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L'ascia nel cuore

PERCHE’ UNA VEGLIA SULL ‘OMOFOBIA?


Giovedì 7 maggio 2026
LETTERE E CONTRIBUTI
lettere al direttore

Le scrivo in merito all’iniziativa
diocesana, programmata per do-
menica 10 maggio presso la
Chiesa di San Giuseppe a Como,
relativa alla veglia di preghiera
per il superamento dell’omofobia, la bifobia
e transfobia. Un’emergenza che a mio av-
viso è sopravvalutata. Innanzitutto, restitu-
iamo valore vero alle parole prima della
loro inevitabile manipolazione ideologica
che ci rende tutti vittime di un pensiero
unico fuorviante. Credo sia utile evidenzia-
re che la parola “fobia” (dal greco phòbos)
viene definita dal vocabolario come “paura
irrazionale, intensa e persistente spropor-
zionata al reale pericolo”. Paura che provo-
ca forte ansia e sintomi fisici come tachi-
cardia o sudorazione. Non a caso il dio Fo-
bos, per evitare i pericoli, anziché affron-
tarli, correva, scappava. Quindi, la parola
non voleva, come non vuol dire ostilità, av-
versione, violenza nei confronti di un ne-
mico. Personalmente non ho mai cono-
sciuto persone che manifestino questo tipo
di sintomi e di reazioni, incontrando un
omosessuale, ammesso che sia possibile
riconoscerlo a prima vista.
Di solito gli omosessuali, salvo rari casi
pubblici tipo il Gay Pride, in genere non
ostentano palesemente le loro tendenze;
sono esattamente come gli altri, e di con-
seguenza non si può avanzare nemmeno
l’accusa di volerli discriminare sulla base di
una mera impressione o di un semplice, er-
rato pregiudizio. Per la Chiesa – va detto – si
tratta di persone che vivono una condizio-
ne incompatibile con la religione cristiana,
in quanto l’omosessualità è chiaramente
contraria alle leggi divine che definiscono
la sessualità come “l’atto di dono reciproco
aperto alla vita tra due coniugi di sesso op-
posto che si completano a vicenda”. La na-
tura stessa conferma l’impossibilità di pro-
creare per due persone dello stesso sesso.
L’utero in affitto nasce, infatti, da questo
voler avere un figlio, indipendentemente
dalle leggi della natura.
Nel volantino d’invito diffuso dalla Diocesi,
si legge la citazione di Isaia: “Non temere,
perché ti ho riscattato, ti ho chiamato per
nome”. In riferimento al tema proposto, co-
sa significa? A me sembra un’apertura pe-
ricolosa che confonde la dottrina con un’e-
voluzione buonista della pastorale. “Ti
chiamo per nome” era il titolo del primo
capitolo nel testo del vecchio catechismo
della CEI degli anni Settanta; veniva spie-
gato come l’aver ricevuto dal Signore un
nome che ti rende unico, originale e che ha
in sé un progetto di Dio per la tua vita. Un
progetto che si realizza seguendo le indi-
cazioni dei Comandamenti, delle parole
dal Vangelo, con la ricerca di una condotta
di vita che sia coerente con tali indicazioni
e che, nei momenti di sbandamento e di
caduta nel peccato, possono tornare
nell’abbraccio misericordioso di Dio trami-
te il Sacramento della Riconciliazione. Nel-
le parole del volantino c’è da intendere che
la confessione dei peccati, con questa
“apertura moderna” possa essere ritenuta
superata e il peccato banalmente giustifi-
cato e, anziché aiutare le persone a com-
piere una scelta di vita che porti ad una ve-
ra crescita spirituale, si sceglie la compren-
sione che disimpegna e minimizza l’errore,
sovrapponendo momenti diversi: l’ascolto,
l’accoglienza e la pedagogia. Una veglia di
preghiera porta a pensare a delle vittime
che vanno consolate e a cui far sentire solo
la nostra condivisione, anziché cercare di
far conoscere il pensiero della Chiesa che
non giudica, ma chiede conversione. Si in-
vita a “condividere” il dolore di chi è stato
ferito. Quante persone continuano ad es-
sere ferite ogni giorno dalla cattiveria uma-
na senza motivo? Si invoca la liberazione
da pregiudizi e violenze. Oggi pregiudizi e
violenze sono ovunque. Non sarebbe più
utile che i nostri pastori tornassero a parla-
re di Cristo, degli insegnamenti del Vangelo
senza che vengano strumentalizzati a favo-
re dei potenti e delle ideologie arroganti?
Si alimenta la speranza per costruire
fraternità.
La fraternità può nascere solo dalla Verità,
dall’onestà, dalla sincera ricerca della via
da percorrere. Una via che la Chiesa ha il
dovere di indicare chiaramente, senza buo-
nismo, senza cedimenti. Il peccato è divi-
sione, insabbiarlo anziché sradicarlo peg-
giora solo le cose. E infatti genera confusio-
ne, perché fa nascere queste convinzioni
da un’errata interpretazione di inclusione
e accoglienza. Anche un papa considerato
molto progressista e spesso strumentaliz-
zato dal mondo Lgbtq, sul tema omoses-
sualità è stato netto. La famosa frase “chi
sono io per giudicare”, tirata per la giacchet-
ta a 360 gradi, era preceduta (su questo ov-
viamente, il silenzio) da tre precondizioni
non da poco: “Se cercano il Cielo”, “si com-
portano bene, senza atti disordinati” e “non
fanno lobby massoniche”.
Non so se sono la sola a inserirmi oggi an-
cora nel solco di Edith Stein (“non c’è verità
senza amore, ma nemmeno amore senza
verità”), o ad essere rimasta disorientata di
fronte a una simile iniziativa; ad essermi
domandata se davvero c’è la necessità di
una veglia di preghiera e soprattutto se la
Chiesa stia percorrendo la via dell’acco-
glienza o se, al contrario, non stia svenden-
do una Verità scomoda sempre in nome di
un buonismo che cita solo i diritti e mai i
doveri, che apre le braccia a tutti e a tutto
senza però parlare di pentimento e di con-
versione, esattamente come fece Gesù con
l’adultera alla quale ha perdonato i peccati
ma alla quale ha anche chiesto di cambiare
vita e non peccare più. Siamo davanti a una
Chiesa che ha tradito la sua missione? La
Chiesa, da tempo, non sembra più il sale, è
diventata zucchero e ha perso il suo sapore.
Non è più luce. E nel buio persino i pastori
pare abbiano smarrito la strada.
DIANA BARIGELLETTI
(Presidente Nazionale
di Democrazia e Sussidiarietà)


