversi ha piena libertà di sceglierli altrove. Ma chi resta dentro la Chiesa e parla a nome di una proposta cat- tolica deve avere l’umiltà e la forza di parlare il linguaggio della Chiesa. Le famiglie, oggi più che mai, non chiedono slogan. Chiedono affidabilità. Chiedono adulti che non abbiano paura di educare. Chiedono che i loro figli non siano passeg- geri di una sperimentazione culturale, ma camminatori sulla strada solida del Vangelo.
lettera firmata
Premessi i criteri generali esposti a pag. 2, affronto qui la domanda se un giovane con orientamento omosessuale possa o meno fare il capo scout educatore di bam- bini e ragazzi. Immaginiamo Marco e Luca, oppure Lau- ra e Maria, che vivono insieme, esprimono pubblicamente la loro omosessualità, e so- no iscritti nel registro delle «unioni civili» (un giorno – chissà – anche sposati/e in Comune). Possono fare i capi scout? Di per sè anche sì. E porterebbero nel loro lavoro educativo la testimonianza dell’importan- za di essere inclusivi e accoglienti delle di- versità di ciascuno. Questi capi dovrebbero però anche essere molto chiari e onesti nel dire che l’eterosessualità e l’omosessualità (da loro vissuta) non sono sullo stesso pia- no e non hanno lo stesso valore: a motivo appunto dei tre «dati di realtà» di cui ab- biamo detto a pag. 2. Trattandosi di edu- catori di un gruppo cattolico, non possono esimersi dal dire e trasmettere quello che è il pensiero della Chiesa (salvo, ovviamen- te, che mi si dica che il pensiero della Chie- sa non è più quello detto a pag. 2…). L’ag- gettivo «cattolico», nell’acronimo AGESCI, è impegnativo. Significa essere nella Chie- sa accettando la sua visione del mondo e della vita, e accettandola in coscienza, non certo a mo’ di un’adesione selettiva, di un «bricolage», di un «fai da te» o di un «menu a la carte». Gradualità e progressi- vità, dubbi e incertezze, discernimento prolungato nel tempo, confrontarsi e cam- minare insieme, sono tutte cose ovviamen- te ammesse e anzi doverose (soprattutto, come dicevamo, per una realtà come l’A- GESCI, per definizione plurale, aperta e «di frontiera» rispetto all’identità cattoli- ca): ma non ci può essere cammino senza bussola, senza mèta chiara verso cui pun- tare. Gli stessi genitori che affidano i pro- pri figli agli educatori scout presumibil- mente lo fanno perché credono nell’iden- tità cattolica non meno che nel valore del- la pluralità e della progressività (che peraltro sono parte dell’identità cattoli- ca…). Su queste cose, quindi, Marco e Lu- ca, Laura e Maria non potranno essere ap- prossimativi, opachi, evasivi, se non addi- rittura mendaci. Ecco qui allora una prima difficoltà: è re- alistico chiedere a loro questa chiarezza di insegnamento sul valore intrinseco di ete- rosessualità e omosessualità? Non li met- tiamo in condizione di vivere una sorta di sdoppiamento, di conflitto fra ciò che vi- vono e ciò che non possono non dire? Vero è – mi si fa notare – che qualcosa di simile in fondo già esiste: per es. molti capi scout (uomo e donna) già convivono, né si im- pegnano granché nella castità pre-matri- moniale, cose pure che appartengono (mi pare) alla visione cattolica. Perché allora – si dice – essere così fiscali solo con Marco e Luca, Laura e Maria? Comprendo che non sia possibile chiedere a un capo una sorta di coerenza assoluta e senza ombre. Qui però ne va di un aspetto strutturante della metodologia scout: il fatto cioè che si tratta di un metodo pratico, che educa at- traverso l’azione e l’esempio di vita (dei capi) molto più che attraverso le parole. Ora, se questo è vero, d’accordo che non possiamo chiedere a un capo una coerenza assoluta (sui costumi sessuali come su tut- to il resto), ma fino a che punto possiamo serenamente chiudere un occhio di fronte a una dissonanza fra ciò che un capo vive e ciò che, per correttezza, è chiamato a dire e insegnare? Ecco una seconda, grande dif- ficoltà. Per questo penso che l’AGESCI sia andata un po’ troppo avanti su questi te- mi, e occorrerebbe un po’ più di cautela. A meno ovviamente di prendere congedo dall’identità cattolica, e trasformare l’A- GESCI in AGESI, associazione collaterale ma non organica alla Chiesa e al suo pen- siero. Ma credo che nessuno voglia questo. Esplorare e percorrere strade di coraggio (e chi più e meglio dello scoutismo potreb- be farlo?) è certamente importante, ma ri- cordiamoci che il coraggio sta a metà fra la viltà, da una parte, e la temerarietà, dall’ altra.
Don Angelo Riva
da IL SETTIMANALE DELLA DIOCESI DI COMO N 24 18.06.26
Gli scout e la scelta dell’inclusione «La nostra bussola è la persona»
VIVIANA
DALOISO
LUCIANO MOIA
Le critiche, anche violente nei toni. Soprattutto quelle all’interno del mondo cattolico. Poi gli insulti, gli scherni, i meme sui social con gli scout in boa di struzzo, o in mutande e tuta leopardata. Si è visto di tutto dopo la pubblicazione del documento “Identità di genere e orientamento sessuale e affettivo” diffuso il mese scorso dal Consiglio generale dell’Agesci e di cui abbiamo scritto anche sulle pagine di Avvenire. Un testo in cui l’associazione ha ribadito la sua linea improntata all’accoglienza, chiarendo che l’orientamento sessuale non è motivo di esclusione nella scelta degli educatori. Ma il fatto che a distanza di tanti giorni ci sia ancora chi punta il dito contro la più grande realtà dello scoutismo italiano, giudicando inopportuno, se non addirittura contrario al Vangelo – figurarsi – l’appello all’inclusione delle persone omoaffettive e transgender, ci ha spinto a riprendere il discorso. L’abbiamo fatto incontrando Giorgia Caleari e Bruno Guerrasio, lei Capo Guida, lui Capo Scout d’Italia, ai vertici dell’Associazione a livello nazionale. Giorgia è vicentina, insegnante di religione, tre figli. Bruno, che di figli ne ha due, fa il farmacista a Bolzano, ma ha origini napoletane. Entrambi sono scout di lunga esperienza, educatori preparati e prudenti. Insomma, due persone equilibrate che non amano certamente le scelte azzardate, soprattutto in campo educativo. « Noi restiamo in ascolto. Non pretendiamo di avere una parola definitiva. Il nostro obiettivo non è certo scrivere un trattato di antropologia o di teologia. Vogliamo essere credibili e chi ci conosce sa che tutta la nostra storia va nella direzione dell’ascolto e dell’accompagnamento».
