Che tristezza questo nostro mondo
che esalta il suicidio delle Kessler
Alice ed Ellen
DODICI STELLE
di Lorenzo Malagola
Mentre siamo chiamati
a decidere sul fine vita,
questa cultura dello scarto
e della solitudine
è quanto di peggiore
la mia generazione
lascerà ai propri figli
Che cosa resta di noi quando la nostra vita volge al termine? Che cosa
lasciamo quando affrontiamo l’Eternità? Queste due domande sono forse
quelle che più hanno segnato la storia dell’uomo, dominando filosofia e
scienza, e anche laddove la fede ha saputo rispondere dando una prospettiva
che va ben oltre quella del nostro cammino in questo mondo, rimane
complesso e misterioso riflettere su quel che accadrà a ciò che noi cono-
sciamo quando non saremo più qui per vederlo. Alcuni di noi, molti,
immaginano che la propria eredità si costruisca sui figli e i nipoti o su tutte
quelle persone che, in un modo o nell’altro, ci hanno accompagnato nella
vita e che abbiamo saputo accudire e far crescere. Con la speranza, all’ultimo
istante, di poterci guardare indietro e sorridere per ciò che abbiamo fatto
di più meraviglioso abbiamo, la vita?
Non so dare una risposta a questa do-
manda e lungi da me volerle giudicare,
ma non posso non chiedermi se, in fondo,
la colpa non sia anche un po’ nostra.
Della società in cui viviamo, dell’idea di
perfezione costante, del concetto per il
quale una persona, quando cessa di
essere produttiva, quando smette di
contribuire attivamente al benessere
economico di una comunità, diventa
allora un peso morto. Un vasetto di yogurt
con una data di scadenza impressa, come
se la vita non fosse più degna di essere
vissuta, come se le memorie, la storia e
gli insegnamenti che si celano dietro il
lungo cammino di una persona non fos-
sero abbastanza per poter gridare a pieni
polmoni: “Io sono qui, io ci sono”.
Mi chiedo se, proprio in un periodo
storico in cui noi legislatori siamo chia-
mati a discutere e decidere del suicidio
assistito e del fine vita, questa cultura
dello scarto e della solitudine – anche
se mi vien difficile chiamarla per davvero
“cultura” – non sia quanto di peggiore
lascerà la mia generazione ai nostri figli,
che crescono vedendo la narrazione della
morte non tanto come un momento
naturale e normale che tutti, prima o
poi, dovremo affrontare, ma piuttosto
come un “atto volontario”, quasi recitato,
che segna l’abbandono teatrale del pal-
coscenico della vita.
La disdetta dell’abbonamento
Sono ancora più inquieto a leggere sui
giornali e a sentire in televisione, nelle
ultime settimane, troppi racconti di
questa vicenda sempre e solo incentrati
su quanto sia bello il gesto delle Kessler,
su quanto sia nobile che due gemelle
abbiano scelto di compiere l’estremo
gesto insieme. Un gesto pianificato fino
ai minimi dettagli: per non dar cruccio
a chi si sarebbe dovuto occupare delle
loro faccende una volta morte, hanno
persino dato disdetta, mesi fa, all’abbo-
namento al loro quotidiano preferito
proprio a decorrere dal 17 novembre. E
mi domando se nessuna delle due abbia
mai dubitato un solo istante della propria
scelta, se non abbiano pensato anche
solo per un secondo di fermarsi. Ancora
di più mi chiedo perché nessuno, invece
di supportarle e, forse, spingerle in questa
direzione, non si sia fermato, non le abbia
prese per mano e non abbia detto loro:
“Restate qui, perché ogni persona, ogni
vita, rende questo mondo un posto mi-
gliore e più bello in cui stare”.
e per ciò che rimarrà.
E mentre faccio queste riflessioni, mi
chiedo cosa pensassero le gemelle Kessler,
Alice ed Ellen, quando hanno deciso di
porre fine alla propria vita insieme, lo
scorso 17 novembre, a poco meno di
novant’anni. Un’uscita di scena silenziosa
e privata, quasi in antitesi alla lunga
carriera che le ha portate sui principali
palcoscenici italiani e tedeschi e che ha
accompagnato intere generazioni dalla
tv in bianco e nero del dopoguerra ai gior-
ni nostri. Un tentativo di allontanarsi in
punta di piedi, quasi a non voler dar
fastidio a nessuno, come se la morte fosse
un atto qualsiasi, banale come, per restare
in tema, spegnere la televisione.
Perché sì, certo, la morte è banale, ma
nel significato arcaico del termine. È
“banal”, che in francese antico significa
“di tutto il feudo”, ma proprio di tutti,
perché nessuno vi potrà mai scappare.
Questo non la rende però più semplice
da affrontare, ma, anzi, ci pone davanti
a un grande interrogativo: perché due
donne di successo, in salute e, stando a
quanto leggiamo di loro in questi giorni,
circondate di amici, hanno scelto di porre
fine a quanto di più bello, di più grande,