Cara Signora,
il giudizio sull’opportunità
pastorale di proporre una ve-
glia di preghiera sul tema
dell’omofobia, bifobia e tran-
sfobia, spetta a chi ha responsabilità di
conduzione della pastorale diocesana (e
anche oltre, dal momento che non si trat-
ta di iniziative isolate, ma che coinvolgo-
no molte diocesi lombarde e italiane). Io
posso solo dire che l’argomento «benaltri-
sta» (e cioè: perché parlare di questo pro-
blema, quando ne abbiamo molti altri,
più urgenti e diffusi?) non mi convince,
perché, a colpi di «abbiamo ben altro a
cui pensare», poi non si fa mai niente. In
secondo luogo vorrei far notare che i di-
scorsi e i comportamenti d’odio, nei con-
fronti delle persone con orientamento
omosessuale o disforia di genere, oggi ci
sono. Circolano, procurano danno e di-
sagio agli interessati, e avvelenano i pozzi
della nostra umanità. Nel mio piccolo, li
sento vociare nella cerchia dei «ragazzi
del muretto» che sostano sotto i muri del-
la parrocchia. E la cronaca riporta non
raramente episodi di violenza, fisica o
verbale, che hanno per vittime le persone
con orientamento omosessuale o disforia
di genere. Chiaro, l’elenco delle categorie
vessate sarebbe indubbiamente lungo:
ebrei, rom, persone dal colore della pelle
diverso, con culture diverse…e ci aggiun-
gerei anche molti cristiani, discriminati e
perseguitati in svariate parti del mondo
a motivo della loro fede. Tuttavia spen-
dere una sera, di riflessione e di preghiera,
per sensibilizzare su una di queste forme
di ingiusta discriminazione – appunto l’o-
mofobia e la transfobia – non mi pare
tempo perso, né inopportuno.
Detto questo, mi sento di condividere
quella che mi pare essere la preoccupa-
zione di fondo espressa dalla lettera: che
cioè la sensibilizzazione pastorale arrivi
a passare in sordina, se non proprio ad
obliterare, il dato dottrinale. Ma il dato
dottrinale mi pare piuttosto chiaro, per
poter essere eluso, o oscurato, dalla sensi-
bilità pastorale: eterosessualità e omoses-
sualità non sono parificate, né parifica-
bili. Ci sono dimensioni di senso (della
sessualità) e di valore (etico) presenti nel-
la versione «etero» della sessualità, e, vi-
ceversa, deficitarie nella versione «omo».
Lo abbiamo detto molte volte, e mi pare
fin superfluo ritornarci sopra (tra paren-
tesi, io eviterei di mettere insieme l’omo-
sessualità con tutto il resto: per quanto
abbiano in comune lo stesso destino di
vittimizzazione, il transessualismo non è
questione di orientamento sessuale, ma
– ben più profonda – di identità di genere;
e il bisessualismo mi sembra più che altro
un’espressione dell’individualismo mo-
derno radical-chic).
Tornando al rischio paventato, franca-
mente non vedo il pericolo che una veglia
di preghiera, pensata per sensibilizzare
la comunità cristiana verso un tema del
nostro tempo, e per far sentire la vicinan-
za della Chiesa a persone lungamente
stigmatizzate, nella storia, a motivo della
loro condizione personale, possa in qual-
che modo oscurare o annacquare un dato
dottrinale più che assodato. Anzi, l’inizia-
tiva, più che rischiosa, mi pare racco-
mandabile, giacché in totale consonanza
con l’autocoscienza della Chiesa propria
del nostro tempo: e cioè una Chiesa ma-