Che cosa è successo dopo la pubblicazione del documento?
Giorgia e Bruno: Ci sono state reazioni diverse. Non siamo stupiti. Qualcuno ha reagito anche con durezza? L’avevamo messo in conto. Ci riflettiamo sopra, ci diamo tempo. Ma siamo certi di aver imboccato la strada giusta perché quanto abbiamo scritto è maturato in questi anni lungo il nostro cammino, fatto sul campo, incontrando migliaia di giovani ed entrando nella carne della loro vita e delle loro esperienze. Qualcuno ha frainteso? Dipende anche dall’approccio culturale. L’importante è che la nostra postura educativa sia arrivata con chiarezza. E, in questa postura, c’è l’obiettivo di costruire ambienti sicuri e inclusivi, fondati sull’ascolto, sul rispetto e sull’accompagnamento delle persone, nessuno escluso.
Anche all’interno dell’Agesci le conclusioni a cui siete arrivati sono condivise?
Bruno: Siamo da sempre abituati, noi Capi e Capo scout, a farci interrogare dalla realtà e ad ascoltare. Crediamo nell’educazione alla differenza e nella differenza, certi che proprio le differenze siano essenziali a migliorare ogni ambiente educativo. Certo, su una realtà di circa 183mila iscritti – 33mila capi, 150mila ragazzi, oltre 1.900 Gruppi diffusi in tutte le diocesi da Nord a Sud – ci saranno senz’altro persone con qualche dubbio, con cui sarà necessario confrontarci ancora. La riflessione quindi va avanti anche tra noi, anzi auspichiamo che sia così.
Giorgia: Va ricordato, in ogni caso, che questo documento non è spuntato per caso. Da almeno un decennio, di fronte alla mutata sensibilità culturale, l’Agesci riflette con testi elaborati, discussi e di volta in volta approvati dal Consiglio generale. Nel 2022 è stato anche avviato un sondaggio interno che ha dato esiti chiari: sull’identità di genere e sull’orientamento sessuale ed affettivo c’è stata una larghissima maggioranza di soci che chiedeva di prendere una posizione chiara, che seguisse le indicazioni arrivate dal Cammino sinodale della Chiesa italiana. Quando parliamo di accoglienza e di inclusione, non stiamo usando termini coniati da Agesci, ma dalla Chiesa.
Eppure qualcuno si è stupito del fatto che consideriate fondamentale collegare la “credibilità educativa” all’accoglienza delle persone Lgbt.
Bruno: Quella delle persone Lgbt non è una categoria particolare, a cui riservare un trattamento speciale. Per noi tutte le persone, al di là dell’identità di genere e dell’orientamento sessuale, meritano rispetto e accoglienza. Se mettiamo al centro la persona, con la sua inalienabile dignità, l’ascolto è un approccio scontato, sempre e comunque. Certo, in questo caso, c’è da definire un linguaggio, serve una formazione più attenta, ma l’approccio da cui ci siamo mossi è lo stesso che riserviamo a tutte le situazioni. Quindi rispetto delle diversità, identica accoglienza.
Giorgia: La nostra credibilità come educatori cristiani parte da un presupposto fondamentale: nessuno si deve sentire escluso. Interpretare questo principio significa dare un seguito coerente alle parole che si dicono e si scrivono. Da qui partiamo per educare, anche lasciandoci educare a nostra volta dal contatto con i ragazzi e le ragazze. Noi ci dedichiamo a bambini e bambine, a ragazzi e ragazze, e a giovani, dagli 8 ai 21 anni. Ecco, questi ragazzi chiedono di essere educati all’affettività partendo dall’accoglienza e dal riconoscimento. Ma stare con loro significa anche per noi adulti accettare di essere educati. Stiamo facendo un percorso specifico in questo senso. Per costruire una relazione educativa autentica dobbiamo essere dentro questa relazione con tre parole chiave: sguardo, ascolto, presenza.
Il punto più controverso del documento resta il passaggio sul profilo del capo cristiano educatore secondo cui, si sottolinea, «l’orientamento affettivo e l’identità di genere non possono costituire un criterio di esclusione nel discernimento ». Va bene l’accoglienza, insomma, ma i più critici si chiedono se davvero un educatore possa esprimersi in modo coerente con i valori cattolici quando manifesta un orientamento omosessuale oppure se è una persona transgender…
Bruno: Come guide e scout noi puntiamo a costruire un ambiente educativo che si arricchisce con una pluralità di relazioni. Non c’è una sola persona su cui ricade interamente la responsabilità di realizzarlo. Il capo e la capo sono fratello e sorella maggiore ma, accanto a loro, ci sono anche altre figure. È normale che in un capo, come in tutte le persone, ci siano delle fragilità ma si tratta comunque di un adulto che fa parte di una comunità, che ha fatto delle scelte e accolto una vocazione, e che, soprattutto, non smette di interrogarsi. Per noi il discernimento non è solo buona prassi personale, ma è inserito in un sistema plurale.
Giorgia: Un capo, come dice Bruno, non è mai solo. Questa è una risorsa preziosa nel nostro sistema educativo. Ma soprattutto abbiamo capito che la maturità di una persona, il fatto che sia in grado di dare una testimonianza credibile, non dipende dall’orientamento sessuale né dalla sua identità di genere. E poi, ripetiamo, è la Comunità capi che decide se un capo è adeguato per il compito a cui è chiamato, se, come diciamo noi, può ricevere il mandato per svolgere il proprio servizio. Questa persona cioè risponde ai valori del nostro patto associativo? Noi partiamo da una Promessa che facciamo con l’aiuto di Dio. Tutto il resto viene dopo. E quindi il fatto che l’orientamento non possa essere motivo di pregiudizio o di discriminazione deve valere per tutti, ragazzi e adulti. Attenzione però, lottare contro i pregiudizi non vuol dire semplificare la realtà. Nel documento si parla di dolcezza, ma anche di fermezza. Non c’è contraddizione tra le due cose. Creare ambienti credibili vuol dire offrire spazi di maturazione in cui ciascuno possa formare in modo sereno la propria identità, sicuro di non essere giudicato.
Nessuna fuga in avanti, insomma, nessuna rottura?
Bruno e Giorgia: Non ci sentiamo affatto dei rivoluzionari. Siamo consapevoli di come ogni processo di crescita richieda tempo e fatica. Ma è sempre stato così. Nel 1974, quando i nostri predecessori decisero di introdurre al vertice dell’Associazione, con un criterio paritario, una figura femminile accanto a quella maschile, ci furono più o meno le stesse polemiche di questi giorni. E questo ci fa un po’ sorridere. Come è possibile pensare che proprio noi, che abbiamo combattuto per vedere riconosciuta la verità della differenza di genere anche a livello associativo, adesso vogliamo annullare la bellezza della reciprocità tra maschile e femminile? Ci piacerebbe che le persone capissero che, come Associazione, siamo dentro una grande riflessione, siamo dentro a una storia. Vogliamo continuare a camminare, anche su questi temi, con il passo di tutta la Chiesa italiana. A quest’ultima, alle riflessioni dei teologi e degli esperti di pastorale, noi possiamo offrire l’esperienza della realtà, il racconto di quello che i nostri ragazzi e ragazze vivono e sentono, le domande che ci fanno. È stando in ascolto di queste domande che diventiamo credibili.
