Scoutismo cattolico
e «LGBTQ+»
stella polare | di don angelo riva
Orientamento sessuale e iden-
tità di genere non sono più
un impedimento, per fare il
capo scout educatore di gio-
vani e ragazzi?
Domanda sfidante. Ce la rivolge la lettera
che trovate pubblicata a pag. 31 di questo
giornale. Rimando lì per una risposta più
direttamente attinente al mondo scout.
Vorrei qui soltanto porre alcuni punti fer-
mi della questione.
Il tema è anzitutto l’accoglienza e l’inclu-
sività nei confronti delle persone con
orientamento omosessuale o disforia di
genere. Chiaro che i gruppi cattolici – e
tanto più una realtà come l’AGESCI, per
definizione realtà aperta, plurale, «di con-
fine» rispetto all’identità cattolica – devo-
no essere aperti a tutti, e capaci di racco-
gliere la sfida del confronto con ogni di-
versità, singolarità, storia personale. Anzi,
già quel «nei confronti di» segnala che
stiamo partendo col piede sbagliato: come
se si trattasse di soggetti strani, o in qual-
che modo non normali. In realtà gay e le-
sbiche sono persone amate da Dio e figli
della Chiesa, e hanno il diritto e il dovere
di sentirsi a casa nella comunità cristiana.
Hanno anche il diritto – e questo è il ver-
sante socio-culturale della battaglia con-
tro l’omofobia – di non essere più oggetto
di ingiuste e odiose discriminazioni a mo-
tivo del loro orientamento sessuale (vio-
lenze fisiche o verbali, penalizzazioni nel-
le carriere o negli ambienti di lavoro etc.).
Cose, peraltro, un tempo vistosamente
presenti anche nelle comunità cristiane
(che erano specchio della società civile del
tempo), ma di cui oggi fatico francamente
a trovare tracce consistenti nelle odierne
comunità cristiane. Ad ogni modo, il tema
dell’inclusività e del confronto con le di-
versità è certamente all’ordine del giorno,
non solo dell’AGESCI, ma della Chiesa
tutta.
Precisato questo, rimane però da dire che
eterosessualità e omosessualità non sono
uguali sul piano del valore. A dirlo sono
tre dati di realtà inaggirabili. Affermando
i quali non si pecca di discriminazione: al
contrario, cadremmo nell’egualitarismo,
se li dovessimo ignorare.
Il primo dato di realtà è che l’omosessua-
lità non genera figli. Se non ricorrendo ad
acrobazie tecnologiche (tipo la maternità
surrogata), sulla cui disumanità c’è poco
da discutere. Il secondo dato di realtà ri-
guarda la relazione omosessuale. La ricer-
ca scientifica, psicologica in particolare, ci
ha molto aiutati a metterla meglio a fuoco,
contribuendo a ridefinirne il senso (un
tempo catalogato senza distinzioni come
«vizio» di sodomia). Sappiamo perciò oggi
che una relazione omosessuale può essere
espressione di vero amore, affetto, cura re-
ciproca, condivisione di vita. Dentro di es-
sa, però, l’azione omoerotica – letta nella
prospettiva del linguaggio del corpo ma-
schile e femminile, e priva com’è dell’aper-
tura procreativa – conserva un inelimina-
bile e intrinseco disordine oggettivo. Co-
me tenerne conto? Quanto cioè questo
disordine oggettivo configura anche una
colpa soggettiva, ossia un peccato?
A questo riguardo il «minimo sindacale»,
secondo la morale cattolica, è di non auto-
assolversi e di non presumere di essere già
a posto, ma di tenere aperto un «discerni-
mento personale e pastorale» (compiuto
cioè in confessione con un pastore della
Chiesa), così come chiesto dall’Esortazio-
ne Amoris laetitia di papa Francesco (n.
300). Resta infine il fatto – terzo dato di re-
altà – che una coppia omosessuale, man-
cando del dimorfismo corporeo maschile
e femminile e della capacità procreativa,
non può celebrare un matrimonio sacra-
mentale: non può essere segno dell’amore
di Cristo per la Chiesa. Restano ovviamen-
te le possibilità previste dalla legislazione
civile, dove si oscilla, a seconda degli Stati,
fra il matrimonio civile e i sistemi di regi-
strazione pubblica (le «unioni civili»).