dre (non solo maestra), che va incontro a
tutti i suoi figli, che non lascia indietro
nessuno, che, anzi, cerca di avere un oc-
chio di riguardo per i più disagiati, non
facendo mancare a nessuno, come ci ha
insegnato il Concilio, il balsamo della mi-
sericordia accanto alla medicina della
verità. Sto pensando, ad esempio, alla te-
stimonianza di suor Geneviève Jeannin-
gros, la piccola suora ottantenne, angelo
di giostrai, rom e transgender di Ostia,
che un giorno ricevette la visita di papa
Francesco nella sua roulotte usata come
avamposto pastorale, e che era solita por-
tare all’udienza generale gruppi di omo-
sessuali e transessuali. Per chi non se ne
fosse accorto, è su questo modello di Chie-
sa che stiamo da almeno sessant’anni in-
vestendo e lavorando…
Conosco però, a questo punto, l’obiezione,
del resto ben espressa dalla lettera: che ne
è, allora, del peccato, del pentimento, del-
la conversione, della vita in grazia di Dio,
e dei requisiti battesimali per poter acce-
dere ai sacramenti? Tutto mandato in sof-
fitta, in nome del nuovo verbo pastorale
e misericordioso, che molti considerano,
in realtà, un cedimento al buonismo po-
liticamente corretto?
Decisamente no. E qui mi permetto di
parlare da docente di teologia morale.
L’omoerotismo, cioè l’atto sessuale fra due
persone dello stesso sesso, rimane un’azio-
ne intrinsecamente (e gravemente) disor-
dinata. Che, se compiuta con un sufficien-
te livello di consapevolezza («piena av-
vertenza») e libertà («deliberato consen-
so»), rimane un peccato mortale, che
interrompe (ex hominis) l’amicizia con
Dio.
Tuttavia gli sviluppi più recenti della te-
ologia morale, in particolare nel dialogo
con le scienze psicologiche, hanno portato
a inquadrare meglio la condizione omo-
sessuale. Un tempo rubricata unicamente
come «sodomia» – cioè come vizio omoe-
rotico –, oggi abbiamo capito che la ten-
denza omosessuale ha in realtà radici
molto più profonde, nella persona omo-
sessuale: radici probabilmente non bio-
logiche, ma verosimilmente biografiche,
legate cioè alla biografia e all’evoluzione
psicologica della persona (sotto la lente
di osservazione sono in particolare le co-
siddette «relazioni di attaccamento»).
Chiaramente questa diversa consapevo-
lezza della condizione omosessuale apre
molti spazi, sia al cammino (di santità e
di vita cristiana) delle persone omoses-
suali e transessuali, sia all’accompagna-
mento pastorale da parte della Chiesa.
Fermo restando che le azioni omoerotiche
continuano a detenere – e non si vede co-
me possa essere diversamente – quel di-
sordine intrinseco di cui sopra.
Ora – detto questo – se, da una parte, c’è
tutto un cammino di accompagnamento
pastorale, avviato e da proseguire, delle
persone con orientamento omosessuale e
con disforia di genere; e se, dall’altra par-
te, occorre contrastare e respingere forme
risorgenti e persistenti di violenza omofo-
ba e transofoba, sia fisica che verbale, mi
pare che le condizioni di opportunità e di
merito, per vivere una veglia di preghiera
sull’argomento, ci siano tutte.

don Angelo Riva, direttore

da “Il Settimanale della diocesi di Como”

07 maggio 2026

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