Bruno Guerrasio: «Quella delle persone Lgbt non è una categoria particolare, a cui riservare un trattamento speciale. Nel nostro ambiente educativo la responsabilità non è mai in carico a una sola persona»
Giorgia Caleari: «Il nostro obiettivo non è scrivere un trattato di teologia, ma stare nella realtà.
La maturità di un educatore?
Non dipende dal suo orientamento sessuale né dall’identità di genere»
Scout dell’Agesci durante la celebrazione della Santa Messa in un campo
Cari fratelli e sorelle, amati figli e figlie di Dio, anche noi siamo come Nicodemo, pellegrini nella notte. Questa icona evangelica ci offre innanzitutto un messaggio sul cammino della vita. Il nostro cammino, i nostri desideri e tutto ciò che abbracciamo e viviamo quotidianamente, nelle gioie e nelle sconfitte, nelle aspirazioni e nei progetti, è l’espressione della nostra continua ricerca: siamo mendicanti d’amore, abbiamo fame e sete di verità, cerchiamo un significato pieno che ci sostenga, ci incoraggi e ci aiuti a comprendere il mistero della nostra vita.
Mentre avanziamo lentamente, a piccoli passi, siamo chiamati a dialogare con la penombra della nostra stessa condizione umana: ci manca la verità tutta intera, non conosciamo in profondità il mistero di noi stessi e il vero volto degli altri, non sempre riusciamo a comprendere la verità nascosta della realtà che ci circonda e degli avvenimenti che si presentano davanti ai nostri occhi. Cerchiamo una luce che illumini il cammino.
Ma Nicodemo ci parla anche del cammino della fede. Non si tratta di un percorso parallelo a quello della nostra esistenza umana, ma questi due itinerari sono sempre intrecciati tra loro. Come abbiamo ascoltato nel Vangelo, Dio ha tanto amato il mondo da donarci il suo Figlio unigenito e, in Lui, si è unito per sempre alla nostra carne. Egli è sempre accanto al Padre e accanto a noi; così, ogni volta che il mistero della nostra vita si dispiega alla luce di un nuovo giorno, in tutto ciò che siamo e facciamo, siamo alla presenza di Dio e siamo custoditi dal suo abbraccio eterno: la nostra vita «è nascosta con Cristo in Dio» (Col 3,3). Eppure, a volte sperimentiamo la notte della fede, la fatica di credere, la stanchezza dello spirito, il senso di inadeguatezza di fronte alla chiamata del Vangelo, l’amarezza dei nostri fallimenti e la paura di non essere all’altezza.
Fratelli e sorelle, Nicodemo ci insegna che queste notti — che accompagnano la nostra vita, il cammino di fede e la storia in cui viviamo — sono un luogo di benedizione, uno spazio per rinascere, un grembo che genera sempre nuova vita. Queste notti ci spogliano e ci riportano all’essenziale; ci tolgono le maschere umane e religiose che indossiamo di giorno, per non essere riconosciuti o per dare un’immagine di noi diversa da ciò che siamo; ci lasciano a nudo, nelle nostre luci e nelle nostre ombre, riportandoci all’umiltà di saperci guardare nella verità, al di là della presunzione di pensare che il nostro cammino sia già compiuto e che avanziamo come se avessimo una luce chiara su tutto, su tutti e persino su Dio.
Questo «spazio vuoto» che la notte crea, anche quando si presenta sotto forma di sofferenza o insoddisfazione, di delusione o incredulità, può essere un’occasione per ricevere una nuova vita, per cambiare e rinnovarsi, per «rinascere dall’alto», come dice Gesù a Nicodemo. Dio, infatti, non è venuto per giudicare il mondo con il suo peccato e la notte della sua infedeltà, ma ha mandato il suo Figlio per salvarlo, per dare al mondo la vita eterna.
Per questo anche noi siamo chiamati a non giudicare le “notti”; né le notti della nostra vita, né quelle della Chiesa, né quelle della società che ci circonda. Nella notte, dobbiamo invece metterci in cammino come fa Nicodemo, continuare a interpellare il Signore, aprirci al vento dello Spirito per accogliere la notte non più come segno di un fallimento, ma come inizio di una nuova vita.
E pensando al nostro cammino personale, ma anche alle notti del nostro cammino ecclesiale e della Spagna, delle sue città, delle sue povertà antiche e nuove, della sua società e cultura, possiamo allora chiederci: quali sono le notti che stiamo attraversando? Cosa ci suggeriscono? Entrando in esse e guardando con umiltà e senza pregiudizi la realtà di ciò che siamo, cosa siamo chiamati a cambiare?, dove dobbiamo rinnovarci, in quale direzione vogliamo andare, quale società vogliamo costruire?
Non smettiamo di cercare, di interrogarci e di dialogare, con Dio e tra di noi, anche nel cuore della notte. Camminiamo insieme nella fede che armonizza la diversità delle nostre idee e sensibilità, per cercare la verità che ci guida verso il bene comune, affinché questo Paese sia uno spazio accogliente per tutti, dove ciascuno sia rispettato nella sua dignità di persona e amato per quello che è. Apriamoci al dono dello Spirito, cercando il Signore come Nicodemo e accogliendo la luce del suo Vangelo, con la certezza che sperimenteremo in noi una vita nuova, una presenza che benedice, un amore gratuito che ci aiuterà a passare dalla notte alla luce. Perché Dio vuole che nulla vada perduto e già da ora desidera darci la vita eterna, per condurci alla felicità che non ha fine.
Ci conceda il Signore, per l’intercessione della Vergine Maria, di aprirci a Lui e di farci scuotere dal vento del Suo Spirito.
L’Agesci: l’orientamento sessuale non sia motivo di esclusione nella scelta dei capi educatori
LUCIANO
MOIA
È un documento che arriva da lontano quello approvato qualche giorno fa dal Consiglio generale dell’Agesci e dedicato al tema “Identità di genere e orientamento sessuale e affettivo”. Un testo nel quale le guide e gli scout cattolici danno voce a un sentimento largamente diffuso nello scautismo italiano che parla di accoglienza e di inclusione delle persone omosessuali e transgender come strada privilegiata per «sostenere la nostra credibilità educativa dell’accoglienza e della cura, quando queste si aprono al riconoscimento pieno del vissuto personale ». Da qui la convinzione profonda che «nel profilo del capo cristiano educatore l’orientamento affettivo e l’identità di genere non possono costituire un criterio di esclusione nel discernimento». Ecco perché, spiegano, promuovere percorsi educativi volti al superamento di atteggiamenti e sentimenti discriminatori verso persone omoaffettive o transgender diventa esigenza irrinunciabile da parte dei capi Agesci.