Riassumendo: accoglienza e inclusività
per tutti, ma figli (FI), sesso (S) e sacra-
mento (SA), rimangono tre differenze di
valore non aggirabili, fra eterosessualità
ed omosessualità. Di cui tener conto, se
vogliamo che i percorsi di inclusione e di
accoglienza avvengano nel perimetro del-
la verità umana e dell’antropologia cristia-
na, e non diventino invece adeguamento
al qualunquismo de «basta l’amore», e
conformismo agli stereotipi mondani del
«gender fluid». Notate che non ho ancora
risposto alla questione del poter fare o no
il capo, e su questo rimando a pag. 31. Ma
i punti fermi di un discernimento mi sem-
brano quelli esposti. Naturalmente il mio
è solo il parere di un giornalista e teologo
morale. Pronto quindi a fare marcia indie-
tro, se il Magistero della Chiesa mi dicesse
che mi sto sbagliando. Ma la mia doman-
da è: sono solo mie «fisse», o dobbiamo
tener ferma questa FI.S.SA?
da IL SETTIMANALE DELLA DIOCESI DI COMO N 24. 18.06.26
LETTERE E CONTRIBUTI
Lettere al direttore
Carissimo don Angelo,
Le scrivo da persona che allo
scautismo cattolico deve molto.
Non intervengo quindi da os-
servatore esterno, né con spirito
polemico fine a sé stesso, ma con la preoc-
cupazione di chi ha conosciuto dall’interno
la forza educativa dello scoutismo quando
esso sa essere davvero ciò che promette:
una strada di crescita umana e cristiana
dentro la Chiesa, non ai margini della sua
proposta. La recente discussione interna
all’AGESCI sul tema dell’identità di genere
e dell’orientamento sessuale dei capi edu-
catori merita, a mio giudizio, una riflessione
franca. È una vicenda che non riguarda sol-
tanto l’associazione scout, ma scoperchia un
clima più ampio, presente anche nella no-
stra Diocesi, dove certe sensibilità pastorali
- penso, ad esempio, alla nota e ben pubbli-
cizzata “Equipe LGBTQ+” – sembrano tal-
volta assumere categorie e linguaggi più
mutuati dal dibattito culturale contempora-
neo che dalla tradizione cristiana.
Lo dico con chiarezza: non è in discussione
la dignità di alcuna persona. Ogni uomo e
ogni donna meritano rispetto, ascolto e ac-
compagnamento. Sarebbe gravissimo pen-
sare il contrario. Il punto decisivo, però, è un
altro: quale antropologia intende oggi pro-
porre un’associazione che porta nel proprio
nome l’aggettivo “cattolica”?
Il problema di fondo è che si rischia di scar-
dinare il nesso tra coerenza oggettiva della
proposta educativa e idoneità al ruolo, in
nome di una pastorale dell’accoglienza ele-
vata a criterio assoluto. Ma quando l’acco-
glienza diventa la “virtù delle virtù”, senza
più essere misurata dalla verità della propo-
sta cristiana, ogni criterio di discernimento
appare fatalmente come un residuo autori-
tario, una chiusura, un’imposizione.
Qui sta il nodo. O si ammette che certe scelte
introducono un criterio difficilmente com-
patibile con la struttura ecclesiale e con l’an-
tropologia cattolica, oppure bisogna pren-
dere atto – con dolore – che attraverso silen-
zi, cautele e assensi impliciti si apre un pro-
cesso destinato a rendere sempre più fragile
ogni distinzione tra vita vissuta, dottrina
professata e ruolo educativo o ministeriale.
L’incoerenza di sistema è ormai evidente: o
la dottrina torna a essere misura della vita,
oppure la vita, nel suo vissuto soggettivo, di-
venta progressivamente misura della
dottrina.
Colpisce anche il linguaggio utilizzato. Ne-
ologismi come “omolesbobitransfobia”, o
l’insistenza sul correggere sentimenti e at-
teggiamenti definiti secondo categorie ide-
ologiche contemporanee, sembrano sposta-
re il baricentro. La domanda, invece, do-
vrebbe essere un’altra: come aiutare ogni
scout – dai Lupetti e dalle Coccinelle fino ai
Rover e alle Scolte – ad avere in sé “gli stessi
sentimenti che furono in Cristo Gesù”, se-
condo l’invito di san Paolo nella Lettera ai
Filippesi? Cosa direbbe un don Andrea
Ghetti di fronte a questo testo? Cosa avreb-
be scritto il nostro don Titino?
È questo il criterio cristiano. Non l’adesione
al lessico del momento, non la rincorsa alla
sensibilità dominante, non la paura di ap-
parire arretrati. Essere Chiesa significa cu-
stodire una parola esigente, talvolta scomo-
da, ma capace di orientare. Significa non
confondere l’adeguamento culturale con la
profezia evangelica.
