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DISCLOSURE DAY


Disclosure Day
Steven Spielberg
Ho pianto l’ultima mezz’ora. Me lo sono chiesto mentre piangevo, e me lo sono chiesto dopo. La risposta è arrivata lentamente, come arrivano le cose che contano.
Spielberg carica a molla il motore del male per quasi tre quarti del film — poi lascia andare. Il male è quello della fiaba: ossessivo, gotico, inarrestabile. Colin Firth lo incarna con una precisione quasi burocratica, un uomo a capo di un’agenzia privata che può permettersi di rifiutare l’FBI — un feudo, una torre che non risponde a nessun re. Il mostro non viene dal bosco. Viene dall’ufficio.
Il bene invece è invisibile. Per tre quarti del film non vedi gli alieni — ma sai che ci sono. Quella certezza senza prova è una struttura teologica travestita da fantascienza. Fede prima della rivelazione.
La narrazione muove lungo una duplice spirale: il ritorno a casa dei protagonisti, la resa dei persecutori. Due movimenti che si avvolgono l’uno nell’altro. Più greco che hollywoodiano. In una situazione distopica si vedono continuamente case — in esterno, in interno — come argomento visivo contro il potere. Ogni soglia dice: esiste ancora un dentro, esiste ancora un fuori che è tuo. Uno dei protagonisti ha già perso la sua casa e sta scappando. L’altra — un’annunciatrice televisiva, che legge il cielo e traduce l’invisibile in linguaggio — la perde per scelta. Due tempi del lutto, due modi di entrare nel viaggio.
La cosa tragicomica — e politicamente più sovversiva — è che il segreto custodito dall’agenzia di Firth riguarda l’inesistenza di Dio. Il potere non teme l’altro: teme ciò che l’altro implica per il sistema di legittimazione su cui si fonda. La fortezza difendeva il vuoto. Ma Spielberg non è nichilista. Gli alieni benevoli non sono Dio — sono fratelli. Il riconoscimento reciproco non ha bisogno di una fonte trascendente che lo autorizzi. Non c’è il Padre: ci sono i fratelli. E basta.
Il film è una riflessione su chi ha il diritto di stabilire se i viventi — tutti i viventi — siano fratelli oppure no. E su chi ha il diritto di nominare ciò che accade: gli speakers televisivi che balbettano di fronte ai video segreti mandati in onda perdono le parole perché la realtà ha scavalcato il protocollo.
Il film non offre risposte. Finisce con la giornalista che dopo aver abbracciato l’alieno in diretta mondiale si mette davanti alla telecamera e dice: Sentite…
E lì si ferma. Non la risposta — il gesto di chi sta per darla. Spielberg rinuncia alla spiegazione proprio quando ce l’avrebbe in mano. Ha guadagnato il diritto narrativo di chiudere, e invece apre.
Ho pianto perché ho riconosciuto qualcosa. Da bambino avevo stampata in testa la pagina del libro di fiabe con l’illustrazione del bosco nel buio. Non la scena di pericolo — la pagina. Il momento prima che la storia entri nel bosco. Spielberg abita esattamente lì: non il mostro, non la luce — il dito che indica. Il respiro prima della voce. E quando il bene invisibile si manifesta, il sistema nervoso reagisce come a una grazia inaspettata. Non è sentimentalismo. È sollievo ontologico.
È un film politico travestito da fiaba. O forse una fiaba che ha smesso di nascondersi.

Roberto Dalla Bona

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