Una scelta, dicevamo, che parte da lontano. Nel documento si pone, come data dell’inizio della riflessione, il 2019, con l’approvazione da parte del Consiglio generale del documento “La scelta di accogliere” in cui era già stata espressa la volontà di farsi carico delle storie personali di ciascuno, indipendentemente dall’orientamento sessuale. Nel 2022 poi il testo è servito come spunto per un sondaggio interno, finalizzato a creare momenti di ascolto rivolti alle persone Lgbtq presenti nel movimento o già usciti – capi, ragazze, ragazzi, comunità, famiglie – con l’obiettivo di raccogliere opinioni e testimonianze. Un’analisi coraggiosa su un campione vastissimo – gli iscritti Agesci sono circa 200mila da Nord a Sud, suddivisi in 1.800 gruppi – che non poteva essere messa in ombra. Quanto emerso – storie di esclusione e di sofferenza, pregiudizi e linguaggi non rispettosi – ha infatti convinto l’Agesci della necessità di andare avanti con coraggio sulla strada dell’inclusione. «Particolarmente significativi – si legge ancora nel testo diffuso ieri – sono i racconti di rover e scolte che hanno vissuto ostacoli nel proprio cammino verso la Partenza o addirittura inviti a lasciare il clan in ragione della propria identità o orientamento». Da qui la necessità di aprire spazi di dialogo, promuovere percorsi formativi più attenti, trasformare gli appelli all’inclusione da proclami formali e prassi vissuta e condivisa nei territori. Nessuno “strappo”, nessuna fuga in avanti, come qualcuno purtroppo ha già scritto a proposito di questo documento che certamente segna un punto di svolta dello scautismo italiano. Ma solo estrema coerenza. Sia verso gli statuti interni, soprattutto laddove si dice che l’impegno educativo deve porre al centro la dignità, la libertà e l’uguaglianza di tutti gli associati. Sia verso il cammino intrapreso dalla Chiesa, da “Amoris laetitia” alla Relazione finale del Sinodo dei giovani (2018) dove, tra l’altro, si sottolineava da parte dei giovani «l’importanza di sentirsi accolti e riconosciuti nella propria interezza, incluse le dimensioni affettive e identitarie della propria esistenza». Nel nuovo testo si parla opportunamente di «evoluzione consapevole dei nostri principi fondanti» per sottolineare la freschezza e l’agilità di una realtà ecclesiale che intende continuare a parlare ai giovani, a tutti i giovani, senza preclusione e senza steccati, superando pregiudizi e sedimenti, donando pienezza evangelica qui e ora a quel concetto di fraternità che appartiene da sempre al dna degli scout italiani.
Nel nuovo documento larga parte è opportunamente dedicata al tema della formazione che dovrà permettere al capo o alla capo «di abitare la complessità con lucidità e serenità, senza semplificazioni ideologiche o posizioni precostituite ». Facile intuirne i motivi. Per comprendere, discernere e accogliere le persone con diverso orientamento sessuale o diversa identità di genere è necessario un approccio formativo tutt’altro che agevole da mettere a fuoco. Da qui la necessità di inaugurare percorsi formativi «senza semplificazioni ideologiche o posizioni precostituite», fondati su elementi scientifici, biblici, teologici e pastorali per guardare alla realtà con profondità e competenza. «Ciò consente di essere accanto a ragazzi, ragazze e agli altri capi con uno stile autentico, capace di coniugare fermezza e delicatezza, autorevolezza e umiltà». Ma sarà importante, si fa ancora notare, curare il linguaggio, mettere al centro le storie personali, vigilare sulle dinamiche di gruppo, bullismo, esclusioni o derisioni. Obiettivo di sempre è quello di integrare, sostenere e accompagnare le persone che scelgono di affidarsi al mondo scout verso un futuro in cui ciascuno possa sentirsi accolto e riconosciuto.
Il Consiglio generale approva un testo che rilancia l’impegno educativo all’accoglienza, puntando su formazione, ascolto e valorizzazione delle storie personali
L’Agesci decide che i Capi scout, in nome dell’inclusione, ora possono avere qualunque “orientamento sessuale e affettivo”. Ma solo l’identità educa
“L’Agesci ha maturato la convinzione che nel profilo del capo cristiano educatore, l’orientamento affettivo e l’identità di genere non possono costituire un criterio di esclusione nel discernimento che le Comunità capi sono chiamate a esercitare quando una persona adulta chiede di entrare in associazione per svolgere un ruolo educativo”.
Ad affermarlo è l’Associazione guide e scout cattolici italiani (in sigla Agesci) nel documento Identità di genere e orientamento sessuale e affettivo, approvato nei giorni scorsi. Una decisione che ufficializza un riconoscimento avvenuto di fatto già da tempo, che nasce dalla “pedagogia dell’accoglienza” e dalla promozione “imprescindibile di percorsi volti al superamento di sentimenti e atteggiamenti omolesbobitransfobici”, perché tali sentimenti “costituiscono un ostacolo” all’inclusione e all’integrazione, negando la diversità. Insomma, come ha efficacemente sintetizzato un quotidiano, “Gli scout cattolici avranno capi gay”.
L’Arcigay approva entusiasta: “Finita una lunga storia di isolamento e discriminazione”, in cui “persone Lgbtqia+ sono state escluse, costrette a nascondersi, allontanate da un contesto educativo che avrebbe dovuto formarle alla comunità e ai valori”. Finalmente gli scout cattolici riconoscono che “l’orientamento sessuale e l’identità di genere non possono essere barriere per chi vuole educare, accompagnare, crescere accanto a ragazze e ragazzi”.
La conclusione è pirotecnica: “Oggi è una giornata importante, non solo per gli scout, ma per l’intero Paese. Un’associazione educativa così diffusa e radicata sceglie l’inclusione e manda un segnale chiaro: le persone Lgbtqia+ non sono un problema, sono una risorsa. Anche nel servizio educativo. Anche nelle comunità cristiane”.
In effetti l’Agesci è la più importante associazione giovanile in Italia, con 182mila aderenti, e certamente ne sono aspetti positivi la capacità di ascolto e l’accoglienza. Ma il punto è: a quale “comunità” e a quali “valori” si è educati?