Il problema, sia chiaro, non è l’esistenza di
percorsi scout diversi. In Italia non esiste al-
cun monopolio dello scautismo cattolico.
Chi desidera una proposta educativa laica,
pluralista, non legata alla dottrina della
Chiesa, trova realtà storiche e rispettabili co-
me il CNGEI, che hanno pieno diritto di
muoversi secondo una propria impostazio-
ne aconfessionale. Il punto diventa però de-
licato quando categorie, linguaggi e prospet-
tive proprie di una cultura secolare vengono
introdotte dentro un’associazione ecclesia-
le, presentandole quasi come naturale svi-
luppo della fede.
Se ci si definisce “cattolici”, non basta invo-
care genericamente accoglienza, ascolto e
rispetto. Tutto questo è certamente cristia-
no, ma deve rimanere dentro una visione
integrale della persona, della famiglia, del
corpo, della sessualità e della vocazione
educativa. La Chiesa non è una cornice
emotiva da richiamare quando conviene: è
madre e maestra, con un Magistero, un Ca-
techismo, una tradizione viva e una respon-
sabilità particolare verso i piccoli.
In questo quadro, il ruolo degli assistenti ec-
clesiastici diventa decisivo. Un sacerdote
presente nello scautismo non è chiamato a
fare da semplice accompagnatore benevolo,
né da garante silenzioso di decisioni prese
altrove. Il suo compito è aiutare il discerni-
mento ecclesiale, richiamare alla fedeltà alla
Chiesa, illuminare con chiarezza laddove la
comunità educativa rischia di confondere
l’accoglienza delle persone con l’accettazio-
ne indistinta di ogni imposta zione
antropologica.
Il silenzio, in certi momenti, non è pruden-
za: è abbandono educativo. I ragazzi non
hanno bisogno di adulti che abbiano paura
di dire una parola chiara. Hanno bisogno di
testimoni credibili, capaci di unire carità e
verità, misericordia e orientamento, vici-
nanza e proposta.
Il prezzo più alto di questa ambiguità ri-
schiano di pagarlo le famiglie. Molti genitori
iscrivono i figli ai Lupetti, agli Esploratori,
alle Guide, ai Rover e alle Scolte proprio per-
ché leggono nel nome AGESCI una garan-
zia: “Associazione Guide e Scout Cattolici
Italiani”. Per una famiglia credente, quell’ag-
gettivo non è decorativo. È un patto. Signifi-
ca poter confidare che l’educazione ricevuta
nel gruppo sia coerente con quella proposta
in casa, in parrocchia, nel catechismo, nella
vita sacramentale.
Se invece, senza un confronto limpido con
le famiglie, si modificano progressivamente
i presupposti educativi su temi tanto delica-
ti, il rischio è quello di un cambio di identità
non dichiarato. Non si tratta più soltanto di
metodo scout, di vita all’aperto, di servizio,
di responsabilità, di strada. Si entra nel cuo-
re dell’educazione affettiva e morale dei ra-
gazzi. E lì la chiarezza non è un lusso: è un
dovere.
Nessuno chiede durezza. Nessuno auspica
esclusioni sommarie o giudizi sulle persone.
Ma proprio perché ogni persona merita ri-
spetto, serve altrettanta onestà sulla propo-
sta educativa. Accogliere non significa dis-
solvere i confini. Accompagnare non signi-
fica rinunciare a indicare una direzione.
Camminare insieme non significa smarrire
la bussola. Lo scautismo cattolico ha forma-
to generazioni di giovani perché ha saputo
proporre una libertà esigente, non una liber-
tà indistinta; una comunità fraterna, non
una comunità senza verità; un servizio ge-
neroso, non un adattamento continuo allo
spirito del tempo.
Per questo credo che l’AGESCI, se vuole
onorare la propria storia, debba ritrovare il
coraggio della chiarezza. Chi desidera per-
corsi educativi diversi ha piena libertà di
sceglierli altrove. Ma chi resta dentro la
Chiesa e parla a nome di una proposta cat-
tolica deve avere l’umiltà e la forza di parlare
il linguaggio della Chiesa.
Le famiglie, oggi più che mai, non chiedono
slogan. Chiedono affidabilità. Chiedono
adulti che non abbiano paura di educare.
Chiedono che i loro figli non siano passeg-
geri di una sperimentazione culturale, ma
camminatori sulla strada solida del
Vangelo. - lettera firmata
Premessi i criteri generali esposti a
pag. 2, affronto qui la domanda
se un giovane con orientamento
omosessuale possa o meno fare
il capo scout educatore di bam-
bini e ragazzi.