Tutti noi siamo abituati a incontrare per strada questi ragazzi (maschi e femmine, ma si potrà ancora dire?) con cappellone, camicia azzurra (che li distingue dalle camicie verdi di un’analoga associazione laica), pantaloni corti, fazzoletto al collo. Aria simpatica, piglio deciso, come non apprezzare il loro stile, in cui il gioco diventa educazione alla vita, stupore di fronte alla natura, vicinanza al Creato, rispetto per tutti, impegno per la pace? E il “capo” ha un ruolo decisivo: si propone come esempio, offre una testimonianza da seguire.
Ma in base a quali criteri, quali punti di riferimento? Non basta un generico, “buonista” richiamo ad essere generosi e disponibili. Nello Statuto, l’Agesci evidenzia che “l’Associazione, come iniziativa educativa liberamente promossa da credenti, vive nella comunione ecclesiale la scelta cristiana”, e nel suo sito si legge che il modello educativo “deriva da una visione cristiana della vita”. Ma è davvero così?
Parlare apertamente di identità di genere se, nonostante il Magistero e gli ultimi Papi abbiano più volte denunciato il grave rischio educativo e la “colonizzazione ideologica” operata dall’ideologia gender, in realtà contraddice la “comunione ecclesiale” e ignora “la visione cristiana della vita”. L’ha messo in luce l’associazione Pro Vita & Famiglia, che si chiede: “Cosa insegneranno i capi a bambini e adolescenti? Che ognuno potrà percepirsi di qualsiasi genere a prescindere dalla propria realtà biologica maschile e femminile?”, ignorando “qualsiasi insegnamento del Magistero e del Catechismo della Chiesa Cattolica, che dovrebbero invece essere i pilastri dell’attività di una associazione cattolica?”.
E poi: “I genitori sanno che pensano di mandare i propri figli in una realtà formativa e cattolica, ma poi quest’ultima vara documenti e progetti sull’identità di genere?”. Così facendo, si “tradisce la fiducia delle famiglie”, si mettono a rischio “migliaia di bambini che, dagli 8 anni in su, frequentano gli scout”.
Un ripasso storico fa capire cos’ha perso per strada l’Agesci, nata nel 1974 dalla fusione di due realtà preesistenti, la maschile Asci (Associazione scout cattolici italiani) e la femminile Agi (Associazione guide italiane). Chi era il conte Mario Gabrielli di Carpegna (1856-1924)? E chi erano le Aquile Randagie (1928-1945)?
Il conte, personaggio di spicco degli ambienti pontifici a cui affidarono prestigiosi incarichi ben quattro Papi, è il fondatore dello scoutismo cattolico italiano: oggi si sentirebbe ingannato di fronte alla deriva mondana della sua creatura. Aquile Randagie è il nome che si diedero gruppi clandestini di scout cattolici che, dopo la soppressione dell’associazione imposta dal fascismo, continuarono a vivere fino alla Liberazione il loro ideale. Lo fecero a loro rischio, aiutando ricercati, prigionieri fuggiti, renitenti alla leva, ebrei da condurre oltreconfine. In 17 anni misero in salvo più di duemila persone. Ben altra tempra rispetto ai contorcimenti ideologici attuali.
Alla caduta del fascismo, alcuni ex dirigenti genovesi dell’Asci auspicarono che la ripartenza avvenisse “nella Chiesa e colla Chiesa, in spirito di perfetta ubbidienza e sottomissione per la gloria del Signore e per l’educazione morale e religiosa della gioventù”. Posizione condivisa da molti.
L’allora assistente ecclesiastico don Paolo Pecoraro, citando un contributo che gli era giunto e che chiedeva fosse tenuto nel debito conto, mise in guardia dall’accettare ideologie e visioni del mondo “che non possono accordarsi con la nostra fede” e, in genere, “tutto ciò che verrebbe fuori se si prescindesse dalla formazione soprannaturale dei ragazzi”. Per poi aggiungere che “in uno scoutismo ben fatto” non possono mancare “attività propriamente religiose, altre di apostolato esterno, altre di formazione umana attiva”. Ricordando che “gli scout vanno a Messa, si confessano, ricevono l’Eucarestia, fanno gli Esercizi spirituali”. Queste erano le cose che contano. Oggi cosa conta?
Lo scautismo cattolico Benedetto XV lo definiva “santo apostolato”, mentre per Pio XII era caratterizzato da una “coraggiosa fedeltà alla Chiesa”. Ma è ancora così? Forse all’acronimo Agesci bisogna togliere la “c”. È più serio.
Rivoluzione
Agesci: «Via libera ai capi Lgbt». Una svolta discutibile
Decisione maturata – viene detto – in nome dell’«accoglienza». Che è sacrosanta quando riguarda la persona, ma non legittima ogni stile di vita
Non so se anche a molti di voi l’uso-abuso di sigle e acronimi, quando non si tratti di Crsitogrammi, susciti un certo malcelato fastidio. Bene, è il momento di non celarlo più: facciamo come Elon Musk (pre MAGA), che tra le tante bizzarre decisioni alcune con impatto pericolosamente globale, ha imposto ai suoi collaboratori il divieto di usare acronimi e sigle. Parliamoci sempre apertamente, insomma. Potremmo chiedere lo stesso al consiglio generale dell’Associazione Guide e Scouts Cattolici Italiani, quelli dell’AGESCI che, proprio in nome di altre sigle ancor meno eufoniche, hanno votato all’unanimità l’ok perché persone dichiaratamente omosessuali o transgender possano fare le guide. Lo riporta ANSA che riprende le parole di Paolo Di Tota, delegato dell’associazione: «“Non abbiamo paura” di perdere iscritti e “per noi l’accoglienza è al primo posto nei confronti di chiunque, non facciamo distinzioni tra i ragazzi e le ragazze sarebbe strano farlo tra adulti”». Il documento approvato dal consiglio, «“Identità di genere e orientamento sessuale e affettivo”, (…) con una svolta storica, apre all’universo Lgbt la possibilità di fare le guide, transgender compresi».
In un altro passaggio delle sue dichiarazioni troviamo ampi riferimenti a principi forti per la vita da scout, ma non alla fede cattolica a cui ancora lo Statuto dice di volersi uniformare. «“Dal cammino fatto – prosegue – , è emerso che il rispetto e il riconoscimento sono ‘direzioni non trattabili’ e che è irrinunciabile l’esigenza da parte dei capi e delle capo di formarsi, alla luce della promessa, della legge e del patto associativo, per valorizzare la cura nei confronti della persona e per contrastare i pregiudizi derivanti dall’omolesbobitransfobia”.» Cosa intendano per rispetto e riconoscimento purtroppo è presto detto: non l’amore alla persona nella sua intrinseca dignità di creatura, amata e redenta da Cristo, non l’amore alla verità della sua vocazione e alla bellezza del suo magnifico e arduo sviluppo che implica la fatica della virtù. Piuttosto l’accondiscendenza, anzi l’aperta approvazione di stili di vita disordinati. Con le parole di Costanza Miriano, rubricista di punta del nostro mensile (qui per abbonarsi), crediamo che il punto non sia che una guida scout, come qualsiasi educatore, provi attrazione per lo stesso sesso.
La Chiesa sa – e lo dichiara nel Catechismo – che un numero significativo di «uomini e donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate» e che questa inclinazione, in sé disordinata, costituisce una prova. Vanno accolti «con rispetto, compassione, delicatezza», prosegue al punto 2358 e come ogni cristiano sono chiamati alla santità, unendo le sofferenze che questa tendenza non ordinata causa in loro a quelle di Cristo. Questa è e resta la visione cattolica della persona e in questa sono più che compresi rispetto e accoglienza rettamente intesi. «Il punto è se vive relazioni intrinsecamente disordinate, come le definisce il Catechismo, e lo fa pubblicamente, e rivendica il diritto a viverle. È ovvio che tutti gli educatori sono imperfetti e peccatori. Però non vanno dai ragazzi che cercano di educare rivendicando il diritto di essere irosi, accidiosi, lussuriosi, avari, superbi eccetera. Io propongo una soluzione. Chiamatevi AGESI. Togliete la C dall’acronimo, non pretendete più di essere cattolici e risolvete tutti i problemi».
IL TIMONE,fede e ragione 30.05.26
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COMMENTO ,La Redazione del Sito AQM
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Le questioni che riguardano le persone LGBTQIA+ rappresentano una delle sfide più significative del nostro tempo per le comunità cristiane. Esse toccano dimensioni profonde dell’esperienza umana: l’identità, l’affettività, le relazioni, il desiderio di essere accolti e riconosciuti nella propria dignità. Condividiamo questa serie di articoli con il desiderio di favorire una riflessione seria e rispettosa su questi temi, che suscitano interrogativi, sensibilità differenti e talvolta tensioni all’interno della Chiesa e della società. In un contesto culturale spesso segnato da polarizzazioni e incomprensioni reciproche, stereotipi e contrapposizioni, desideriamo contribuire a creare spazi di dialogo autentico e confronto onesto che abbiano al centro la persona umana. Sull’esempio di Gesù, siamo chiamati a coltivare uno sguardo capace di riconoscere nell’altro non un problema da risolvere, ma un fratello o una sorella da incontrare.
Giovedì 7 maggio 2026 LETTERE E CONTRIBUTI lettere al direttore
Le scrivo in merito all’iniziativa diocesana, programmata per do- menica 10 maggio presso la Chiesa di San Giuseppe a Como, relativa alla veglia di preghiera per il superamento dell’omofobia, la bifobia e transfobia. Un’emergenza che a mio av- viso è sopravvalutata. Innanzitutto, restitu- iamo valore vero alle parole prima della loro inevitabile manipolazione ideologica che ci rende tutti vittime di un pensiero unico fuorviante. Credo sia utile evidenzia- re che la parola “fobia” (dal greco phòbos) viene definita dal vocabolario come “paura irrazionale, intensa e persistente spropor- zionata al reale pericolo”. Paura che provo- ca forte ansia e sintomi fisici come tachi- cardia o sudorazione. Non a caso il dio Fo- bos, per evitare i pericoli, anziché affron- tarli, correva, scappava. Quindi, la parola non voleva, come non vuol dire ostilità, av- versione, violenza nei confronti di un ne- mico. Personalmente non ho mai cono- sciuto persone che manifestino questo tipo di sintomi e di reazioni, incontrando un omosessuale, ammesso che sia possibile riconoscerlo a prima vista. Di solito gli omosessuali, salvo rari casi pubblici tipo il Gay Pride, in genere non ostentano palesemente le loro tendenze; sono esattamente come gli altri, e di con- seguenza non si può avanzare nemmeno l’accusa di volerli discriminare sulla base di una mera impressione o di un semplice, er- rato pregiudizio. Per la Chiesa – va detto – si tratta di persone che vivono una condizio- ne incompatibile con la religione cristiana, in quanto l’omosessualità è chiaramente contraria alle leggi divine che definiscono la sessualità come “l’atto di dono reciproco aperto alla vita tra due coniugi di sesso op- posto che si completano a vicenda”. La na- tura stessa conferma l’impossibilità di pro- creare per due persone dello stesso sesso. L’utero in affitto nasce, infatti, da questo voler avere un figlio, indipendentemente dalle leggi della natura. Nel volantino d’invito diffuso dalla Diocesi, si legge la citazione di Isaia: “Non temere, perché ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome”. In riferimento al tema proposto, co- sa significa? A me sembra un’apertura pe- ricolosa che confonde la dottrina con un’e- voluzione buonista della pastorale. “Ti chiamo per nome” era il titolo del primo capitolo nel testo del vecchio catechismo della CEI degli anni Settanta; veniva spie- gato come l’aver ricevuto dal Signore un nome che ti rende unico, originale e che ha in sé un progetto di Dio per la tua vita. Un progetto che si realizza seguendo le indi- cazioni dei Comandamenti, delle parole dal Vangelo, con la ricerca di una condotta di vita che sia coerente con tali indicazioni e che, nei momenti di sbandamento e di caduta nel peccato, possono tornare nell’abbraccio misericordioso di Dio trami- te il Sacramento della Riconciliazione. Nel- le parole del volantino c’è da intendere che la confessione dei peccati, con questa “apertura moderna” possa essere ritenuta superata e il peccato banalmente giustifi- cato e, anziché aiutare le persone a com- piere una scelta di vita che porti ad una ve- ra crescita spirituale, si sceglie la compren- sione che disimpegna e minimizza l’errore, sovrapponendo momenti diversi: l’ascolto, l’accoglienza e la pedagogia. Una veglia di preghiera porta a pensare a delle vittime che vanno consolate e a cui far sentire solo la nostra condivisione, anziché cercare di far conoscere il pensiero della Chiesa che non giudica, ma chiede conversione. Si in- vita a “condividere” il dolore di chi è stato ferito. Quante persone continuano ad es- sere ferite ogni giorno dalla cattiveria uma- na senza motivo? Si invoca la liberazione da pregiudizi e violenze. Oggi pregiudizi e violenze sono ovunque. Non sarebbe più utile che i nostri pastori tornassero a parla- re di Cristo, degli insegnamenti del Vangelo senza che vengano strumentalizzati a favo- re dei potenti e delle ideologie arroganti? Si alimenta la speranza per costruire fraternità. La fraternità può nascere solo dalla Verità, dall’onestà, dalla sincera ricerca della via da percorrere. Una via che la Chiesa ha il dovere di indicare chiaramente, senza buo- nismo, senza cedimenti. Il peccato è divi- sione, insabbiarlo anziché sradicarlo peg- giora solo le cose. E infatti genera confusio- ne, perché fa nascere queste convinzioni da un’errata interpretazione di inclusione e accoglienza. Anche un papa considerato molto progressista e spesso strumentaliz- zato dal mondo Lgbtq, sul tema omoses- sualità è stato netto. La famosa frase “chi sono io per giudicare”, tirata per la giacchet- ta a 360 gradi, era preceduta (su questo ov- viamente, il silenzio) da tre precondizioni non da poco: “Se cercano il Cielo”, “si com- portano bene, senza atti disordinati” e “non fanno lobby massoniche”. Non so se sono la sola a inserirmi oggi an- cora nel solco di Edith Stein (“non c’è verità senza amore, ma nemmeno amore senza verità”), o ad essere rimasta disorientata di fronte a una simile iniziativa; ad essermi domandata se davvero c’è la necessità di una veglia di preghiera e soprattutto se la Chiesa stia percorrendo la via dell’acco- glienza o se, al contrario, non stia svenden- do una Verità scomoda sempre in nome di un buonismo che cita solo i diritti e mai i doveri, che apre le braccia a tutti e a tutto senza però parlare di pentimento e di con- versione, esattamente come fece Gesù con l’adultera alla quale ha perdonato i peccati ma alla quale ha anche chiesto di cambiare vita e non peccare più. Siamo davanti a una Chiesa che ha tradito la sua missione? La Chiesa, da tempo, non sembra più il sale, è diventata zucchero e ha perso il suo sapore. Non è più luce. E nel buio persino i pastori pare abbiano smarrito la strada. DIANA BARIGELLETTI (Presidente Nazionale di Democrazia e Sussidiarietà)