Immaginiamo Marco e Luca, oppure Lau-
ra e Maria, che vivono insieme, esprimono
pubblicamente la loro omosessualità, e so-
no iscritti nel registro delle «unioni civili»
(un giorno – chissà – anche sposati/e in
Comune). Possono fare i capi scout? Di per
sè anche sì. E porterebbero nel loro lavoro
educativo la testimonianza dell’importan-
za di essere inclusivi e accoglienti delle di-
versità di ciascuno. Questi capi dovrebbero
però anche essere molto chiari e onesti nel
dire che l’eterosessualità e l’omosessualità
(da loro vissuta) non sono sullo stesso pia-
no e non hanno lo stesso valore: a motivo
appunto dei tre «dati di realtà» di cui ab-
biamo detto a pag. 2. Trattandosi di edu-
catori di un gruppo cattolico, non possono
esimersi dal dire e trasmettere quello che è
il pensiero della Chiesa (salvo, ovviamen-
te, che mi si dica che il pensiero della Chie-
sa non è più quello detto a pag. 2…). L’ag-
gettivo «cattolico», nell’acronimo AGESCI,
è impegnativo. Significa essere nella Chie-
sa accettando la sua visione del mondo e
della vita, e accettandola in coscienza,
non certo a mo’ di un’adesione selettiva, di
un «bricolage», di un «fai da te» o di un
«menu a la carte». Gradualità e progressi-
vità, dubbi e incertezze, discernimento
prolungato nel tempo, confrontarsi e cam-
minare insieme, sono tutte cose ovviamen-
te ammesse e anzi doverose (soprattutto,
come dicevamo, per una realtà come l’A-
GESCI, per definizione plurale, aperta e
«di frontiera» rispetto all’identità cattoli-
ca): ma non ci può essere cammino senza
bussola, senza mèta chiara verso cui pun-
tare. Gli stessi genitori che affidano i pro-
pri figli agli educatori scout presumibil-
mente lo fanno perché credono nell’iden-
tità cattolica non meno che nel valore del-
la pluralità e della progressività (che
peraltro sono parte dell’identità cattoli-
ca…). Su queste cose, quindi, Marco e Lu-
ca, Laura e Maria non potranno essere ap-
prossimativi, opachi, evasivi, se non addi-
rittura mendaci.
Ecco qui allora una prima difficoltà: è re-
alistico chiedere a loro questa chiarezza di
insegnamento sul valore intrinseco di ete-
rosessualità e omosessualità? Non li met-
tiamo in condizione di vivere una sorta di
sdoppiamento, di conflitto fra ciò che vi-
vono e ciò che non possono non dire? Vero
è – mi si fa notare – che qualcosa di simile
in fondo già esiste: per es. molti capi scout
(uomo e donna) già convivono, né si im-
pegnano granché nella castità pre-matri-
moniale, cose pure che appartengono (mi
pare) alla visione cattolica. Perché allora
– si dice – essere così fiscali solo con Marco
e Luca, Laura e Maria? Comprendo che
non sia possibile chiedere a un capo una
sorta di coerenza assoluta e senza ombre.
Qui però ne va di un aspetto strutturante
della metodologia scout: il fatto cioè che si
tratta di un metodo pratico, che educa at-
traverso l’azione e l’esempio di vita (dei
capi) molto più che attraverso le parole.
Ora, se questo è vero, d’accordo che non
possiamo chiedere a un capo una coerenza
assoluta (sui costumi sessuali come su tut-
to il resto), ma fino a che punto possiamo
serenamente chiudere un occhio di fronte
a una dissonanza fra ciò che un capo vive
e ciò che, per correttezza, è chiamato a dire
e insegnare? Ecco una seconda, grande dif-
ficoltà. Per questo penso che l’AGESCI sia
andata un po’ troppo avanti su questi te-
mi, e occorrerebbe un po’ più di cautela. A
meno ovviamente di prendere congedo
dall’identità cattolica, e trasformare l’A-
GESCI in AGESI, associazione collaterale
ma non organica alla Chiesa e al suo pen-
siero. Ma credo che nessuno voglia questo.
Esplorare e percorrere strade di coraggio
(e chi più e meglio dello scoutismo potreb-
be farlo?) è certamente importante, ma ri-
cordiamoci che il coraggio sta a metà fra
la viltà, da una parte, e la temerarietà,
dall’ altra.- Don Angelo Riva
- da IL SETTIMANALE DELLA DIOCESI DI COMO N 24 18.06.26