Cara Signora, il giudizio sull’opportunità pastorale di proporre una ve- glia di preghiera sul tema dell’omofobia, bifobia e tran- sfobia, spetta a chi ha responsabilità di conduzione della pastorale diocesana (e anche oltre, dal momento che non si trat- ta di iniziative isolate, ma che coinvolgo- no molte diocesi lombarde e italiane). Io posso solo dire che l’argomento «benaltri- sta» (e cioè: perché parlare di questo pro- blema, quando ne abbiamo molti altri, più urgenti e diffusi?) non mi convince, perché, a colpi di «abbiamo ben altro a cui pensare», poi non si fa mai niente. In secondo luogo vorrei far notare che i di- scorsi e i comportamenti d’odio, nei con- fronti delle persone con orientamento omosessuale o disforia di genere, oggi ci sono. Circolano, procurano danno e di- sagio agli interessati, e avvelenano i pozzi della nostra umanità. Nel mio piccolo, li sento vociare nella cerchia dei «ragazzi del muretto» che sostano sotto i muri del- la parrocchia. E la cronaca riporta non raramente episodi di violenza, fisica o verbale, che hanno per vittime le persone con orientamento omosessuale o disforia di genere. Chiaro, l’elenco delle categorie vessate sarebbe indubbiamente lungo: ebrei, rom, persone dal colore della pelle diverso, con culture diverse…e ci aggiun- gerei anche molti cristiani, discriminati e perseguitati in svariate parti del mondo a motivo della loro fede. Tuttavia spen- dere una sera, di riflessione e di preghiera, per sensibilizzare su una di queste forme di ingiusta discriminazione – appunto l’o- mofobia e la transfobia – non mi pare tempo perso, né inopportuno. Detto questo, mi sento di condividere quella che mi pare essere la preoccupa- zione di fondo espressa dalla lettera: che cioè la sensibilizzazione pastorale arrivi a passare in sordina, se non proprio ad obliterare, il dato dottrinale. Ma il dato dottrinale mi pare piuttosto chiaro, per poter essere eluso, o oscurato, dalla sensi- bilità pastorale: eterosessualità e omoses- sualità non sono parificate, né parifica- bili. Ci sono dimensioni di senso (della sessualità) e di valore (etico) presenti nel- la versione «etero» della sessualità, e, vi- ceversa, deficitarie nella versione «omo». Lo abbiamo detto molte volte, e mi pare fin superfluo ritornarci sopra (tra paren- tesi, io eviterei di mettere insieme l’omo- sessualità con tutto il resto: per quanto abbiano in comune lo stesso destino di vittimizzazione, il transessualismo non è questione di orientamento sessuale, ma – ben più profonda – di identità di genere; e il bisessualismo mi sembra più che altro un’espressione dell’individualismo mo- derno radical-chic). Tornando al rischio paventato, franca- mente non vedo il pericolo che una veglia di preghiera, pensata per sensibilizzare la comunità cristiana verso un tema del nostro tempo, e per far sentire la vicinan- za della Chiesa a persone lungamente stigmatizzate, nella storia, a motivo della loro condizione personale, possa in qual- che modo oscurare o annacquare un dato dottrinale più che assodato. Anzi, l’inizia- tiva, più che rischiosa, mi pare racco- mandabile, giacché in totale consonanza con l’autocoscienza della Chiesa propria del nostro tempo: e cioè una Chiesa ma- dre (non solo maestra), che va incontro a tutti i suoi figli, che non lascia indietro nessuno, che, anzi, cerca di avere un oc- chio di riguardo per i più disagiati, non facendo mancare a nessuno, come ci ha insegnato il Concilio, il balsamo della mi- sericordia accanto alla medicina della verità. Sto pensando, ad esempio, alla te- stimonianza di suor Geneviève Jeannin- gros, la piccola suora ottantenne, angelo di giostrai, rom e transgender di Ostia, che un giorno ricevette la visita di papa Francesco nella sua roulotte usata come avamposto pastorale, e che era solita por- tare all’udienza generale gruppi di omo- sessuali e transessuali. Per chi non se ne fosse accorto, è su questo modello di Chie- sa che stiamo da almeno sessant’anni in- vestendo e lavorando… Conosco però, a questo punto, l’obiezione, del resto ben espressa dalla lettera: che ne è, allora, del peccato, del pentimento, del- la conversione, della vita in grazia di Dio, e dei requisiti battesimali per poter acce- dere ai sacramenti? Tutto mandato in sof- fitta, in nome del nuovo verbo pastorale e misericordioso, che molti considerano, in realtà, un cedimento al buonismo po- liticamente corretto? Decisamente no. E qui mi permetto di parlare da docente di teologia morale. L’omoerotismo, cioè l’atto sessuale fra due persone dello stesso sesso, rimane un’azio- ne intrinsecamente (e gravemente) disor- dinata. Che, se compiuta con un sufficien- te livello di consapevolezza («piena av- vertenza») e libertà («deliberato consen- so»), rimane un peccato mortale, che interrompe (ex hominis) l’amicizia con Dio. Tuttavia gli sviluppi più recenti della te- ologia morale, in particolare nel dialogo con le scienze psicologiche, hanno portato a inquadrare meglio la condizione omo- sessuale. Un tempo rubricata unicamente come «sodomia» – cioè come vizio omoe- rotico –, oggi abbiamo capito che la ten- denza omosessuale ha in realtà radici molto più profonde, nella persona omo- sessuale: radici probabilmente non bio- logiche, ma verosimilmente biografiche, legate cioè alla biografia e all’evoluzione psicologica della persona (sotto la lente di osservazione sono in particolare le co- siddette «relazioni di attaccamento»). Chiaramente questa diversa consapevo- lezza della condizione omosessuale apre molti spazi, sia al cammino (di santità e di vita cristiana) delle persone omoses- suali e transessuali, sia all’accompagna- mento pastorale da parte della Chiesa. Fermo restando che le azioni omoerotiche continuano a detenere – e non si vede co- me possa essere diversamente – quel di- sordine intrinseco di cui sopra. Ora – detto questo – se, da una parte, c’è tutto un cammino di accompagnamento pastorale, avviato e da proseguire, delle persone con orientamento omosessuale e con disforia di genere; e se, dall’altra par- te, occorre contrastare e respingere forme risorgenti e persistenti di violenza omofo- ba e transofoba, sia fisica che verbale, mi pare che le condizioni di opportunità e di merito, per vivere una veglia di preghiera sull’argomento, ci siano tutte.
C’è un filo che lega la grande tradizione della costruzione europea al presente incerto che attraversiamo. È un filo fatto di responsabilità, di visione e di quella singolare capacità di tenere insieme ideale e concretezza che ha contraddistinto i padri fondatori. Il recente discorso del Santo Padre Leone XIV ai membri del Partito Popolare Europeo offre l’occasione per riannodare questo filo e per rilanciare, con rinnovata consapevolezza, il tema di una politica autenticamente popolare e profondamente radicata nel realismo cristiano.
In un tempo in cui la politica sembra oscillare tra derive populiste e tentazioni elitarie, il Papa richiama con chiarezza la centralità del popolo: «Il popolo è il centro del vostro impegno e non potete prescindere da esso». Non si tratta di un’affermazione retorica, ma di una vera e propria indicazione di metodo. Il popolo non è massa indistinta né semplice destinatario di decisioni prese altrove; è soggetto vivo, protagonista, luogo in cui si forma e si verifica ogni autentica azione politica. Da qui nasce l’esigenza di una politica che sappia tornare “in mezzo alla gente”, che recuperi relazioni, ascolto, prossimità. Una politica, come afferma il Pontefice, che abbia il coraggio di un «ritorno all’“analogico”», cioè a quella dimensione concreta e personale senza la quale la democrazia si svuota.
È precisamente in questo orizzonte che si colloca il richiamo a una politica “popolare”, capace di costruire legami e di generare partecipazione. Una politica che richiede tempo, pazienza e amore per la verità, lontana dalla logica degli slogan e della comunicazione urlata. Il rischio, oggi evidente, è quello di una crescente distanza tra rappresentanti e cittadini.
«O ccorre ricreare un tessuto di “popolo”», sottolinea Leone XIV, indicando una priorità che non è solo organizzativa, ma culturale e spirituale. Ma quale anima può sostenere una tale politica? Qui emerge con forza il secondo grande asse del discorso papale: il realismo cristiano. Non un generico richiamo ai valori, né tantomeno un rifugio identitario, ma uno sguardo capace di partire dai problemi concreti delle persone. «Essere cristiani impegnati in politica richiede di avere uno sguardo realistico, che parta dai problemi concreti delle persone », afferma il Papa, elencando sfide decisive: il lavoro dignitoso, la crisi demografica, le migrazioni, la cura del creato, le implicazioni dell’intelligenza artificiale. Il realismo cristiano non è cinismo né adattamento passivo; è, al contrario, la capacità di leggere la realtà senza ideologie, riconoscendone le ferite e le possibilità. È un realismo che nasce dall’incarnazione e che, proprio per questo, rifiuta ogni astrattezza. Non si tratta di inseguire modelli perfetti, ma di cercare, dentro le contraddizioni della storia, il bene possibile, senza smarrire l’orizzonte del bene comune. In questo quadro si inserisce uno dei passaggi più rilevanti del discorso, che interpella direttamente la tradizione del cattolicesimo democratico e, in particolare, l’esperienza dell’Azione cattolica. Leone XIV afferma con nettezza: «Essere cristiani in politica non significa essere confessionali, ma lasciare che il Vangelo illumini le decisioni che devono essere prese». È un’affermazione che risuona profondamente in quella “scelta religiosa” che, più di mezzo secolo fa, ha segnato il cammino dell’Azione cattolica, orientandola a una testimonianza laicale libera, responsabile e non clericale.
Non essere confessionali non significa rinunciare alla propria identità, ma viverla in modo maturo, evitando ogni tentazione di ridurre la fede a ideologia o a bandiera di parte. Significa riconoscere, come ricorda il Papa, «la necessaria linea di demarcazione fra la testimonianza religiosa di natura profetica – riservata alla comunità ecclesiale – e la testimonianza cristiana operante sul piano delle concrete opzioni politiche». In questa distinzione si gioca una libertà preziosa: quella di credenti chiamati a contribuire alla vita pubblica non imponendo soluzioni precostituite, ma offrendo uno sguardo illuminato dal Vangelo.
È proprio questo sguardo che permette di tenere insieme legge naturale e legge positiva, radici cristiane e azione politica, senza confondere i piani ma senza neppure separarli. È uno sguardo che riconosce la dignità della persona come criterio fondamentale e che orienta le scelte verso la giustizia, la verità, la libertà autentica. Non una libertà ridotta a piacere, ma – come sottolinea il Pontefice – «una libertà ancorata nella verità», capace di tutelare la coscienza e di evitare quel «“corto circuito” dei diritti umani» che finisce per lasciare spazio alla sopraffazione.
In definitiva, il discorso di Leone XIV ci consegna una visione esigente ma feconda: una politica come (ancora oggi) «forma più alta di carità», capace di coniugare ideale e concretezza, radicamento popolare e respiro europeo, fede personale e responsabilità pubblica. È una chiamata che interpella tutti, ma in modo particolare i laici cristiani, chiamati a vivere la propria vocazione nel cuore della storia. In un tempo segnato da paure e frammentazioni, riscoprire questa prospettiva significa contribuire a costruire un’Europa più umana, capace di andare oltre il conflitto per generare unità. Significa, soprattutto, credere che il Vangelo, senza bisogno di etichette confessionali, possa ancora illuminare le strade della politica, rendendola più giusta e più vicina alle persone.
Giuseppe Notarstefano
Presidente nazionale dell’Azione cattolica italiana